Quella volta che Pelè fu pagato profumatamente per fingere di allacciarsi le scarpe…

Anche dopo la morte, l’eco del mito di Pelè riecheggia in tutto il mondo. Dopotutto, si parla di una delle icone più leggendarie della storia del calcio e dello sport in generale. Tre mondiali vinti e 740 gol in gare ufficiali di cui, 643, con la maglia del Santos, club che lo ha visto crescere e diventare il campione che il mondo intero ha imparato ad ammirare. La vita di Edson Arantes Do Nascimiento, difatti, è indissolubilmente legata al Santos che, per lui, ha rappresentato molto di più di una squadra.

Una vocazione, una ragione di vita, tanto da rifiutare ricche offerte dall’Europa pur di restare nella propria terra a disegnare calcio. Non a caso, Pelè è stato sepolto nel Memorial Necròpole Ecumènica, il cimitero più alto del mondo. Dal nono piano del grattacielo, alto 108 metri, si può vedere il Vila Belmiro, stadio del Santos. Anche dopo la morte, il legame tra O Rei e la sua gente è destinato a rimanere indissolubile.

Corteo per le strade di Santos in onore di Pelè

Il mito di Pelè, tra leggenda e marketing

Un mito ricco di aneddoti e curiosità, su tutte quella relativa all’armadietto nello spogliatoio del Santos, contenente un oggetto misterioso e mai aperto dal 2 ottobre 1974, giorno della sua ultima partita con il club. Tra gli aneddoti più affascinanti riguardanti la figura di Pelè, rientra inoltre un episodio che si rivelò una vera svolta in termini di marketing. Lo scenario era quello dei Mondiali del 1970 in Messico, poi vinti proprio dal Brasile nella finale contro l’Italia, strapazzata per 4-1 da O Rei e compagni.

Pelè, ai Mondiali di Messico 1970, dopo il gol realizzato in finale contro l’Italia

Pelè e la rivalità Puma-Adidas

Correva l’anno 1970 e all’epoca era più radicata che mai la faida tra i due marchi sportivi tedeschi: Adidas e Puma. La lite tra Adolf e Rudolf Dassler, che nel 1924 avevano creato un’azienda produttrice di scarpe da calcio, sfociò negli anni ’40 in un’irrimediabile separazione. Da lì ognuno per la sua strada: Adolf creò l’Adidas e il fratello, Rudolf, la Puma. Alla luce di una rivalità sempre più accesa nel corso degli anni e della contestuale esplosione del mito di Pelè, che nel frattempo era cresciuto in modo esponenziale, il clima di tensione tra i due fratelli si fece sempre più netto. Tutti volevano accaparrarsi la figura di Pelè, all’epoca una vera manna in termini commerciali.

Pelè finse di allacciarsi le scarpe

Tuttavia procedere con un’asta all’ultimo sangue avrebbe potuto rivelarsi deleterio per i due fratelli che, di conseguenza, siglarono un accordo secondo il quale nessuno dei due avrebbe stretto rapporti commerciali con Pelè. Accordo, però, non rispettato da Rudolf, che contattò il 10 brasiliano offrendogli 120 mila dollari (circa un milione di euro di oggi) per indossare le scarpette della Puma in occasione dei quarti di finale dei Mondiali contro il Perù.

Per ufficializzare l’affare, inoltre, Pelè avrebbe dovuto fingere di allacciarsi le scarpe prima del fischio d’inizio, e così fece. Prima di toccare il pallone d’apertura della gara, si fermò a centrocampo fingendo di allacciare entrambe le scarpe mentre, dietro lauto pagamento da parte della Puma, il cameraman riprendeva perfettamente l’episodio soffermandosi sul gesto del campione brasiliano. Un gesto che si tradusse in una svolta commerciale enorme nell’ottica delle vendite della Puma, mai così alte prima di allora. Un episodio che sancì per l’ennesima volta la grandezza della figura di Pelè, una leggenda inimitabile dentro e fuori dal campo.

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