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Il Bomber della Domenica: Fernando Torres e le bandiere ancora alte

Il calcio è tanto cambiato negli ultimi anni da aver sempre più allontanato dall'immaginario il concetto di bandiera. Ma quando di fronte ne hai una vera non puoi che riconoscerla.

Di omaggi nel mondo del calcio ne vediamo tanti. La passione viscerale per il gioco e per i propri colori spinge i tifosi a lasciarsi trasportare dalle emozioni più forti quando a lasciare è un calciatore con il quale, in qualche modo, hanno condiviso una parte della propria vita.

L’individualismo e gli interessi più venali hanno però sempre più annacquato il significato del termine “bandiera”, rendendolo ormai fuori moda e fuori tempo. E se gli stimoli per i calciatori sono parecchio distanti da quest’idea, le bandiere possono decretarsi ammainate.

Tutto giusto, almeno fino a quando non te ne trovi davanti una. Vera e inconfondibile. Fernando Torres è la bandiera dell’Atletico Madrid. Lo era a 17 anni, lo era ieri durante uno dei più toccanti e centrati discorsi d’addio della storia di questo gioco, e lo sarà a 50.

Non è una questione di numeri. A parte quello di più giovane debuttante e più giovane capitano, Torres non potrà vantare nessun record personale con i biancorossi. Non è il giocatore ad aver segnato più gol né quello ad aver giocato più partite o ad aver conquistato più titoli (come noto l’Europa League di mercoledì è stato il suo primo), perché nel suo miglior momento come in quello della scalata al grande calcio dei Colchoneros anni duemila, lui non c’era.

Se n’era dovuto andare al Liverpool per una cifra record, con il Club del cuore in piena crisi finanziaria. “Per due volte ho sacrificato quello che amo di più per il bene del club e cioè giocare qui, ma lo farei una terza e una quarta volta. Voglio il meglio per l’Atletico e penserò sempre prima al club e poi a me” diceva pochi giorni fa quando già sapeva che la sua avventura da calciatore dell’Atletico si sarebbe conclusa una volta per tutte.

Questo significa essere una bandiera. Avere il tuo Club in testa e nel cuore sempre e comunque, in ogni espressione della tua vita sportiva e non. Quando lo hai riportato nella massima serie da predestinato del gioco, tanto come nel momento in cui lo osservi e lo vivi da duemila chilometri di distanza o, come accadrà dall’anno prossimo, ben di più. Nel buen retiro americano che toccherà anche al Niño.

Di un discorso fiume, come detto, pronunciato di fronte a un Wanda Metropolitano gonfio di una commozione e un trasporto sinceri come mai, rimane una frase tanto semplice quanto rivelatrice di ciò che stiamo provando a spiegare:

“Ringrazio mio nonno – dice Torres prima di interrompersi in un breve pianto – che mi ha fatto il regalo più grande che si può fare a un bambino. Farmi dell’Atletico.”

Sipario.

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