Salvini & Co.: i tackle del pallone sulla politica

Calcio e politica. Un connubio che nel linguaggio del consenso spesso e volentieri ha funzionato. E anche bene. Pensate che anche la donna più potente del mondo, Angela Merkel, non disdegna le parole del calcio per acchiappare consensi. Basti pensare ad alcune espressioni diventate ormai parte concreta dell’agone elettorale: “La partita è aperta”, andare al ballottaggio partendo da sfavoriti “è come arrivare alla finale di Champions partendo dai preliminari”; e se “il secondo turno elettorale è “un’altra partita, si riparte dallo 0 a 0”, chi ha preso più voti esclama soddisfatto “1 a 0 e palla al centro”; se poi si perde per un soffio l’accesso al ballottaggio all’ultimo voto, “è come perdere una finale ai rigori”. Quando dalla teoria si passa però alla pratica, e quindi al tifo e al seguito della propria squadra del cuore, le distanze tra politica e calcio, o meglio tra politici e sportivi, possono allungarsi.

MATTEO E RINO, QUASI AMICI

Lo dimostra l’ultimo caso mediatico che ha coinvolto il calcio italiano: da una parte Matteo Salvini, dall’altra Rino Gattuso. No, in palio non c’è una polemica territoriale, nonostante le radici calabresi dell’allenatore del Milan e le mai dome polemiche a distanza con il Mezzogiorno d’Italia del vice-Premier. Più banalmente, al termine di Lazio-Milan 1-1, partita che ha visto i rossoneri incerottati farsi raggiungere all’ultima curva dagli uomini di Simone Inzaghi, il ministro dell’Interno all’uscita dall’Olimpico aveva spiegato che lui al posto di Rino Gattuso, qualche cambio l’avrebbe fatto. Il tutto con un’aria a metà tra il seccato e lo sprezzante: metà tifoso e metà politico, abituato (spesso) a non essere contraddetto. Un marcatore come “Ringhio”, però, forse Salvini in politica non l’ha mai avuto. Così in sala stampa, con quel suo strano accento da calabrese emigrato e scozzese nel passato, Gattuso ha replicato a tono: «A Salvini dico di pensare alla politica, perché abbiamo problemi molto grandi in Italia. E se ha tempo di pensare anche al calcio, vuol dire che siamo messi proprio male». Parole presto tramutate in meme dalla rete: l’allenatore del Milan è presto stato trasformato nel nuovo leader della sinistra comunista. Ruolo oggi vacante. O quasi. Salvini ha provato a correggere il tiro, prima definendo Rino “il miglior allenatore con il Milan” poi con un sms privato, ma i tacchetti di Ringhio restano impressi.

“CHE SE NE FANNO DI UNO COME ME?”

Estate 1982: campione del Mondo, re d’Italia tra i pali. Estate 2000: simbolo di uno smacco con pochi pari, che fa rima con Golden Goal. Dino Zoff è l’uomo degli antipodi con l’azzurro dell’Italia addosso. Da portiere, in cima. Da commissario tecnico, quasi. Il ko contro la Francia nella finale degli Europei di Belgio e Olanda è la pietra dello scandalo per l’addio più fragoroso di un commissario tecnico alla Nazionale azzurra.  Quella partita, infatti, passerà alla storia per i modi in cui Silvio Berlusconi, all’epoca Presidente del Consiglio, si era lamentato della mancata marcatura di Zidane. «Venti secondi. Il trionfo era lì davanti, a venti secondi di distanza. Bastava allungare una mano e si poteva toccare… su un rinvio del portiere, in un attimo, è andato tutto a p…». Un commento che avrebbe portato alle dimissioni del ct. La cui parabola in panchina in quel momento non si è conclusa, è stata interrotta. «Che se ne fanno di uno come me?» diceva agli amici. Quella scelta ha fatto però di Zoff un simbolo. Sempre pronto a respingere l’avversario. Con classe. Come accadeva tra i pali.

“PARLO DA TIFOSO”

Salvini e Berlusconi. Due casi eclatanti, seppure con un peso diverso, per due epoche diverse. Dalle conferenze stampa ai social. Dall’ingresso dell’euro alla voglia di uscirne. La storia ci ha consegnato tanti momenti di politica nel pallone: dai più oscuri (l’esordio degli az­zurri contro la Francia nei Mondiali del 1938, quando dagli spalti di Marsiglia, non meno di diecimila antifascisti fischiavano spietatamente l’Italia, colpe­vole di vincere – male – per un regime antidemocratico) ai più simpatici (La Russa e Calderoli che nel 2010 chiedevano di ridurre gli stipendi dei calciatori sulla solfa di quanto fatto con politici e presentatori Rai). A corroborare il legame, poi, ci sono i tanti esempi di calciatori scesi nel campo della politica a fine carriera (Rivera, Weah, Rivera, Kaladze) e le dichiarazioni di un altro ct silurato dopo una competizione con l’Italia. Mondiali 2014, ko al primo turno, parla Cesare Prandelli: “Le mie dimissioni sono irrevocabili: da quando ho firmato il rinnovo, sono partiti attacchi come fossimo un partito politico. Non rubo i soldi dei contribuenti, non ho mai rubato e pago regolarmente le tasse”. Due mondi sempre legati, ma a un solo patto: che il politico non parli “da tifoso”. Perché, quando si ricopre un ruolo, che si parli di pizza, giardinaggio o pallone, la veste e il volto è uno solo. E al cuore (e al tifo), in casi come questi, si comanda.

 

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