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Indimenticabili: Parma-Milan 4-5, 2014/15

Nonostante fosse solo una gara della seconda giornata di Serie A, quella sera di metà settembre sapevamo già che Parma-Milan sarebbe passata alla storia come una delle partite più divertenti di tutta la stagione (se non altro, agli atti, ci è passata come quella con più gol). Rivedendola a posteriori, è incredibile la quantità di cose che si sono concentrate in una sola partita. Parliamo di novanta minuti in cui le due squadre hanno fatto nove gol e incassato due espulsioni; Menez si è inventato un gol senza senso logico – superando il portiere con palla da una parte e lui dall’altra sulla linea di fondo e battendolo poi con un colpo di tacco; Cassano ha segnato di testa; Diego Lopez è entrato nella lista degli infortuni più assurdi di sempre, rotolando per terra dopo un retropassaggio di De Sciglio, sfortunato autore dell’autogol in questione. 

Queste le più importanti, ma ne sono successe altre. Prima di arrivarci, però, è bene capire con che occhi abbiamo visto allora quella partita e con quali occhi la rivediamo ora, che già sappiamo come sono finite quelle stagioni. 
Siamo nella 2014-15, e per farvi contestualizzare l’anno vi diamo qualche indizio su ciò che è successo in quei nove mesi (non vi destabilizzeremo dicendovi solo che la Juventus ha vinto lo scudetto): Icardi ha vinto il primo titolo di capocannoniere (a pari con Luca Toni, immortale), ma l’Inter non è andata in Europa; l’anti-Juve di quell’anno era la Roma, ma col -17 di quell’anno l’unico ricordo che la Juve può avere della Roma potrebbe riguardare la cinquanta euro sventolata a Sky da Rudi Garcia; l’Empoli di Maurizio Sarri; Berardi che fa quindici gol; Felipe Anderson, che non lo prendono mai; il Genoa di Gasperini, arrivato in Europa e poi tagliato fuori dalla mancanza di licenze; il Palermo col tridente Dybala-Belotti-Vazquez; la Fiorentina di Montella quarta, Ilicic capocannoniere dei viola. 
Tra le altre certezze sparse di quegli anni: 43 punti del Chievo, quattordici gol di Di Natale e tredici di Quagliarella (questa ce la conserviamo gelosamente). 

Parma e Milan arrivavano a quello scontro in due situazioni piuttosto diverse: il Parma si presentava con tutti i residui psicologici della sfumata qualificazione in Europa (ottenuta sul campo, ma discussa dalla Uefa per alcune pendenze economiche) e aveva perso la prima a Cesena; il Milan aveva vinto all’esordio con la Lazio e ripartiva da Inzaghi per il nuovo corso. Quel giorno i tifosi rossoneri non sapevano l’incubo che avrebbero vissuto fino a maggio, portandosi a casa una delle stagioni peggiori della loro storia, con una nuova esclusione dalle coppe europee; è andata addirittura peggio al Parma, che ha vissuto sull’orlo della crisi tutto l’anno tra stipendi non pagati, trattative farse mai concluse, Cassano che ha abbandonato tutti a metà stagione e un inevitabile ultimo posto che a fine anno sarà solo l’antipasto del fallimento e del ritorno in Serie D. A guardare oggi il Parma sembrano tempi lontanissimi

La formazione del Milan metterà i brividi ai tifosi milanisti alla lettura dell’articolo: Inzaghi si metteva a specchio con il 4-3-3, tra i pali Diego Lopez, l’ultimo portiere titolare pre-Donnarumma; Abate e De Sciglio controllavano le fasce, Alex (no, dico, Alex!) e Bonera erano i centrali (Bonera addirittura il capitano); il centrocampo molto muscolare vedeva Muntari e De Jong supportare la regia di Poli; davanti Honda e Bonaventura davano sostegno al fenomeno incompiuto del calcio, Jeremy Menez. Inzaghi si era inventato il francese in posizione centrale in attacco, pur di non far la guerra con lui per questo suo bisogno fisiologico di giocare da fermo, nel modo più irritante possibile, ad aspettare che la palla lo cercasse. 
Nonostante i suoi tentativi continui di farsi odiare dalle persone che guardano le sue partite, Menez chiuderà l’anno con sedici gol, il punto più alto della sua carriera realizzativa (pur ricordando che metà di quelle reti sono arrivate dagli undici metri). 

Anche la formazione del Parma non era messa meglio: davanti alla certezza Mirante in porta, Donadoni poteva contare su Ristovski e De Ceglie in corsia e la coppia Lucarelli-Felipe in difesa. A centrocampo chi illuminava la regia era una certezza fantacalcistica (non quell’anno), Ciccio Lodi, con Acquah e Jorquera ai lati. Cassano condivideva l’attacco con Ghezzal e Belfodil (le riserve erano Bidaoui e Palladino). 

La partita iniziava sotto gli occhi di Fernando Torres, uno dei tanti acquisti a parametro zero, che al Tardini era seduto al fianco di Adriano Galliani, di cui sarebbe bello ricevere una VHS nostalgica con le sue urla di quella sera.

Spanish forward of Ac Milan Fernando Torres with Ac Milan Ceo Adriano Galliani in tribune during Italian Serie A soccer match between Fc Parma and Ac Milan at Ennio Tardini Stadium in Parma, 14 September 2014. ANSA/ELISABETTA BARACCHI

Il primo gol del Milan arrivava da un altro nuovo acquisto, Jack Bonaventura: a fine anno sarà giocatore più presente nel Milan, nonché uno dei pochi che nell’immaginario comune del tifoso sarà costantemente nominato in frasi come “noi facciamo schifo, ma che bell’acquisto Bonaventura”. 

 A Parma non era ancora avvenuta la trasformazione in mezzala, e infatti il suo gol denota capacità offensive molto diverse da quelle che siamo abituati a vedere oggi. Nella fattispecie del gol dello 0-1: Menez, particolarmente ispirato e volenteroso nella partecipazione alla manovra, svuotava lo spazio centrale, tornando indietro e girando in avanti, di prima, il pallone per Keisuke Honda, altro grande bluff del calcio mondiale. Il giapponese, un po’ casualmente e un po’ per spirito di volontà, riusciva a servire in area Bonaventura, che facendosi passare il pallone sotto le gambe, eliminava completamente dalla contesa Ristovski e praticamente solo davanti a Mirante si andava a prendere il vantaggio. 


Da lì in poi dieci minuti completamente folli, in cui sono accadute cose che l’essere umano ha raramente rivisto negli anni successivi: pareggio di Cassano su un colpo di testa e nuovo vantaggio del Milan con secondo gol consecutivo di Honda, nato da un cross davvero delizioso di Ignazio Abate. (Pensare che oggi esaltiamo Abate da difensore centrale, e lo esaltiamo perché è finito nel ruolo in cui più di tutti può evitare di fare i cross). 
Il primo tempo sembrava decretare la fine della partita, con uno degli otto rigori di Menez in quella stagione a mandare la partita sull’1-3; il Milan ci sembrava troppo più forte, e ricordandoci del Parma della stagione precedente, non era neanche così impossibile immaginarsi un futuro brillante per il Milan di Inzaghi, che nel giro di pochissimo tornerà sulla terra, facendo appena ventisei punti per girone. 

Nella ripresa il caos tornava a dominare la partita e per un attimo sembrava spostarla dalla parte del Parma, che prima accorciava sul 2-3 con Felipe e poi faceva tremare il Milan, quando Bonera si portava a casa il secondo giallo per un fallo di mano e tornava prima negli spogliatoi: con il gol che dimezzava il vantaggio ritrovato, l’uomo in più e un’abbondante mezz’ora da giocare, non sembrava esserci niente che potesse impedire a Cassano e compagni di pareggiare questa partita; e invece c’era Nigel De Jong che andava a recuperare una palla a centrocampo con una delle sue solite scivolate tignose, e iniziava una corsa à la Forrest Gump, con le ginocchia alte, il petto all’infuori, e andava a fare il 2-4. L’esultanza con la mano alla fronte e il gesto del soldato rispecchia in pieno il carattere calcistico dell’olandese, non grazioso con la palla al piede, ma efficace quando le partite si spostavano sul piano della lotta.
Anche in questo caso una palla ferma, e un difensore – Lucarelli -, rubavano al Milan la speranza di chiudere la partita, e con una quindicina di minuti in meno sul cronometro, il Parma si ritrovava nella stessa condizione di prima: gol in meno, uomo in più. 
Quando ti batti colpo su colpo con l’avversario, e dai sempre la sensazione di riuscire a recuperare una partita, c’è una sola cosa che può buttarti giù: un gol assurdo. 
Quello che aveva deciso di fare Jeremy Menez quella sera era uno di quei gol che abbattono le speranze di rimonta degli avversari. È il gol che più di ogni altra cosa ha contribuito a lasciare Parma-Milan nel ricordo delle persone; non sono stati tanto i nove gol, le espulsioni, un 4-5 che è un risultato sempre strano, ma quel gol di Menez.  

Pochi minuti prima il francese aveva fatto espellere Felipe, e ristabilito così la parità numerica; ma quella sera non gli bastava. Sfruttando un altro retropassaggio sciagurato di Ristovski, Menez era sì solo davanti al portiere, ma con pochissime possibilità di fare qualcosa di produttivo. L’angolo di tiro era veramente nullo, il campo era quasi finito e c’era poco da fare, se non calciare addosso al portiere e sperare in un calcio d’angolo; il francese invece in una frazione di secondo ha pensato una giocata, che ancora oggi a riguardarla ci viene rabbia a pensare a quanto si sia lasciato andare all’immagine di calciatore pigro, indolente e pazzo: ha fatto passare il pallone alla sinistra di Mirante, andando alla destra del portiere in una porzione di campo talmente minuscola che per completare il giro ci è addirittura uscito dal campo; lì, rincorso da tre difensori, ha iniziato una corsa che già sapeva avrebbe concluso con un colpo di tacco di potenza che si sarebbe infilato alle spalle di Mirante. Guardate lo stupore di Poli alle sue spalle, che esultava come se il gol lo avesse fatto lui; e guardate l’espressione di Menez, una delle rare in cui esprime un minimo di felicità nel fare questo lavoro. 
Menez ha sempre voluto dipingere la sua carriera calcistica come unica alternativa alla criminalità – è cresciuto nella banlieu 94 di Parigi, uno dei quartieri peggiori della città – e non ha mai voluto allontanare la sua immagine da quel ricordo, lo ha rimarcato spesso anche nelle interviste, e lo vedi nel modo di fare in campo questo suo atteggiamento di strafottenza, di indolenza, nelle passeggiate ondeggianti che fa in campo e con cui sfida continuamente il suo talento: ce la faccio a fare una carriera dignitosa senza impegnarmi e senza correre, ma solo grazie ai miei piedi? La sua scommessa è questa qui, e non poteva che lasciare queste risposte sospese in cui il piano è riuscito solo a fasi alterne. Anche in quella stagione dei sedici gol è riuscito a farsi beccare dai tifosi, tanto per rendere l’indolenza con cui Menez si approccia al calcio.

Ad ogni modo quel gol non aveva ancora chiuso la partita, perché a un minuto dalla fine è successo l’imponderabile: ricevendo un retropassaggio laterale di De Sciglio, Diego Lopez si è accasciato a terra, infortunato, ed è stato costretto a lisciare il pallone e vederlo insaccarsi alle sue spalle per un grottesco 4-5 che il Parma non è più riuscito a cambiare negli assalti finali, nonostante il Milan giocasse con un portiere in evidenti difficoltà fisiche, ma costretto dagli eventi a resistere al dolore. 



In questa pazza partita c’è tanto del dramma che il Parma affronterà in un anno intero e c’è tanto di un Milan, sì vittorioso, ma già palesemente capace di rovinarsi le partite da solo e di affidare le chiavi dei propri successi o insuccessi a giocatori lunatici come Menez.