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Storie Mondiali

Droga nelle maglie e nelle coppe: Russia, Mondiali stupefacenti

Droga nelle coppe in Argentina, cocaina pura nelle divise in Colombia: calcio e spaccio, un binomio sempre più utilizzato dai malviventi.

Che la Coppa del Mondo di Russia 2018 avrebbe potuto riservare delle sorprese sul campo, con le mancate partecipazioni di Italia e Olanda e un momento di ricambio generazionale diffuso nell’aria, era materia prevedibile. Che i Mondiali sarebbero stati stupefacenti, in tutti i sensi, meno. Ma le cronache che in questi giorni arrivano dal Sud America lo fanno pensare. Eccome, se lo fanno pensare.

DALL’ARGENTINA CON AMORE

A Buenos Aires e dintorni, è risaputo, attendono di sollevare nuovamente la Coppa del Mondo dal lontano 1986, quello della Mano de Dios. Allora Diego Armando Maradona era in campo, oggi invece celebra la sofferta qualificazione di Messi e compagni agli ottavi di finale festeggiando con due dita il 2-1 sulla Nigeria. Altri tempi, altri protagonisti. E altri racconti collaterali. Come quello arrivato da un piccolo gruppo di narcotrafficanti (4 uomini e 2 donne) che è stato fermato nelle scorse ore nei confini argentini. Il loro piano? Semplice ma diabolico, almeno nei pensieri. Spacciare droga attraverso il simbolo della competizione  in corso in Russia.  Le dosi di stupefacenti da spacciare erano infatti contenute all’interno di repliche della Coppa del Mondo: un espediente, quello adottato dai narcos, che ha insospettito alcuni agenti di polizia ai varchi di controllo aeroportuali.

Aprite quella valigia, grazie.

Una richiesta dal sapore di sentenza. I bagagli trasportati dalla mini-banda hanno infatti presto rivelato il loro contenuto: all’interno delle repliche del trofeo più ambito dalle nazionali di tutto il globo le forze dell’ordine hanno trovato circa 20 kg di marijuana, 10 di cocaina e 1800 dosi di un mix di crack e cocaina conosciuta in Argentina come “Paco”: un piano che aveva fruttato a chi l’aveva ideato oltre 400.000 pesos argentini in contanti, rimessi poi in circolazione attraverso le vendite dei gadget legati ai Mondiali 2018. Ci hanno provato, ma la legge li ha messi in riga. Con tanto di ammonizione (è il caso di dirlo) da parte di Cristian Ritondo, ministro della sicurezza.

Questi spacciatori sono molto ingenui e non vanno ammirati: ora sono in galera.

COLOMBIA, OCCHIO A QUELLE MAGLIE

Se avete visto qualcuno strofinarsi naso e volto con una maglia da gioco della nazionale colombiana in giro per l’aeroporto di Bogotà, ecco, probabilmente non era un modo di curare una forma allergica. E’ possibile che anche costui fosse stato un acquirente di una delle 14 divise dei Cafeteros, perfettamente riprodotte, scoperte dalla polizia locale. Qui la fantasia dei narcotrafficanti è andata oltre quella dei “colleghi” argentini: le maglie, identiche a quelle indossate da James Rodriguez e compagni nel corso dei Mondiali 2018, sono state impregnate di cocaina liquefatta, allo stato secco del peso di cinque chilogrammi di cocaina pura. Valore sul mercato? Quello dell’ingaggio annuo di un calciatore di fascia alta. Oltre 3 milioni e 200mila euro. La destinazione era l’Olanda, esattamente Groningen. Quasi 11mila chilometri in linea d’aria.

Le maglie, stando a quanto dichiarato dalle autorità, erano dirette verso la Spagna e contenevano, a giudicare dal loro peso, circa 5 chili di cocaina. Per dimostrare la presenza di droga nelle maglie, gli agenti sfregano una sorta di tampone sul tessuto: un sistema sempre più utilizzato, quello di coniugare calcio e spaccio di stupefacenti, come spiegato dalle forze dell’ordine colombiane e dagli esperti della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga (DCSA). Il tabellone difficilmente le vedrà di fronte in Coppa del Mondo, dove l’Argentina affronterà la Francia negli ottavi di finale e la Colombia attende di conoscere il proprio destino nella terza e ultima sfida della fase a gironi contro il Senegal. Intanto, si “accontentano” di essere entrati nella finalissima del Mondiale sommerso. Quello degli stupefacenti. Che suscita curiosità per l’originalità, salvo essere poi (giustamente) punito dalla legge.

 

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