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Coppa Uefa 91/92, la “quasi impresa” di un grande Torino

La sedia di Mondonico, i demoni di Casagrande, il baffo di Vazquez, i soprannomi di Annoni, Bruno e Policano, la radiolina di Marchegiani: la "quasi impresa" del Torino nella Coppa Uefa 1991/1992

I gironi delle coppe europee 2018/2019 parlano di un’Italia in grande forma. Due primi posti e due secondi posti in Champions League con 9 vittorie e 4 pareggi su un totale di 16 partite. Due secondi posti in Europa League con 5 vittorie e 1 pareggio su un totale di 8 partite. Tutte le squadre in piena corsa, alcune ad un passo dal turno successivo, alcune già qualificate. Numeri e situazioni che perfino sorprendono, anche in considerazioni di alcuni sorteggi non proprio fortunati. Juve, Inter, Roma, Napoli oltre a Lazio e Milan sono il meglio che possa esprimere il nostro calcio. Condizione che, al momento, sta premiando anche in Europa.
Una volta, però, l’Europa era casa (cosa) nostra. Ricordiamo i successi volentieri (12 titoli e altre 16 finaliste in Coppa Campioni/Champions League e 9 titoli e altre 6 finaliste in Coppa Uefa/Europa League), sogniamo di ripeterci (le ultime vittorie risalgono al 2010 con l’Inter in UCL e addirittura al 1999 col Parma in UEL), non dimentichiamo le imprese vere, soprattutto quelle delle squadre non proprio di prima fascia.
Tra queste, la cavalcata del Torino nella Coppa Uefa 1991/1992. Una cavalcata con storie a forti tinte granata. “Maledette” come le avrebbe definite lo stesso Cravero durante la premiazione finale per l’argento.

AMSTERDAM E LA SEDIA DI MONDONICO

Il ricordo va soprattutto alla sedia sventolata da mister Mondonico nella finale di ritorno contro l’Ajax di Van Gaal (ma anche di Roy, Jonk, Bergkamp, Kreek e Van’t Schip che poi ammireremo in serie A) ad Amsterdam. Curioso ed indimenticabile il gesto di protesta dell’allenatore granata per un rigore (a dir la verità inesistente) non dato a Cravero a metà del primo tempo. Una sedia che, però, il Mondo avrebbe dovuto agitare verso il destino: tre pali (Casagrande di testa, Mussi dalla distanza e Sordo in mezza rovesciata al 90’) fermarono il risultato sullo 0-0. Non abbastanza per il Torino che aveva pareggiato pure in casa all’andata, ma 2-2.
Non tutto era folklore granata però: quel Torino arrivò terzo in campionato, aveva vinto l’anno prima la Mitropa Cup, vinse l’anno dopo la Coppa Italia, giocò (e perse) la prima Supercoppa disputata negli Stati Uniti. Era la sintesi di giocatori di sostanza e di talento, squadra compatta si direbbe oggi, incrocio di forza e classe, con un presidente ambizioso e particolarmente attivo (Borsano) e un direttore generale (Luciano Moggi) che anche qui lasciò il segno tra capacità gestionali e polemiche (compresa una inchiesta per le prostitute offerte agli arbitri nei primi turni della Coppa Uefa).

CASAGRANDE, DEMONI E ROCK

Walter Casagrande Junior in campo lo notavi. Aveva stazza: 191 cm per 85 kg. Il colpo di testa, la tecnica e le sponde la specialità della casa, allo stadio. Per sua stessa ammissione, dopo il ritiro, la coca, l’eroina, le canne, la tequila e il doping le specialità a casa, fuori dallo stadio.
Lo aveva portato in Italia Rozzi all’Ascoli. In Europa aveva già giocato con il Porto (vincendo una Coppa Campioni con sole 6 presenze nel 1987). Al Torino, due anni, solo 10 gol in totale in campionato. Ma una clamorosa cavalcata nella Uefa in questione, tutto dagli ottavi in poi. Gol all’andata e al ritorno ai greci dell’Aek Atene, gol all’andata e autogol indotto nei quarti ai danesi del Boldklubben 1903, gol all’andata e autogol indotto in semifinale al Real Madrid, doppietta nella finale di andata con l’Ajax: 8 gol su 11 portano il segno di Casagrande, uno col mito del rock e con il gusto delle coppe europee.

MARTIN VAZQUEZ E LA QUINTA DEL BUITRE

Il Torino 1991/1992 aveva due stelle polari dal punto di vista tecnico (tre se consideriamo la classe emergente di Gianluigi Lentini). Il primo era Vincenzo Scifo, rientrato in Italia, dopo la parentesi non proprio positiva con l’Inter, talento purissimo, definito da Platini “come suo unico erede per caratteristiche tecniche”. Il secondo era Rafael Martin Vazquez, uno dei cinque uomini della Quinta del Buitre, la generazione di calciatori che aveva fatto vincere tutto al Real in Spagna negli anni Ottanta.
Quando Vazquez, per la semifinale di andata, tornò a Madrid con la maglia granata, fu ampiamento fischiato. Il Bernabeu non era ancora uno stadio Real e i tifosi non avevano paura di sporcarsi le camisete bianche. Vazquez si caricò gli insulti in spalla, limitò i danni a Madrid e si vendicò al ritorno: 2-0 del Torino e Real eliminato.

ANNONI, BRUNO E POLICANO: NON PASSA NESSUNO

Tanto talento davanti è sostenibile se dietro sei di sostanza. Una legge non scritta del calcio, valida da sempre. Cravero era il libero, elegante, tecnico, di gestione. Il cervello. Enrico “Tarzan” Annoni, Pasquale “O’ Animale” Bruno, Roberto “Rambo” Policano erano i marcatori e i terzini, ruvidi, ostici, di sostanza. Le braccia, dai soprannomi eloquenti.
Nell’immaginario collettivo (e degli avversari), un vero e proprio triangolo delle Bermude. Con Bruno si eclissa Butragueno nella semifinale di ritorno, Policano si fa espellere nella gara del Bernabeu e frattura il braccio sinistro a Petterson nel finale di gara con l’Ajax, sempre nello stesso anno Bruno e Policano rimediano rispettivamente otto e cinque turni di squalifica in serie A per le espulsioni nel derby, Annoni passa per essere addirittura quello buono.
Ironia a parte: la difesa del Torino è la meno battuta in serie A, il “trio” contribuisce (assieme all’altro terzino, Mussi, sarà pupillo di Sacchi in Nazionale) anche con un bottino di gol e di assist considerevole. Tra questi, indimenticabili, le punizioni “bomba” di Policano.

MARCHEGIANI E LA RADIOLINA

Nel secondo turno, in casa del Boavista, il Toro decide che può arrivare in fondo a questa Coppa Uefa. All’andata 2-0 facile per i granata, ma il terribile scontro a tre Annoni-Marchegiani-Brandao fa rischiare la vita all’attaccante portoghese. E’ il pretesto per il delirio collettivo della gara di ritorno.
Luca Marchegiani, appena 25 anni, è sotto assedio, bersagliato dai tifosi avversari. Striscioni (“Marchegiani assassino”), insulti, oggetti di tutti i tipi lanciati (anche una radiolina e un fumogeno): i tifosi del Boavista spingono, Lentini si fa espellere. In fondo, giocare in trasferta in Europa in quegli anni non era affatto facile.
Ma il portiere anconetano non si scompone, porta i suoi fino allo 0-0 e alla qualificazione, merita la chiamata in Nazionale che arriva quella sera stessa e, forse, lancia le basi per le imprese dei turni successivi.

Oltre l’Aek, oltre il Real, fino all’Olimpico di Amsterdam, fino all’Ajax dei talenti, fino ai pali benedetti da Menzo, il portiere degli olandesi, e maledetti da Cravero, il capitano degli italiani, fino alla sedia di Mondonico. Fino alla quasi impresa di un traguardo che resta ancora oggi mai raggiunto. Sembrano anedetti e folklore, ma in realtà sono elementi di classe purissima. Di colore granata.