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Da Simeone a Conceicao: dalla Lazio del centenario alla Champions

Simeone, Simone Inzaghi e Marcelo Salas

Per allenare ad un certo livello, sui grandi palcoscenici dell’Europa che conta, serve esperienza. Devi averli vissuti, anche da calciatore. O forse no. Per guidare una grande squadra verso la conquista della Champions League serve serenità. Devi essere stato un grande, devi aver giocato a pallone. O forse no. È l’eterno dilemma: per essere un grande allenatore è necessario essere un ex campione oppure no?
Senza dubbio bisogna aver vissuto il campo per vivere certe gare, soprattutto quelle dellaseconda fase.
Ma le statistiche dei 16 allenatori agli ottavi della Champions League in corso sembrano smentire tutto

Dei tecnici che vivranno le sfide ad eliminazione diretta nei primi mesi del prossimo anno, solo in sei hanno giocato da calciatori la Champions League. Solo in tre l’hanno vinta in campo.

PEP CI RIPROVA

Pep Guardiola (49 caps sul campo con il Barça), oggi al Manchester City, e Niko Kovac (28 presenze da calciatore), oggi sulla panchina del Bayern Monaco, sono tra quelli candidati ad andare avanti nella competizione. Tra i due lo spagnolo è anche nella top 5 delle presenze da allenatore dopo Ferguson (190), Wenger (178), Ancelotti (160) e Mourinho (141). Tra i due Guardiola è quello che l’ha vinta sia da calciatore (nel 1992, quando si chiamava ancora Coppa Campioni, con il Barcellona) che da allenatore (due volte, sempre con i blaugrana).

LO STRANO DESTINO DEI SUBENTRATI “ESPERTI”

Santiago Solari, allenatore del Real Madrid, ha giocato in Champions 61 volte (alzando il trofeo una volta nel 2002). Subentrato a Lopetegui a stagione in corso era il tecnico con più presenze da calciatore. Almeno fino a questa settimana quando il Manchester ha sostituito Mourinho con Ole Gunnar Solskjaer.

Per il 45enne norvegese, bomber di riserva, uno che ha segnato più di tutti partendo dalla panchina, 81 presenze in Champions e una finale da ricordare: quella del 26 maggio 1999. La più pazza delle finali di Champions League la decide lui: Bayern in vantaggio al 90’, Sheringham pareggia giusto nel finale e, in pieno recupero, Solskjaer (entrato 10 minuti prima) ribalta tutto, facendo vincere al Manchester la Coppa più importante dopo decenni.

GLI AVVERSARI DELLE ITALIANE

L’Atletico per la Juve, il Porto per la Roma. Diego Pablo Simeone (40 da giocatore + 59 da allenatore in Champions) per i bianconeri, Sergio Paulo Conceicao (40 + 11) peri giallorossi. Le italiane agli ottavi sfideranno due dei sei allenatori che hanno già visto la Champions anche dal campo. E che hanno un destino comune: averla giocata con la maglia della Lazio nel 1999/2000.

LA LAZIO E LA CHAMPIONS 1999/2000

La Superlega costringe la Uefa a cambiare le Coppe europee. Da quell’anno via la Coppa delle Coppe, nasce l’Europa League e cambiano i criteri di iscrizione alla Champions. Per l’Italia ci sono Juventus, Fiorentina e Lazio. I biancocelesti vincono l’anno prima l’ultima Coppa delle Coppe, in estate la Supercoppa Europea battendo il Manchester e debuttano in Champions League con un centrocampo da urlo. Che funzionava più o meno così: Sergio Conceicao a destra, Simeone, Almeyda e Veron ad alternarsi al centro, Pavel Nedved (oggi dirigente della Juve) e Dejan Stankovic a sinistra.

Stradomina il primo turno a gironi (con Dinamo Kiev, Bayer Leverkusen e Maribor), vince la seconda fase sempre a gironi (con Chelsea, Feyenoord e Marsiglia), viene fermato ai quarti dal Valencia di Claudio Lopez e Mendieta (che arriveranno nei successivi due anni all’Olimpico), Gerard e Angulo, Angloma e Carboni.

Fuori dalla Champions, la Lazio del centenario si consola con la Coppa Italia e, soprattutto, con lo scudetto: decisivi il gol di Simeone, proprio lui, al Delle Alpi nello scontro diretto con la Juve e una incredibile rimonta nel girone diritorno (fino al naufragio bianconero a Perugia).
Sembrava la nascita di un grande ciclo vincente. Ma, invece, quelle imprese furono aperitivo amaro di tanti problemi societari. Tanti, però, i giocatori che due decenni dopo sono diventati allenatori: detto di Conceicao, Simeone e Nedved (prossimi protagonisti di incroci pericolosi sull’asse Torino-Roma), vanno ricordati Roberto Mancini (attuale ct dell’Italia) e Sinisa Mihajlovic (oggi senza panchina dopo il disastro a Lisbona), Attilio Lombardo (per anni secondo dei primi due), Alessandro Nesta (tecnico del Perugia in serie B) e Pippo Pancaro (ultima esperienza a Catanzaro in C), Matias Almeyda (una Champions League in Concacaf con i messicani del Chivas) e Simone Inzaghi (eroe dello scudetto e oggi allenatore proprio della Lazio).

NASCONO ALLENATORI

Sembrava la nascita di un grande ciclo vincente. Ma, invece, quelle imprese furono aperitivo amaro di tanti problemi societari. Tanti, però, i giocatori che due decenni dopo sono diventati allenatori: detto di Conceicao, Simeone e Nedved (prossimi protagonisti di incroci pericolosi sull’asse Torino-Roma), vanno ricordati Roberto Mancini (attuale ct dell’Italia) e Sinisa Mihajlovic (oggi senza panchina dopo il disastro a Lisbona), Attilio Lombardo (per anni secondo dei primi due), Alessandro Nesta (tecnico del Perugia in serie B) e Pippo Pancaro (ultima esperienza a Catanzaro in C), Matias Almeyda (una Champions League in Concacaf con i messicani del Chivas) e Simone Inzaghi (eroe dello scudetto e oggi allenatore proprio della Lazio).

FIGLI DI UN DIRETTORE TECNICO

Tutti guidati e ispirati da Sven Goran Eriksson, un giramondo svedese, allenatore dai risultati straordinari in diversi Paesi, ma anche manager e direttore tecnico dalle spiccate capacità. Uno che dopo quegli anni a Roma è stato ct dell’Inghilterra, allenatore del Manchester City, ma anche ct di Messico e Costa d’Avorio con tante esperienze esotiche fino alla guida della Nazionale delle Filippine. Uno che ha vinto insomma e che ha fatto vincere.