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Manninger confessa: “Mi sono tolto un peso. Ora sono libero dal calcio”

Non è tutto oro quello che luccica? Per alcuni la fine della carriera professionistica non è certo ragione di rimpianto. L'ex portiere Alex Manninger è tra questi, e spiega perché.

“Non si gioca più per divertirsi. Preferisco stare in panchina, o, meglio ancora, in tribuna. Con la partita d’addio sarò libero” diceva pochi mesi fa il difensore tedesco dell’Arsenal Per Mertesacker. Dichiarazioni che avevano suscitato un certo scalpore, perché rompevano quell’assunto apparentemente scontato per cui un calciatore professionista viva durante la carriera una condizione privilegiata e per quasi tutti i versi invidiata.

Di un avviso simile, pur con toni meno forti, è Alex Manninger, portiere austriaco visto in italia per dieci stagioni, ritiratosi nell’estate del 2017. In una lunga intervista rilasciata a Toronews.net l’ex giocatore è tornato sul finale di carriera e sul momento, per molti difficilissimo, di lasciare il calcio giocato.

“No, non mi mancaNon mi sto lamentando, sia chiaro. Il calcio ti dà tantissimo e io ho vissuto ventidue anni bellissimi. Però non ho mai avuto un weekend libero, gli amici e la famiglia devi incastrarli tra una partita e l’altra. Ci sono sempre nuove partite, hai l’allenamento, hai il viaggio, hai il volo, hai il ritiro. È questo il tuo mondo, è questo ciò che ti è concesso fare, non c’è un’altra opzione e, se ci pensi bene, non è normale. Ora io ce l’ho quell’altra opzione. Ora mi alzo alla mattina e posso pensare “ok, oggi che faccio?”. Oppure posso arrivare al venerdì e organizzare una grigliata con gli amici o una gita in montagna, senza il pensiero di una partita in arrivo. Ho riscoperto il significato del weekend e riesco a fare tutto quello che prima avrei voluto fare, ma non potevo. Vivo giorni normali, settimane normali scandite da programmi normali. Oggi mi sento libero e mi sto riprendendo tutto quello che il calcio mi ha tolto.”

Un giovanissimo Alex Manninger con la maglia dell’Arsenal.

A Manninger non manca dunque il mondo del pallone e, men che meno, quello di oggi. Il suo giudizio sulle nuove generazioni è piuttosto netto e severo:

“Al giorno d’oggi ci sono ragazzini che a 18, 19 o 20 anni sono già dei professionisti, si sentono i migliori di tutti e invece non hanno ancora fatto due parate o due tiri in porta. Gente che non ha mai sporcato le scarpe, che non ha mai avuto una verruca. Il calcio è diventato mercato, la professione vale meno, il ruolo vale meno. Contano le foto, il taglio di capelli, le auto. Avrei potuto continuare ancora un po’, ma questo non è il mio calcio, non mi riguarda, per cui a quarant’anni la decisione di mollare tutto è stata semplice e non me ne pento di certo. Forse per questo non faccio l’allenatore, perché troverei difficile convivere ogni giorno con queste nuove generazioni. Noi, quando perdevamo, tornavamo in campo a correre. Ci portavano anche nei boschi a correre per punizione. Oggi se provi a far correre una squadra per due volte a settimana, i giocatori non vengono più ad allenarsi, fanno sciopero. È pazzesco.”

Ritmi di vita poco naturali e ambienti di lavoro sempre più difficili da sopportare. Il “gioco” rischia di non divertire più, proprio come diceva Per Mertesacker. E se i lauti guadagni restano un incredibile incentivo, almeno per i più quotati, il grosso del movimento rischia una crisi di valori umani prima ancora che tecnici.

O questa, quantomeno, è la versione di Manninger. Una delle poche voci fuori dal coro nel rutilante e abbagliante carrozzone del grande calcio miliaradario.

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