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Le confessioni dell’ex arbitro Gavillucci: “Ho pagato caro quel Sampdoria Napoli…”

L’ex arbitro Gavillucci si è raccontato in una lunga intervista a Fanpage.it, rivelando di come quel Sampdoria Napoli, in cui interruppe la partita per 5′ per cori discriminatori, abbia determinato la fine della sua carriera arbitrale.

Gavillucci e quel Sampdoria Napoli

“È successo che al 30′ del secondo tempo ho interrotto per cori discriminatori di tipo territoriale, per la prima volta, una partita di Serie A”. Inizia così il racconto di Gavillucci che poi prosegue: “Quello è stato il momento in cui la mia fama è arrivata ai massimi livelli. La fine della mia carriera e l’inizio della storia del libro. Quello che mi ha insinuato dei dubbi è stato il silenzio assordante che nei giorni successivi è calato su quella decisione. Mi aspettavo che almeno dai vertici dell’AIA e dalle istituzioni calcistiche fosse utilizzata come uno spot, come un punto di partenza nella lotta al razzismo”. A fine stagione, l’arbitro viene “licenziato” dall’AIA: Improvvisamente non ero più idoneo a dirigere partite di Serie A. Sono andato a vedere se quelle valutazioni fossero realmente motivate. L’ho scoperto? No”.

Vittime del Var e sudditanza mediatica

Gavillucci ha rivelato che l’utilizzo del Var penalizza la valutazione dell’arbitraggio: L’arbitro è utilizzatore del VAR, ma allo stesso tempo lo subisce. Non ne ha mai parlato nessuno di questo, ne sono venuto a conoscenza leggendo i referti: nel momento in cui l’arbitro corregge al VAR un proprio errore, ripristina la verità del campo ma sancisce, sul piano personale, un voto negativo che andrà a penalizzare la valutazione della sua prestazione. Come se ad un poliziotto venisse dato un laser per rilevare la velocità di una macchina e gli si dicesse: se fai le multe utilizzando il laser, e non ad occhio, ti sarà decurtato lo stipendio”. Sulla sudditanza: “Esiste la sudditanza mediatica. Metto la mano sul fuoco su tutti i miei colleghi, persone integerrime e professionisti veri, che fanno della loro professione una ragione di vita. Ma non vengono garantiti da un sistema che gli permetta di poter essere sereni e liberi come dovrebbe essere un giudice. Confermo che non ho mai subito pressioni dirette, ma questo sistema, in modo indiretto, può condizionare i giudizi degli arbitri”.