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L’infanzia terribile dei giocatori della Croazia

La squadra che ha portato la Croazia per la prima volta ad una finale dei Mondiali non è solo l’upgrade definitivo della generazione di talenti migliore della storia della Nazionale, ma anche un gruppo che tranne rare eccezioni ha iniziato ad amare questo gioco con il rumore delle bombe in sottofondo. Uno dei racconti che più sta girando sui social è quello di un Luka Modric bambino, che come a voler cancellare quell’ambiente ostile attorno a sé – quello di un albergo in cui la sua e altre famiglie si rifugiavano dalle bombe dei serbi, stiamo parlando della Guerra di Indipendenza Croata – si metteva lì e tutti i giorni dava dei calci al pallone. Lui contro il muro, da solo. Un mondo quasi alienante per un bimbo di otto anni, forse un modo per dimenticarsi che due anni prima i suoi occhi avevano visto il nonno ucciso dai serbi e che nel frattempo le visioni non erano diventate proprio dei film della Disney. Così lui si è messo solo a giocare, una risposta piuttosto carica di significato in mezzo a tutta quella polvere, e quando la situazione si è fatta più tranquilla il padre ha speso tutti i suoi soldi per dargli una possibilità: comprargli delle scarpe, rendere onore al suo talento. Il calcio per Modric è nato come mezzo per riscattare la sua vita, la sua infanzia, e non è stato lo scetticismo dei primi allenatori (“troppo magro”, “troppo timido”, dicevano) a fermarlo: «Dovete capire una cosa sulla gente croata. Dopo tutto quello che ci è successo, dopo la guerra, siamo più forti. Quello che abbiamo passato è stato molto duro. Oggi siamo persone difficili da rompere. E siamo determinati nel dimostrare che possiamo raggiungere il successo».

Ma come detto, eccetto pochissimi calciatori, tutti i presenti in Russia hanno vissuto storie simili, infanzie scritte da sceneggiatori diversi nello stesso contesto. Quella di Dejan Lovren è una storia altrettanto forte, tanto che piuttosto recentemente è stato pubblicato un documentario sul canale del Liverpool che lo vede protagonista in prima persona. Ventidue minuti nei quali racconta cosa significa essere un rifugiato. Lovren e la sua famiglia vivevano nel villaggio di Kraljeva Sutjeska, villaggio dal quale lui e la sua famiglia sono fuggiti – e dalle sue dichiarazioni capirete immediatamente perché: «Nei piccoli villaggi accadevano le cose più terribili. La gente veniva uccisa brutalmente. Il fratello di mio zio fu ucciso con un coltello davanti ad altra gente. È come se la guerra fosse accaduta ieri. È un tema molto delicato, perciò la gente cerca di non parlarne, è molto triste. Prima di realizzare questo documentario, mia madre mi ha detto: “Non dire nulla”. E io ho detto che invece l’avrei fatto, e lei si è messa a piangere. Lei ricorda tutto di quel periodo».

All’epoca Lovren era piuttosto piccolo, ma ha piena memoria di quello che accadeva: «Non abbiamo mai avuto problemi, andavamo d’accordo con tutti i vicini, che fossero musulmani, serbi, si parlava con tutti. E poi arrivò la guerra. Vorrei spiegare perché, ma nessuno lo sa. Successe e basta. Cambiò tutto in una notte, la gente stessa cambiò. Mi ricordo il suono delle sirene. Ero così spaventato che pensavo fossero bombe. Ricordo che mia madre mi prese e andammo nello scantinato, e non so quanto tempo rimanemmo lì seduti, rimanemmo fino a quando le sirene non smisero di suonare. Dopo, con mia madre, mio zio e sua moglie, salimmo in macchina e ci dirigemmo verso la Germania. Lasciammo tutto, la casa, il piccolo negozio alimentare che avevano. Presero una valigia e dissero semplicemente “andiamo in Germania”»
In Germania la famiglia si è stabilizzata dal nonno che lavorava lì con documenti regolari, ma sette anni dopo, a guerra finita, i tedeschi avevano dato due mesi di tempo alla famiglia per ritornare in patria. Così Lovren, che a quell’epoca giocava già per una piccola squadra di calcio e che aveva tutti i suoi amici in Germania, ha dovuto ricominciare tutto da capo in una Nazione che non conosceva, senza più degli amici e soprattutto senza ricordare una parola in croato. Problemi? Non pochi. Tra i tanti: parecchia discriminazione tra bambini, lunga fatica a reintegrarsi e tante botte subite.

Ma i giocatori croati di queste storie ne hanno a bizzeffe, e se riuscissimo a parlare con ognuno di loro – magari le riserve di cui poco si riesce a scoprire sul web –  troveremmo mille racconti a testa. E ce ne sono ancora: da Mandzukic, anche lui in Germania fino a fine guerra esattamente come Lovren (al suo ritorno i ragazzini croati devono essersi spaventati all’idea di provare a prendere in giro Marione), fino al difficile trasferimento di Corluka, emigrato in Croazia direttamente dalla Bosnia.
C’è anche l’eroe dei rigori Subasic: il padre del portiere è serbo ortodosso, la madre croata cattolica. Da molti croati Subasic è stato considerato quasi il nemico, il serbo, (suo suocero non voleva che la figlia lo sposasse perché un serbo in casa portava disonore) ma la realtà è che Subasic ha rinunciato ai legami di sangue (tutti i suoi avi erano ortodossi) per difendere i suoi ideali e i pali della porta della Nazionale. Dopo tutti i rigori che ha parato tra Danimarca e Russia, e le parate fatte in trenta minuti di supplementari su un infortunio qualcuno deve essersi ricreduto.

Oggi la Croazia ha una possibilità enorme di riscatto e ce l’hanno tutti quei ragazzi che hanno scoperto il mondo con le bombe: vincere la Coppa più importante, portarla a casa. Oggi la Croazia ha un gruppo che è arrivato alla sua massima espressione – difficilmente i prossimi mondiali ci riserveranno questo Modric, questo Rakitic, questo Mandzukic – e che deve portare a termine una missione, di uomini prima che di calciatori.

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