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Confessione di un non-juventino sull’abbraccio tra Buffon e Chiellini a Wembley

Non tifo per la Juventus, e non sapete quanto mi stia costando scrivere queste parole.

Non sono juventino e Dio solo sa quanto mi costi scrivere queste parole, ma c’è stato un momento della partita di Wembley in cui ho pensato, giuro per soli cinque secondi, “sono italiani come me”. È stato il mio sliding door, un moto di orgoglio nazionale che mio padre ha provato, invano, a trasmettermi. Quei cinque secondi partono da quando Chiellini spazza un pallone velenoso in calcio d’angolo e finiscono quando Buffon lo abbraccia come se avessero vinto la coppa. Il dettaglio è lo sguardo di Harry Kane: li osserva come un inglese guarderebbe un italiano “che vince partite di calcio come fossero guerre” (cit) e capisce che non la pareggerà.
Ora, alla maggior parte dei non juventini Chiellini e Buffon non staranno simpatici, ma adesso guardate le vostre squadre. 

Ditemi se ci trovate giocatori che hanno ancora questa fame di vincere. Che con questo urlo salvaguardano una partita al minuto 78. Di fatto scrivono la parola fine alla partita, la segnano. Danno un’epica al successo di chi non è mai sazio, mai domo. E ditemi se non invidiate alla Juve due giocatori così affamati, se non vi sentite orfani di queste personalità, perché io sì, ne sento la mancanza. Ma allo stesso tempo mi sono sentito orgoglioso. Non al gol di Higuain. Non al gol di Dybala. Ma alla scivolata di Chiellini. Perché quella scivolata che è sempre in bilico tra l’autogol e il miracolo è il nostro marchio di fabbrica; l’ho riconosciuto, ne ho quasi sentito l’odore. E come mai mi era successo nella vita, in un abbraccio tra Buffon e Chiellini, la maglia bianconera mi è sembrata azzurra. Per soli 5 secondi, lo giuro.

 

 

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