La versione di Giampaolo: “Il calcio in Italia? Un hobby come il burraco”

Marco Giampaolo è un tecnico sempre più stimato. L’impressione è che, nonostante non sia ancora arrivata, una grande occasione per lui possa ancora spuntare. Una parabola alla Sarri, per intenderci, con il quale il tecnico abruzzese condivide la fortunata militanza sulla panchina dell’Empoli.

E i toscani nel 2015 Giampaolo lo hanno davvero rilanciato, perché appena l’anno prima sedeva sulla panchina della Cremonese, addirittura in Lega Pro. Da allora di lui si è parlato con periodica insistenza per la Juventus prima, e per la Nazionale poi. Solo abboccamenti, a dire il vero, perché la dimensione della Sampdoria (allenata dal 2016) sembra proprio calzargli a pennello. Quell’aura di maestro Zen che guarda più in là della contingenza del risultato, vicina alla figura del suo mentore Galeone, è ormai una sua cifra distintiva. Con Giampaolo crescono calciatori, e si sperimenta il calcio.

Per questo quando parla, oltre a non risultare banale, viene ascoltato. In queste ore le sue parole rilasciate a Corriere.it stanno raccogliendo l’attenzione generale. Il tecnico blucerchiato ha parlato di Allegri, della tradizione calcistica abruzzese, della crisi azzurra e del talento. Proprio quest’ultimo aspetto merita una riflessione.

POCO TALENTO, IL CALCIO COME UN HOBBY.

“Il tempo dedicato all’attività è minore rispetto a prima. Prima giocavi 8 ore al giorno in strada e se stai lì non studi. Oggi siamo saliti nello studio, chiaro però che hai un’ora per la scuola calcio e stop. Il calcio oggi non è più una questione di vita per i ragazzi, ma un hobby come il burraco.

I mezzofondisti più forti sono africani, devono correre dalla mattina alla sera. Dove c’è povertà dedichi più tempo allo sport. Più possibilità, più hobby: fai tutto e non vai a fondo di niente”.

Questa la visione di Giampaolo, che in merito al ruolo degli allenatori sul tema aggiunge:

“Gli allenatori maniacali possono penalizzare un talento in virtù di un’idea, ed è un problema. Però l’organizzazione è un valore aggiunto, e lo dimostrano Sacchi e Sarri. Ma avete visto mai una squadra vincere senza talento? Solo alla Playstation. È il talento che valorizza la partita: non sono io a dire a Quagliarella di fare gol di tacco o a Defrel di tirare all’incrocio. Messi e Ronaldo fanno la differenza, l’allenatore dà una logica”.

Il problema sembra dunque messo a fuoco. L’Italia, per forza di cose, ha perso la tradizione del calcio a ogni costo e in ogni luogo. I suoi ragazzi vivono e sperimentano molto altro, e viva Dio, limitando il gioco a spazi e tempi però fin troppo ristretti.

Giocano dunque meno ragazzi, e quelli che lo fanno sono vincolati a strutture troppo spesso inadeguate e realtà sportive in chiara difficoltà. Ecco perché Spagna, Germania e Francia sono riuscite a sfornare negli ultimi anni grandi quantità di talento in ogni ruolo. E la Spagna, in particolare, è già alla seconda generazione dopo il boom del modello “cantera”, eliminando ogni dubbio sulla natura fortuita del primo exploit.

In un calcio che non si alimenta più in strada o nei campetti, ma nei centri polifunzionali, il nostro Paese è inchiodato al palo.

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