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Moacir Barbosa: la vita dell’uomo “responsabile” del Maracanazo

“In Brasile la pena massima per un crimine è di 30 anni. Io ne sto scontando oltre 40 per un crimine che non ho mai commesso”

Questa è la storia di un uomo che è “morto due volte”. La storia di Moacir Barbosa, il portiere del Maracanazo.

Il popolo brasiliano visse la sua tragedia sportiva più grande (uguagliata probabilmente dal “Mineraizo” del 2014) durante i Mondiali del 1950, giocati in casa. Il dittatore Getulio Vargas volle rafforzare la sua leadership organizzando la quarta edizione della Coppa del Mondo proprio in Brasile. I carioca, che bene avevano figurato pur senza vincere nelle edizioni precedenti alla Seconda Guerra Mondiale, disponevano in quell’anno di una formazione di tutto rispetto: nomi come la punta di diamante Ademir, il centrocampista tecnico Zizinho (idolo in gioventù di Pelé) e in porta proprio lui: Moacir Barbosa. Uno dei portieri più forti al mondo, c’è chi giura di non averlo mai visto sbagliare una partita prima di quel lontano 16 luglio del ’50.

Nato a Campinas (provincia di San Paolo), fin da piccolo si fece notare per le sue grandi doti di portiere. Ruolo da sempre un po’ snobbato dai bimbi di tutto il mondo, figuriamoci in Brasile la patria del “fùtbol bailado”. Da bambino Moacir si esercitava a parare i tiri dei propri compagni a mani nude, senza guanti. Guanti che da piccolo non poteva permettersi la cui mancanza, però, gli permise di affinare la tecnica della presa sicura. Una volta diventato professionista Moacir si vantò di questo rifiutando sempre gli “attrezzi del mestiere”: “Così da sentire meglio il pallone”. 

All’età di 23 anni Barbosa difendeva già i pali di una delle squadre più forti del Brasile, anzi la più forte di quell’epoca, il Vasco da Gama. Collezionò quattro campionati carioca e coppe varie tra cui l’antesignana della Copa Libertadores del 1948. Moacir Barbosa arrivava ai Mondiali del 1950 coi galloni del titolare inamovibile, del fuoriclasse dei pali, nel pieno della maturità fisica e mentale.

In un campionato del Mondo che di fatto fu una specie di girone, i brasiliani nell’ultima partita del 16 luglio avrebbero potuto pareggiare contro l’Uruguay e sarebbero comunque divenuti campioni. Ma gli oltre 200 mila del leggendario Maracanà presenti quel pomeriggio infuocato, chiedevano l’ennesima vittoria sugli scomodi vicini di casa.

Gli uruguaiani, partiti con gli sfavori del pronostico, lo sapevano e si permisero una tattica prettamente difensiva per contrastare la Diagonal (una sorta di 4-2-4) del maestro Flavio Costa, tecnico dei padroni di casa. Il Brasile macinò gioco e occasioni e si trovò addirittura in vantaggio all’inizio del secondo tempo grazie ad un gol di Friaça. L’Uruguay però a sopresa pareggiò i conti quando mancavano circa 20 minuti dal termine dell’incontro. L’ala della Celeste Ghiggia ebbe un’illuminazione vedendo la tattica difensiva dei brasiliani molto folta: chiese a Peréz di triangolare con lui mettendo fuori gioco il terzino Bigode e fregando sul tempo il difensore Augusto. A quel punto alzò la testa e vide solo in area Schiaffino che trafisse Barbosa incolpevole. Era il 66° e il chiassoso Maracanà si ammutolì.

Il Brasile subì emotivamente quel gol e, per non scontentare i 200 mila tifosi sugli spalti, si riversò nell’area dell’Uruguay per tentare il gol della vittoria. Ghiggia decise di replicare l’azione del gol del pareggio: scambio con Peréz, fatti fuori due avversari, si ritrovò sulla destra e alzò gli occhi per cercare in mezzo un compagno. Moacir Barbosa rivide davanti l’azione precedente e volle giocare d’anticipo: in mezzo c’era ancora Schiaffino che attendeva il pallone. Barbosa fece un passo in quella direzione e fu a quel punto che Ghiggia cambiò idea e decise di andare al tiro. Fu una frazione di secondo, un’indecisione che costò la Coppa del Mondo al Brasile e la “condanna” di Moacir Barbosa che prese gol sul suo palo.

“Era tutto previsto tranne il trionfo dell’Uruguay” (Jules Rimet)

Barbosa fu dichiarato resposabile di quella sconfitta dal sapore della tragedia (si parlò di una quantità elevata di suicidi in Brasile dopo quella partita). Non fu la fine della sua carriera, Moacir continuò a giocare in nazionale e a vincere qualche altro campionato. Il tutto però tra l’indifferenza generale. La leggenda volle che i legni della porta del Maracanazo fossero sostituiti da una nuova porta in metallo per esorcizzare quella partita. E che lo stesso Barbosa chiese quei legni per bruciarli definitivamente, sperando di aver chiuso i conti con i suoi fantasmi.

Barbosa raccontò di una signora al supermercato negli anni ’80 che, vedendolo, si rivolse al figlio al seguito: “Lo vedi quell’uomo? Ha fatto piangere tutto il Brasile”.

Nel 1993 cercò invano di mettersi in contatto con la Nazionale verdeoro per augurare “buona fortuna” in vista delle eliminatorie per i Mondiali in Usa del 1994. Ma le autorità calcistiche brasiliane gli vietarono l’ingresso.

Dimenticato dal mondo del calcio, ospite a casa di una cognata, Moacir Barbosa dopo quel rifiuto di salutare Romario, Bebeto e i futuri campioni del Mondo espresse quell’amara constatazione: “Sto scontando un crimine mai commesso da ormai 43 anni”. La carriera di Moacir Barbosa, un calciatore di fama, vincente e nel pieno della sua forma terminò, per una frazione di secondo e per una piccola indecisione (oltre alla non troppo celebrata furbizia di Ghiggia), nella polvere. Prima venne odiato, poi finì nell’indifferenza. E morì solo il 7 aprile del 2000, a 50 anni dal Maracanazo. Quattordici anni prima della seconda tragedia sportiva più incredibile del Brasile. Forse, solo dopo quel giorno, l’anima di Moacir poté davvero riposare in pace.

 

FONTI: uomonelpallone.it 

 

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