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Intervista a un calciatore che ha segnato in tutti i campionati dalla A alla Terza Categoria

Marcello Diomedi ha giocato (e fatto gol) in tutte le categorie italiane: abbiamo scoperto un anti-atleta che non voleva fare il professionista, ma si è trovato a giocare ovunque

Sossio Aruta ha 47 anni, è un ex giocatore che ha militato nel Benevento e proprio al presidente dei sanniti ha chiesto di poter giocare almeno un minuto in Serie A in modo da poter dire di aver giocato in tutte le categorie possibili. Ci chiedevamo se fosse stato l’unico calciatore a raggiungere un simile record, ma ne abbiamo trovato uno che l’impresa l’ha già fatta: Marcello Diomedi, ex terzino, classe 1942. Siamo riusciti a contattarlo e fare due chiacchiere con lui.

Cito il suo post su Facebook: Sossio Aruta ha detto che vuole fare un minuto in Serie A col Benevento per poter essere l’unico giocatore ad aver giocato in ogni categoria, ma lo ha fatto anche lei. 
“Sì, l’ho fatto anche io, ma naturalmente auguro di riuscirci anche ad Aruta. E soprattutto mi piacerebbe conoscerne altri, se ce ne sono”

Ne abbiamo trovati due: Pagano e Martorella. Martorella ha addirittura segnato almeno un gol in ogni categoria.
“Alt: l’ho fatto anch’io, nonostante fossi un terzino e noi terzini non è che solitamente facciam tanti gol (ride n.d.r)”.

1-0 per lei, ma iniziamo per davvero: a microfoni spenti mi raccontava che il professionista non lo voleva fare.
“Ma va là, assolutamente no. Io mi divertivo a giocare, mi piaceva e basta. Mi ci sono trovato per caso a fare il professionista. Tutto è iniziato quando ero a Porto San Giorgio in villeggiatura: lì mi videro giocare e decisero di prendermi. Mia mamma non mi ci voleva mandare perché dovevo assolutamente prendere il diploma. Ma alla fine trovammo un compromesso e mi presi questo diploma: la mattina studiavo, di pomeriggio mi allenavo. Poi iniziai a lavorare e giocare, fino a quando non sono finito in Serie C. Tenga presente che io la Serie C la rifiutai due volte, proprio perché non avevo intenzione di fare il professionista”.

Poi cosa è successo?
“Poi avevo due possibilità: o al Prato o alla Ternana, e decisi di andare a Terni. Lì feci un bel campionato e mi guadagnai la Fiorentina, e così riuscì a togliermi lo sfizio di fare la Serie A. Nel novembre successivo, però, ebbi uno scontro con il presidente –  e all’epoca i presidenti erano padroni, decidevano tutto – dunque dovetti andar via. Firmai subito col Bari che era ultimo in Serie B e da allora iniziò una cavalcata che ci portò a sfiorare la Serie A. Una rimonta pazzesca che si interruppe alla fine con il Verona: ci bastava anche un pareggio, e invece perdemmo in casa. Ma in Serie A ci andammo l’anno dopo, e di Bari ricordo cinque anni splendidi”

A un certo punto, però, lei molla tutto e scende di categoria.
“Sì, a me è sempre interessato divertirmi. Dopo Bari, sono andato alla Fermana in Serie D perché era vicinissima a casa mia. Accendevo la sigaretta quando partivo da casa e la spegnevo negli spogliatoi, era piuttosto comodo”.

Fumava molto?
“Ho fumato per 37 anni. Gliel’ho detto, io la mentalità del professionista non ce l’ho mai avuta. Gli allenatori spesso mi dicevano: ti dovrei rimproverare perché non ti comporti da atleta, ma te corri più di tutti, che ti posso dire? Probabilmente senza il fumo avrei corso ancora di più, alcuni me lo dicevano, ma non mi è mai importato: mi divertivo così”.

La generazione di cinquantenni di Bari la ricorda ancora come uno che sarebbe potuto essere più forte di Cafù.
“Ah, non lo so questo. Di sicuro le posso dire che mi son sentito dire più volte che avrei potuto fare molto di più, ma la verità è che io non rimpiango niente: volevo divertirmi, ho fatto tutte le categorie, ho conosciuto gente fantastica, mi son sempre trovato bene con tutti. Nel calcio sono arrivato dove volevo arrivare e la mia vita mi sta bene così. Ho una famiglia abbastanza serena, faccio il nonno, ho cinquantadue anni di matrimonio alle spalle. Dico che è serena solo ‘abbastanza’, perché qualche tempo fa è venuta a mancare mia figlia, e quella è l’unica cosa che veramente la vita mi ha tolto”.

In questo momento l’intervista subisce uno stop: lui dice questa frase inaspettata, piove come un fulmine a ciel sereno nel suo discorso, e incontra un mio prolungato momento di silenzio. Mi chiede se sono ancora in linea, gli dico di sì e come se nulla fosse, riprende a parlare: “Comunque riflettevo sul fatto che oggi tutti questi percorsi dalla Terza Categoria alla Serie A mi sembrano impossibili da replicare: oramai i calciatori son polli di allevamento, vengono presi dal settore giovanile e se sono pronti vanno in Prima Squadra, altrimenti marciscono nelle serie minori e non risalgono”.

Ma a lei piaceva respirare più l’aria dei professionisti o delle serie minori?
“Non so dirglielo, è stato tutto così bello, nella sua diversità. Però ricordo una cosa in particolare: quando la mia carriera stava finendo, andai in Prima Categoria e quando arrivai alcuni mi davano del fallito, pensavano fossi andato lì per svernare. In realtà non prendevo soldi, spesso mettevo la mia auto a disposizione per le trasferte – non giravano soldi ovviamente –  e insieme a un altro ex professionista portavamo le merende ai ragazzi. Eravamo delle chiocce per loro, cementammo un gruppo. E queste sono le cose belle del calcio”.

 

 

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