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È il momento degli applausi. Grazie, Gigi

Ha segnato un’intera generazione, probabilmente anche due. Lascia la Juventus con la consapevolezza di esser stato il più grande portiere del calcio moderno. Gianluigi Buffon non ha bisogno di etichette, né di ostentare il proprio palmares per dare l’idea al mondo di cosa rappresenti per il calcio, e in particolare per il contesto italiano, il proprio addio. Lo ha annunciato in conferenza stampa ieri, con il nodo in gola, lo stesso di Andrea Agnelli, che lo ha abbracciato come un fratello maggiore. Come un presidente abbraccia il capitano. Di fronte all’ex compagno Nedved, al direttore Marotta, e al successore Giorgio Chiellini, destinato a diventare il prossimo capitano della Juve.

MA BUFFON NON È LA JUVENTUS

È molto di più. È un pezzo di calcio italiano. È l’emblema del calcio italiano dalla metà degli anni ’90 alla fine del primo ventennio del 2000. Non solo per le 176 presenze con la maglia della Nazionale (record assoluto), e per il mondiale vinto da protagonista. Per quello che ha rappresentato per l’intero movimento, e per quello che continua a rappresentare a 40 anni. Più capitano dell’Italia, che capitano della Juventus, in una nazione “normale”. Lontana da campanili eccessivamente alti e puerili odi trascendenti in ogni campo. Persino nel riconoscimento di un’icona.

La parata di Buffon su Zidane in finale mondiale a Berlino nel 2006.

L’UOMO E IL PORTIERE

Prima Parma, poi Juventus. Prima la Coppa Uefa nel Parma dei miracoli d’Europa, poi il dominio, la retrocessione dopo calciopoli, i sette scudetti consecutivi (che aggiunti ai due dell’era pre-calciopoli diventano 9, record assoluto nel calcio italiano). Andata e ritorno, senza sosta. Nel mezzo, in più di 20 anni di carriera, la crescita, la maturità acquisita. Dal numero di maglia 88 a qualche scivolone qua e là, che fuori dal campo saranno pure concessi a chi in campo non è scivolato mai. E oggi conta questo. Solo questo. L’Italia del calcio ha visto un ragazzo di 18 anni caricarsi tutto sulle spalle e diventare uomo. Con qualche eccesso, qualche sbaglio: ma in 20 anni chi non ha mai sbagliato? E chi non è cresciuto?

 

Una parata di Buffon in una delle tre finali di Champions League perse. (Berlino 2015)

“PERÒ…”

Vietato dire “però…”. Non è il momento, non ancora. Buffon dovrà godersi lo stadio, come gli ha suggerito Agnelli in conferenza. Lo stadio si godrà Buffon, il portiere più forte della storia del calcio, a dir di molti. Per l’ultima volta. Questo è il momento di uscire di scena, perché la passerella a Torino con la nazionale proprio non gli va. Vuole salutare così. Con gli applausi, con gli attestati di stima, con gli occhi pieni di parate e ghigni, esultanze e lacrime (basti ricordare le tre finali di Champions League perse con la Juventus). Per le storie vecchie, passate, già infognate in un mare di provincialismo calcistico, ci sarà tempo poi. Quando la storia prenderà campo, nel raccontare il personaggio, prima che il portiere. Oggi va in pensione (o all’estero, come sembra: lo deciderà entro metà della prossima settimana) il portiere della squadra campione d’Italia per 7 volte di fila, e campione del mondo nel 2006. Già, il portiere.  Non è ancora il tempo delle polemiche, dei “però”. Questo è il tempo degli applausi, che vogliono dire solo: “Grazie, Gigi”.  Di tutto, per tutto, e nonostante tutto. E chi lo applaude oggi lo sa che, forse, un portiere così non lo vedrà più.

 

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