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Dalla parte di Cassano

Come prevedibile che fosse, l’annuncio del ritiro di Cassano ha scatenato l’ilarità generale; chi non si spiegava il bisogno di un messaggio, pensando a uno scritto post-datato (“non gioca già da tre anni, non si era già ritirato?”) e chi ha ripetuto la solita tarantella con cui bacchettarlo, ovvero: potevi diventare secondo solo a Messi e Ronaldo, ma hai scelto di fare il cazzone, e mo’ tieniti gli insulti e tieniti la nostra ironia.
A furia di ripetergliela, a questa cosa di Messi e Ronaldo ci crede anche lui, ultimamente non c’è un’intervista che manchi di questa sua teoria secondo cui con una testa al posto giusto sarebbe secondo solo a Messi. Diciamo che l’affermazione è piuttosto discutibile – servirebbero responsi di campo che non abbiamo – ma allo stesso tempo resta curiosa tutta questa ironia verso Cassano, che per i continui ripensamenti degli ultimi anni è passato più per macchietta che per il fenomeno che è stato.
È senza dubbio vero che Cassano avrebbe potuto fare di più nella sua carriera, ma è altrettanto vero che questo è proprio il motivo per cui lo abbiamo amato e lo amiamo ancora. Cassano è stato il giocatore più divertente di quest’epoca in Italia, dentro e fuori dal campo, e per chiunque sarebbe stato innegabilmente bello rivederlo giocare, sia pure in Serie C, per il solo gusto di veder muovere questo completo pazzo che sul campo di calcio distribuisce un’immagine di sé molto diversa da quella che siamo abituati a vedere nelle interviste, nelle cassanate: tamarro fuori, elegante con la palla tra i piedi. Vedi quell’intelligenza in campo che è solo degli uomini intelligenti fuori, e quasi ti stupisci quando lo senti che fatica a mettere tre frasi in fila davanti ai microfoni, perché la sua non è la tecnica fine a se stessa, no, la sua è la tecnica di quelli intelligenti per davvero. Cassano aveva tre giocate di spicco nel repertorio, e tutte dimostrano quanto il suo cervello sia capace di lavorare per cinque quando una partita è in corso.
Prima: la visione.

Ci sono cinque difensori avversari contro Cassano e un giocatore della Samp (uno sta arrivando da dietro, ma è al momento troppo lontano dal contesto). Con un passaggio lui apre in due la difesa e trasforma l’inferiorità numerica offensiva in un gol di pura classe.

Cassano portava la palla, ma vedeva anche quando non sembrava indirizzare gli occhi sulle altre zone del campo. Forse la sua superiorità era proprio lì: non vedeva. Sapeva. C’era quel corridoio che lui indovinava sempre, e in cui tutti i giocatori sapevano di doversi buttare perché la palla sarebbe arrivata lì. Era il modo che aveva per spiazzare blocchi di difesa interi, con una sola giocata. È un gesto talmente definito nel vocabolario calcistico di Cassano che vi sfido a non riconoscere Fantantonio nei giocatori che provano a fare questo tipo di mossa oggi.

Mezzo sguardo, un millisecondo per pensare il colpo.

Secondo: la linea di fondo. Questa è una cosa che esasperava alla Sampdoria in modo maniacale. L’asse con Pazzini lo conoscete, e sapete perfettamente che Cassano partiva da sinistra, convergeva verso il centro e poi in qualche modo mandava al bar i difensori uno ad uno. Poi dava al Pazzo la possibilità di entrare nella storia, negli almanacchi. Be’, quando Cassano puntava la linea di fondo era cervellotico. Lo vedevi lì, con lo spazio praticamente finito, e per il difensore sembrava fatta. Doveva rientrare per forza sul piede destro, che sarebbe pure il suo preferito, e dunque chiuderlo sarebbe stato un attimo. Invece lui li doveva far impazzire i difensori, doveva togliergli i punti di riferimento, e così se c’erano due centimetri di spazio ancora, in qualche modo doveva andarseli a prendere e fare la cosa più difficile. Di questa giocata è sponsor ufficiale Daniele Mannini, che quell’anno lì segnava come mai nella vita perché quei palloni lunghi potevano essere solo i suoi.

Con una brevissima ricerca sul web, trovate almeno altri venti assist di Cassano fatti sulla falsa riga di questo.

Terzo: la puntazza. In qualche modo il giochino di Cassano era quello lì: qual è l’ultima cosa che si aspetta un difensore da me? Io farò quella. Cos’è la cosa che meno ti aspetti da un giocatore di Serie A? Il tiro di punta. In questa gara contro il Livorno, è difficile pensare altri attaccanti che avrebbero partorito quest’idea, applicandola poi con tanta grazia. Il tiro di punta è solitamente il tiro che si fa quando si vuole essere volgari e funzionali a calcetto, ma è molto difficile vederlo così. Una carezza appena.

Una cosa già provata e riprovata in passato, per esempio alla Roma in una gara contro l’Inter (la sua squadra del cuore con cui si è divertito a fare gol discreti, la prima notte al San Nicola dovrebbe ricordarvi qualcosa).

In Febbre a 90′ Nick Hornby scriveva questo del calcio, dei gol in particolar modo: “I gol hanno quel valore della rarità che i punti e i set non hanno, e quindi ci sarà sempre quel fremito, il fremito di vedere qualcuno fare qualcosa che può essere fatto solo tre o quattro volte in tutta una partita se sei fortunato, neanche una se non lo sei.”
Questo è il motivo per cui amiamo il calcio, ed è il motivo per cui abbiamo amato Cassano. Perché la sua discontinuità, il suo modo di oscillare tra le giocate da fenomeno e le pause delle cassanate, hanno dato a Cassano il valore della rarità. Che non lo sapevamo mai se quello sarebbe stato il suo anno buono, ma siamo stati sempre lì a cercare tra le righe una magia, una speranza. È ciò che ci ha lasciato col nodo in gola anche questa volta era solo una speranza di vederlo giocare un’ultima volta, sia pure per trenta minuti a settimana su un campo di Serie C. Tanto per riprenderci un po’ di bellezza.

 

 

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