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La fine di Ibra

Un mito del nostro calcio finisce in MLS a svernare come tutti gli altri, e questo da lui non ce lo saremmo aspettati.

Zlatan Ibrahimovic è l’unico calciatore da cui io abbia sempre preteso la presunzione. L’ho sempre voluta vedere, toccare con mano, e quando dico che l’ho sempre voluta vedere intendo sul campo.
Quello che Zlatan dice è solo una piccola parte della megalomania di quest’uomo, è solo il modo in cui ha deciso di comunicarla a tutti, ma penso che in campo sia un giocatore divertente da guardare proprio per la costante coerenza con cui alza il suo livello di presunzione, e puntualmente la giustifica. In poche parole tutti amano la presunzione di Ibra perché è l’unico tra i presuntuosi a potersela permettere. Prima di dirvi perché sono deluso da Ibra, vorrei fare una bella premessa servendomi di due suoi gol.

Ibra nasce nell’epoca dei marziani – di Ronaldo e Messi – eppure trova il modo di diventare leggenda pur senza aver mai alzato una Champions, pur senza aver mai vinto un Pallone d’oro.

Un gol del genere è uno dei motivi per cui a ottant’anni voi non vi sarete dimenticati di Ibrahimovic: ovvero la capacità straordinaria di prevedere quello che avrebbe fatto il portiere e beffarlo nei modi più assurdi, forse per dare argomenti a sostegno della sua presunzione. Questa, che è forse la giocata per eccellenza dello svedese, è un’ottima testimonianza: la palla resta a metà strada tra lui e il portiere avversario, e nel momento in cui capisce che l’estremo inglese respingerà di testa, lui fa un passo indietro e già prepara mentalmente la rovesciata, prima di sparare il colpo con un’eleganza straordinaria.

Ma anche nella nefasta partita del 2004 contro di noi, Ibra ha anticipato una costante della sua carriera, e cioè leggere le uscite dei portieri e beffarle nel 99% dei casi nei modi più fastidiosi per gli avversari. Uno che fa gol del genere non può essere contestato per la sua presunzione, in nessun pianeta.

Ibrahimovic ha dimostrato di essere tra i più grandi di sempre, con la sua sete di vittorie, con la sua competitività, con la sua capacità di non mollare mai un colpo, e la notizia del suo trasferimento in MLS, ai Los Angeles Galaxy, ci lascia sgomenti. Ci ha sempre abituati alla bellezza in campo, tanto che quando mi ricordavo che avesse 33-35 anni mi chiedevo come fosse possibile essere ancora a quei livelli. Come faceva ad essere così dominante, così bello da vedere e così decisivo alla sua età? Me lo sono chiesto per qualche stagione, e poi è venuta la risposta della natura. Ibra si è fatto male con la maglia dello United, e quell’infortunio ha segnato un passo nella sua carriera. È rientrato, ma ha perso lo smalto, come ovvio che fosse a 37 anni. Dopo aver retto quei livelli tutti gli anni.
Ora: lungi da me dire a Ibra quello che deve fare della sua carriera e non c’è cosa più sbagliata che dire a un atleta il momento in cui deve lasciare. Lo saprà da solo, penso.
Ma Ibra è l’ultimo calciatore che avrei mai immaginato in MLS. L’ultimo calciatore per cui avrei detto: finirà a svernare a Los Angeles. Finirà a lottare in campionati poco competitivi, poco stimolanti. E forse la delusione è figlia di una cosa sola: è stato talmente bello vederlo giocare, sentire la sua presunzione, che l’idea di finire in un campionato piatto a fare cose piatte, mi turba. E non poco.

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