“Scusi, è qui il Mondiale?” alla scoperta di Panama

Gomez, Penedo, Perez, Torres, Tejada, Baloy, Cooper, Quintero, Godoy, Machado, Torres, Cummings, Davis, Arrojo, Calderon, Barcenas, Ovalle, Pimentel, Murillo, Escobar, Diaz, A. Rodriguez, J. Rodriguez. In rigoroso ordine decrescente di presenze accumulate in Nazionale, ecco i rappresentanti di Panama in Russia 2018. Bene, ora alzi la mano chi conosce vita e carriera di almeno uno dei 23 calciatori succitati o chi li ha visti giocare. Bene, aula vuota. Possiamo partire alla scoperta di una delle due esordienti in Coppa del Mondo.

Qualificazione con giallo

Eppure, questo istmo di terra che collega America Centrale e America Meridionale è approdato in Coppa del Mondo non proprio con tutte le simpatie dei diretti concorrenti. Il peccato originale? Risiede nella rete che ha permesso agli uomini del Ct Gomez di qualificarsi per Russia 2018 a discapito di una big della CONCACAF come gli Stati Uniti. 11 ottobre 2017, spareggio contro Costa Rica: avversari grazie al gol di Venegas. Al 7′ del secondo tempo, sugli sviluppi di un calcio d’angolo in favore dei padroni di casa, il pallone si ferma sulla linea di porta (senza mai varcarla) per poi terminare sul fondo: il (non) gol viene assegnato a Gabriel Torres. Il Panama vincerà 2-1 al minuto 88 (rete di Roman Torres) raggiungendo lo storico traguardo. Per Los Canaleros questo Mondiale saprà di leggenda: mettetevi voi nei panni di una nazione di meno di un milione di abitanti, sin qui famosa solo per un Canale che si percorre in 10 ore circa ed evita alle navi dirette da porti del Pacifico a quelli dell’Atlantico e viceversa la circumnavigazione dell’America Meridionale, o per i cappellini di paglia tanto in voga nel corso dell’estate. In tasca il pass per la Russia, in testa un sogno. Quello di far parlare di se anche dopo il mese mondiale.

Grande sorpresa, grande progetto

Ma quella di Panama è una storia che non può certo far rima con improvvisazione: già, perché le radici di questa prima qualificazione per una Coppa del Mondo sono lontane. E affondano negli anni ’70. Alla base c’è un italiano: Giancarlo Gronchi, nato nel 1930. E arrivato in America dalla Toscana – Montopoli, piena valle dell’Arno – con la sua famiglia, completata dalla moglie Lina e i figli Gianluca e Giampaolo. Commerciava pelli, tifava Juventus e nel 1984 decise di fondare il Tauro Fútbol Club. Era l’alba di un ciclo vincente nel calcio panamense, maturato attraverso 12 campionati, 8 secondi posti, la partecipazione alla Champions delle Americhe, la CONCACAF, sfidando top club messicani. Un’eredità importante, passata al figlio Gianpaolo e passata per l’intitolazione di uno stadio da 32mila posti a Gronchi senior. Paradosso nel paradosso: per un’Italia assente dai Mondiali 60 anni dopo l’ultima volta, una nazionale – quella di Panama – che ci arriva al culmine di un percorso avviato da un italiano.

Paradiso fiscale? Non solo

Non solo un paradiso fiscale, come da tradizione popolare. Nella programmazione sportiva di Panama scorre sangue americano, improntato all’organizzazione e alla divisione di compiti. Trent’anni fa, nel 1988, è stata fondata l’ANAPROF, l’Associazione Nazionale Pro Fútbol: dal 2007, invece, la massima serie di Panama gioca con la formula di Apertura e Clausura. La Federazione calcistica locale, poi, si è aiutata negli ultimi anni con delle consulenza esterne di pregio: Vincent Candela e Ivan Zamorano, per dire due nomi, sono stati ospiti della FEPAFUT per tenere corsi sulla gestione e l’organizzazione di gioco.

Nel nome di Henriquez

A disposizione del colombiano Hernan Dario ‘Bolillo’ Gomez non ci sono nomi di rilievo: spicca il portiere Jaime Penedo, classe ’81, passato dal Cagliari senza mai esordire tra il 2004 e il 2005. Gabriel Torres (Losanna) e Fidel Escobar (Sporting Lisbona) sono i nomi di maggior pregio nella rosa della “Marea Roja”. Che giocherà anche nel segno del ricordo: quello di Amilcar Henriquez, 33 anni, regista della Nazionale fino all’aprile 2017, quando fu assassinato a Colon, una delle città più violente del Paese nonché centrale del narcotraffico e in preda alla guerra tra bande: un uomo scese da una macchina e sparò a più riprese contro il calciatore, padre di tre figli. Una vita freddata, sintomo di un Paese e una squadra traumatizzati dall’episodio di cronaca nera. Anche il ricordo di «Mickey» Henriquez rende l’impresa mondiale ancora più grande. E complicata da raccontare.

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