Perché il Genoa reclama ancora oggi lo scudetto del 1925

Dopo una settimana di polemiche su Inter-Juventus ho visto uno striscione nella curva del Genoa che mi ha fatto davvero sorridere: Giustizia per lo scudetto 1924/25.
Io pensavo potessimo archiviare il rosso a Vecino, quello mancato a Pjanic e invece da qualche parte c’è ancora qualcuno che reclama titoli di anni fa. Ve lo immaginate qualcuno che tra novant’anni ancora polemizza sul rigore di Ronaldo?
Poi, però, passato il sorriso sono andato a vedere perché i tifosi del Genoa stessero pensando a un titolo che neanche hanno vissuto dal vivo e, per quanto vecchia sia, effettivamente la storia merita di essere raccontata: vi dico solo che il The Guardian ha ribattezzato il furto della stella (sarebbe stato il decimo scudetto per il Genoa) come una porcheria mai vista.

Premessa: il campionato del 1924 è molto diverso da come lo intendiamo ora. Ci sono Lega Nord e Lega Sud, e quella tra Bologna e Genoa è la finale di Lega Nord di quell’anno. La vincente sfida solo in seguito i campioni della Lega Sud, ma nel 1924 il livello delle squadre del Sud è infinitamente più basso di quelle del Nord. Insomma, sono partite pro-forma: la vincente tra Bologna e Genoa si sarebbe assicurata di fatto lo scudetto grazie a finali di andata e ritorno.
Sfide combattute, equilibrate, da lottarci su ogni pallone. Molto brevemente: il Genoa vince la gara di andata a Bologna e poi con troppa convinzione dei propri mezzi si rilassa e perde in casa il ritorno, rendendo necessario uno spareggio in campo neutro. È qui che arrivano i problemi.
La finalissima si gioca a Milano e più di ventimila tifosi si riversano allo stadio. Non stiamo parlando di San Siro, dunque ventimila persone stipate nel campo designato per la finale non sono il massimo della sicurezza. Sicurezza che all’interno del campo è inesistente (fuori invece ci sono i carabinieri a cavallo, non molto meglio), tanto che i tifosi del Bologna sfondano le recinzioni e armati di pistole e rivoltelle entrano in campo posizionandosi alle spalle della porta.


Alle 16.30 entra in campo l’arbitro, l’avvocato Mauro, e non ci mette molto a pensare che quella non è proprio la situazione ideale per far giocare una partita di calcio. Il suo inconscio, però, gli impone di pensare che non è neanche la miglior situazione per rinviarla (genererebbe il triplo di quel caos) e così, dopo esser riuscito a far allontanare di poco i tifosi, dà il via alla partita dietro una condizione: se al quindicesimo non arrivano degli agenti di polizia lui sospende la gara.
La partita è paradossalmente tranquilla e anche se dopo un quarto d’ora non c’è l’ombra di un poliziotto, Mauro si fa trascinare dal buon senso e lascia giocare fiducioso. Perché rimandare a casa tutta quella gente che si sta godendo con disciplina la partita? Alla fine del primo tempo, sempre molto corretto, il Genoa è avanti due a zero, sta dominando in lungo e in largo la partita. Nulla sembra poter andare storto.
Poi inizia la ripresa e le cose cambiano, qualche spettatore inizia ad avvicinarsi nei pressi della bandierina del calcio d’angolo. L’arbitro richiama l’ordine, ma nessuno gli dà retta.
Al 16′ della ripresa l’evento che apre la catastrofe: il portiere del Genoa respinge in corner un tiro dalla distanza, uno spettatore lo rimette in gioco e tale Muzzioli del Bologna la spinge in rete. Altre fonti dell’epoca dicono che la controversia riguardi un cross del Bologna finito sull’esterno della rete che, bucata, ha permesso al pallone di entrare in porta.
Ad ogni modo Mauro non esita un secondo: è calcio d’angolo. Il pubblico non esita mezzo secondo: è invasione. Tutti accerchiano l’arbitro, lo sovrastano, soffocano qualsiasi spazio. Pare che la protesta fosse comandata da Leandro Arpinati, gerarca fascista e amico di Mussolini e così di punto in bianco la magia: il gol viene convalidato.
Nonostante la costrizione Mauro avvisa il capitano del Genoa che quella che si sta giocando è una partita irregolare sin dall’inizio, non deve preoccuparsi: il campionato andrà al Genoa a prescindere. Così i rossoblù neanche protestano sul gol del 2-2 del Bologna, viziato da un fallo evidente di un attaccante del Bologna ai danni del portiere (gli trattiene la maglia e segna).
Finisce 2-2 e le squadre non rientrano neanche in campo per i tempi supplementari. Proteste da ogni lato: il Genoa sostiene sia una gara irregolare, il Bologna vuole la vittoria a tavolino per il rifiuto degli avversari (“Dovete sottostare alle decisioni arbitrali”, dicono) e il pubblico vuole vedersi la partita. Ma niente da fare: l’arbitro si riveste, i giocatori pure e tutto finisce lì.

Il Genoa torna a casa convinto di avere un titolo in mano, glielo aveva assicurato l’arbitro, ma dopo qualche giorno scopre la sorpresa: multa per il rifiuto di giocare i supplementari e quarta finale da giocare in campo neutro a Torino per assegnare questo benedetto scudetto.

La quarta finale presenta altri due problemi: finisce di nuovo in pareggio anche dopo i tempi supplementari (1-1, se solo avessero saputo dell’esistenza dei rigori!) ma soprattutto è preludio a una sparatoria organizzata dagli squadristi fascisti contro i tifosi genoani. Il teatro è la stazione di Porta Nuova, dove i fascisti – una volta partito il treno, di qualche minuto in anticipo rispetto a quello dei liguri – fanno partire diversi colpi di pistola verso il binario opposto. Il bilancio è di soli due feriti, ma la paura inizia ad essere tanta.
Il Genoa si rifiuta di giocare una quinta partita se prima non si identificano i colpevoli – i treni sono organizzati dalle società, dunque il Bologna conosce perfettamente i nominativi dei passeggeri. Ma i colpevoli non si trovano e in assenza di questi, il Genoa si rifiuta di giocare, sentendosi vittima di un complotto architettato per deciderne la sconfitta, e all’inizio le cose sembrano anche andar bene: la Federazione fa una delibera dove dice che il Bologna deve pagare una multa molto saata e che potrebbe essere squalificato dalle manifestazioni sportive.

 


Ma più passano i giorni e più si allontana una decisione definitiva – squalifica sì, squalifica no, quinta finale sì, quinta finale no – così il Genoa scioglie la squadra e va in vacanza. Cosa che non fa il Bologna, che in anticipo riesce a sapere se e quando si giocherà la quinta finale. Sì, perché alcune pressioni di stampo squadrista (un esempio nella foto di Pianeta Genoa poco più su) hanno nell’ordine: cancellato la multa al Bologna, annullato la delibera e stabilito a Milano un altro incontro a porte chiuse (ci saranno comunque 150 fascisti armati, ma dettagli).
Così dalla sera alla mattina la Federazione avverte il Genoa che il giorno dopo deve scendere in campo, pena la radiazione.
La quinta finale è senza storie: il Genoa non è più in forma, è scosso da ciò che è successo e il Bologna va sul velluto, si assicura lo scudetto con un 2-0 perentorio.

Certo, è una storia molto vecchia e discussa – oggi ancora se ne parla, i genoani vogliono lo scudetto, i bolognesi rivendica la storia – ma converrete che sia stato un campionato molto più incasinato rispetto a una mancata espulsione a Pjanic.

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