“Totò” Oliva, un pizzico di garra charrua in Serie A

Rieccola, la garra charrua. Ci era mancata. O forse no. Da quella notte di settembre, nella quale l’Inter aveva esordito nella Champions League 2018/2019 con una pazza rimonta a San Siro contro il Tottenham e l’aveva ripresa Vecino, generando l’ormai celebre «Non è possibile!» di Lele Adani, avevamo rischiato di riportare in secondo piano quelli che nel calcio “hanno l’ultima parola”, ovvero gli uruguaiani. Se non è successo, possiamo ringraziare un calciatore che da Montevideo ci arriva, sponda Nacional, e ai primi passi in Serie A con la maglia del Cagliari addosso e decine di microfoni a disposizione, ha scelto di tirarla di nuovo in ballo. Lei. Per alcuni, l’essenza del calcio, almeno quello sudamericano. Insomma, la garra charrua.

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Mi manda il “Guerriero”

A rimettere al centro del campo la garra charrua è stato Christian Oliva, ultimo arrivato a disposizione di Maran. A Cagliari c’è chi già paragona questo 22enne, professione centrocampista difensivo, bravo in marcatura e in fase d’impostazione, a un calciatore che in Sardegna ha lasciato una traccia importante: Nelson Abeijon, centrocampista fisico e grintoso che tra il 1998 e il 2006, ha collezionato 172 presenze e 12 gol con la maglia dei Quattro Mori. Proprio parlando del “Guerriero”, Oliva ha spiegato: “Non ho avuto la fortuna di parlare con gli altri uruguagi che hanno giocato nel Cagliari, ma so che si sono espressi positivamente nei miei confronti. So che anche Abeijon, attraverso whatsapp, ha parlato molto bene di me. Era un esponente della ‘garra charrua’, tipica del calcio sudamericano: anche io sono un giocatore grintoso”.

Artigli e indios

Ma che cos’è questa “garra charrúa”? Possiamo darne una definizione geometrica, cucita su misura? No. Tanti ne collocano la genesi nel Maracanazo, la finale dei Mondiali 1950 vinta in Brasile e contro il Brasile, della quale Obdulio Varela – capitano vincente in campo e solitario nella notte per le strade di Rio – è icona assoluta. Nel ’50, eravamo superiori agli avversari e potevamo accontentarci del pareggio, e invece abbiamo perso nella maniera più abietta, perché Obdulio ci ha trattati a calci, come se fossimo dei vira latas” Questa frase del giornalista brasiliano Nelson Rodrigues descrive meglio di ogni altra il clamoroso esito di quella partita. “Nel calcio, giocare bene a volte non basta. Devi anche farlo profondamente, come fa l’Uruguay” disse Jules Rimet poco dopo la fine di quella partita. Altri identificano la nascita della garra charrua tra gli anni ’20 e gli anni ’30, quando l’Uruguay fu capace di vincere due Olimpiadi e un Mondiale in dieci anni. La charra garrua, in realtà, è tutto questo. O niente di questo. E’ anche l’intervento killer con il quale José Batista, dopo 53 secondi di Scozia-Uruguay nel Mundial di Messico 1986 si era guadagnato il cartellino rosso più veloce nella storia della competizione, o la parata sulla linea di Luis Suarez contro il Ghana al Mondiale 2010, che evitò che un tiro diretto in porta eliminasse la Celeste dalla competizione sudafricana. Dal dischetto però Gyan Asamoah fallì il match point e l’Uruguay riuscì a resistere in dieci conquistando la semifinale ai rigori.

Secondo il dizionario della lingua spagnola la “garra” (che sta per artiglio), nella sua accezione figurativa convoglia i significati di convinzione, attrazione, persuasione. I charrua, invece, erano gli indios precolombiani che vivevano sulle sponde del Rio della Plata. Cosa c’è allora di speciale nello spirito di questi calciatori, nati in una nazione grande come la Toscana, che però ha vinto due Mondiali? A Oliva, erede di Cavani, Vecino, Caceres, Forlan, Laxalt, prossimamente (forse) Godin e tanti altri connazionali passati o stanziati in Italia, il compito di rispondere. Nel segno di Abeijon, Francescoli e Diego Lopez, studia da sardo acquisito con tanta garra charrua nel cuore. E il mare davanti agli occhi. Con un oceano di speranze, quello che divide Cagliari e Montevideo.

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