Mattia Zaccagni è un esterno offensivo tecnico e creativo, apprezzato per il suo dribbling rapido, l’ottimo controllo di palla e la capacità di rientrare sul destro per creare superiorità numerica o andare al tiro. È un giocatore molto dinamico, abile nel muoversi tra le linee e nel servire assist, oltre a garantire sacrificio in fase difensiva.
A livello individuale ha raggiunto traguardi importanti, come la convocazione stabile in Nazionale italiana, con cui ha preso parte a competizioni internazionali di primo piano.
Curiosità: è diventato celebre per il gol decisivo contro la Croazia a EURO 2024, segnato nei minuti di recupero e valso la qualificazione dell’Italia. È inoltre molto legato alla sua città natale, Cesena, e al percorso di crescita fatto tra Serie B e Serie A prima dell’esplosione definitiva.
Ai tempi della Lazio, Edy Reja lo ribattezzò “il professore” per la sua capacità di dettare i tempi, impostare l’azione e governare il centrocampo con intelligenza e personalità. Un soprannome che racconta bene l’essenza calcistica di Francelino Matuzalém, mediano rude e all’occorrenza regista dal mancino delicato.
Nel corso della sua carriera ha condiviso lo spogliatoio con fuoriclasse del calibro di Roberto Baggio e Ronaldinho, vivendo stagioni intense tra Italia ed Europa e conquistando il rispetto di compagni e tifosi. Per ripercorrere le tappe più significative del suo percorso, tra aneddoti e retroscena, lo abbiamo intervistato in esclusiva.
Ciao Francelino, partiamo dai tuoi inizi. Hai raccontato che se non fosse stato per il calcio saresti finito in carcere o al cimitero. Ci spieghi meglio?
“Sono cresciuto in un quartiere poco tranquillo vicino a una favela. Io avevo la passione di giocare a calcio ma altri amici frequentavano brutti giri: alcuni trafficavano, altri rubavano, altri ancora erano usurai. Io sono cresciuto tra questa gente finché non sono andato a Bahia a giocare a calcio. In quel momento mi sono allontanato ma quando tornavo a casa in vacanza stavo sempre con loro. Su 20 amici due sono sopravvissuti mentre gli altri sono morti o in carcere. Sul petto ho un tatuaggio di un amico che è stato sparato durante una rapina. Lui era molto bravo a giocare ma era pigro e non aveva la costanza di prendere il pullman tutti i giorni per andare agli allenamenti. Io ero spinto dalla passione al contrario suo, prendevo ogni giorno due pullman per andare ad allenarmi”.
La tua prima esperienza in Italia è stata al Napoli. Sei stato solo 2 anni ma hai raccontato di esserti innamorato di città e tifosi. Ci racconti quell’esperienza?
“Il mio passaggio dal Brasile all’Italia è stato molto veloce perché dall’oggi al domani il presidente e il ds mi hanno detto ‘mettiti un vestito buono che domani parti per l’Italia’. Conoscevo il campionato italiano ma non ci pensavo più di tanto perché mi sembrava impossibile giocarci. Partimmo insieme io e Dejan Petkovic che andò al Venezia. A 20 anni mi ritrovai a Napoli e mi innamorai subito del sole e della gente. Per me è stato un passaggio importante perché giocavo in una piazza importante. Non parlavo una parola d’italiano e mi diede una grossa mano Alemão. All’epoca il presidente era Ferlaino e riuscimmo a vincere il campionato di Serie B, arrivando a giocare in Serie A la stagione successiva. Peccato che i problemi societari influenzarono quella stagione che andò male e retrocedemmo di nuovo in B. Sono contento però di aver segnato il mio primo gol in Serie A contro l’Inter allo stadio San Paolo. È stata un’esperienza indimenticabile peccato che non avessi ancora la testa da professionista: mi piaceva fare festa e mangiare la mozzarella. Infatti avevo preso qualche chiletto in quel periodo (ride, ndr)”.
Ti aspettavi che il Napoli sarebbe diventato una big del nostro calcio?
“Sì, appena arrivato a Napoli ho capito che ero in una grande piazza. Era solo questione di tempo e sapevo che sarebbe diventata una big. Racconto sempre ai miei figli di aver giocato lì”.
A Brescia hai conosciuto due mostri sacri come Carletto Mazzone e Roby Baggio. Raccontaci qualche aneddoto
“Dopo Napoli andai a Piacenza grazie a Walter Novellino che è stato fondamentale per la mia crescita. Mi ha fatto capire cosa volesse dire essere un professionista, mi ha dato una mano e ha avuto pazienza con me. Sono stato il primo straniero a giocare a Piacenza e per me è stato motivo d’orgoglio. Lì ho giocato con tanti campioni come Di Francesco, Gautieri e Hubner che mi hanno aiutato a crescere e a capire i meccanismi del calcio italiano. Feci bene segnando 3 gol in campionato. Poi andai per qualche mese a Parma dove conobbi Taffarel e fu emozionante perché l’avevo visto giocare al Mondiale nel ’94. Non ci potevo credere. Lì non mi trovavo bene col ds Sacchi e quindi fui venduto al Brescia perché Novellino mi consigliò a Mazzone che per me è stato come un padre, un grande uomo con un grande cuore. E poi giocare con Baggio è stato un sogno. Ero in una squadra molto forte dove c’erano anche Toni, Guardiola e Appiah. Era una squadra bella e competitiva, oggi lotterebbe per i primi posti in classifica.

Francelino Matuzamen ai tempi del Brescia
Mazzone mi disse subito che lui era tranquillo e paziente in allenamento ma la domenica andava in panchina il suo gemello. Sentiva molto la partita. Ricordo che all’intervallo di una partita, un mio compagno si sdraiò sul lettino per farsi fare un massaggio e Mazzone lo tirò giù gridandogli ‘ma a 22 anni già ti fai fare i massaggi dopo un tempo? Non li fa Baggio a 39 anni e li fai tu?!’. Poi il lunedì vedevamo i video della partita precedente e quando segnava Baggio voleva rivedere il gol 4-5 volte. Ripeteva sempre ‘avete visto che bel gol ha fatto?”. Quando segnavo io andava avanti velocemente, ma Roberto lo stimava tantissimo, giustamente.
Per quanto riguarda Baggio, ricordo una partita a Reggio Calabria in cui ero molto emozionato e sbagliavo tutti i passaggi. Volevo dargli la palla in maniera perfetta ma continuavo a sbagliare. Allora lui si avvicinò a me, ero convinto mi sbranasse, invece mi disse ‘stai tranquillo, stiamo solo giocando a calcio. Fai quello che sai fare!’. Mi diede una grossa serenità e trovai la fiducia per giocare al meglio. Sembra un gesto banale ma per me fu molto importante. Sapevamo la sua storia, che era un grande giocatore, ma vederlo in allenamento era pazzesco. Il venerdì mi invitava ad allenarmi con lui sui calci di punizione. Mi diceva sempre ‘se ti alleni puoi calciare come me’, sapevo che era impossibile ma lui mi spronava continuamente. Mi ricordo che scommetteva con Bachini a chi faceva più gol su punizione a Viviano, che all’epoca era il portiere della Primavera. Vinceva sempre lui, se non segnava, prendeva il palo o la traversa e Bachini si arrabbiava col portiere dicendogli ‘ma solo a me le pari tutte?!’.
Da un fenomeno a un altro: in nazionale under 20 hai giocato con Ronaldinho…
“Ho giocato con lui il Mondiale under 17 e under 20. Non è mai cambiato. Recentemente l’ho incontrato in un evento a Barletta, lui mi ha salutato calorosamente e si è fatto la foto con mio figlio. Come dice lui stesso, i grandi campioni sono umili, il problema sono quelli che non capiscono niente e si credono superiori. Lui già a 15 anni faceva grandi giocate, anche con quelli più grandi. Già all’epoca eravamo tutti convinti che sarebbe diventato il numero uno al mondo. Ho avuto la fortuna di giocarci contro in Spagna e in Champions e per me era sempre emozionante incontrarlo.
Ricordo che una volta con lo Shakhtar lo affrontai in Champions al Camp Nou e lui mi diede appuntamento dopo la partita per fare serata. Venne a prendermi dall’hotel in auto e andammo in un locale dove non c’era nessuno a parte il barman. Gli chiesi ‘ma dove ci hai portato?’ e lui mi rispose ‘non preoccuparti’. Dopodiché fece abbassare un finto muro ed era pieno di gente dall’altra parte. Fu una serata divertente dove non ci fece pagare nulla”.
Dopo una breve parentesi al Real Saragoza, torni in Serie A alla Lazio. Hai raccontato che Lotito si addormentò il giorno della firma…
“Sì Tare fissò l’appuntamento a me e al mio agente alle 22.00 e dopo diverse ore a trattare per 100mila euro, si addormentò. Alla fine ebbe la meglio lui. Lotito è particolare nel modo di esprimersi ma è molto intelligente. Non ci dimentichiamo che ha preso la Lazio sull’orlo del fallimento e l’ha resa una grande società. Non ho nulla da dire su di lui, andai via da Roma per colpa mia. Oggi con un’altra testa non avrei fatto gli stessi errori. Il problema di noi calciatori è che maturiamo dopo. Lui ha il suo modo di fare ma nei momenti difficili era sempre presente e ci sapeva fare. Spero che passi questo periodo difficile, anche ai miei tempi i tifosi ci contestavano. Penso che la Lazio abbia perso molto quando è andato via Tare, lavoravano bene insieme.
Quando veniva a Formello ci spronava a dare il massimo, dicendoci che dovevamo svegliarci perché eravamo in una grande piazza. Ogni tanto chiamava a colloquio i senatori, ma il più delle volte era Tare che gestiva lo spogliatoio. Un anno partimmo male e lui chiamò un prete a Formello ma rimasero in pochi perché molti giocatori non erano cattolici. Non penso che avevamo bisogno dell’esorcista però ammetto che dopo andammo bene, ma sicuramente fu una casualità”.
Cosa pensi della contestazione dei tifosi laziali?
“Seguo poco il calcio oggi, non so cosa sta succedendo ma spero che la Lazio torni a fare bene. Posso solo dire che è importante che società e tifosi camminino insieme”.
Nei tifosi della Lazio c’è il ricordo del tuo assist a Klose in un derby vinto al 93′ nel 2011. Ci racconti l’emozione di quella partita e del derby in generale?
“Il derby di Roma è speciale, superiore anche a quello di Genova. È una partita a sé stante, anche se vai male in campionato, se vinci il derby salvi la stagione. In quella partita eravamo reduci da 4 derby persi, io entrai nel secondo tempo e diedi quella palla a Klose a 30 secondi dalla fine. La misi in area di prima perché avevo paura di perderla e far partire in contropiede la Roma. Diedi una grande palla ma Klose fece una grande giocata, stoppò la palla in un fazzoletto come se fosse da solo e la piazzò in rete da grande attaccante. Fu una liberazione, un’emozione pazzesca. Non dico che ho vissuto la stessa sensazione quando è nato mio figlio ma quasi. Un’esperienza indimenticabile”.
Com’era giocare contro la Roma di Totti?
“Io ci mettevo la stessa intensità in tutte le partite. Sia noi che loro andavamo molto forte nei contrasti. In un derby diventò virale tra i tifosi l’immagine di io che calpesto la faccia di Totti steso per terra. In realtà fu casuale, non volevo prenderlo. Ero aggressivo ma non sleale. Rivista in tv sembrava che l’avessi fatto apposta ma posso assicurare che non era volontario. Stessa cosa quando con la maglia del Genoa infortunai Brocchi. In tv sembrava un’entrata assassina ma in campo la sensazione era diversa. Feci semplicemente un fallo tattico per fermare il loro contropiede e in modo fortuito lo colpì in un punto in cui si era già infortunato. Poi nel post partita andai da lui negli spogliatoi e mi disse che non c’erano problemi. Il vero problema lo creò un nostro ex compagno che mise zizzania. Mi fece arrabbiare, disse una cosa cattiva, andai a cercarlo in un centro sportivo dove si allenavano i nostri figli ma qualcuno lo avvisò della mia presenza e non si fece trovare. Con Brocchi è tutto chiarito, ogni tanto lo sento su instagram”.

Il tackle di Matuzalem che ha causato l’infortunio di Brocchi
Ma è vero che Klose raccoglieva i palloni e i conetti dopo gli allenamenti? Che persona era?
“Era una persona molto umile, che si sacrificava molto per la squadra. Andava sempre a mille. Noi compagni scherzavamo dicendo che non si allenava ma in campo si trasformava. Quando ero già al Genoa, un giorno tornai a Formello, lo incontrai nel parcheggio e mi chiese scusa per essersi preso la maglia numero 11 dicendomi che gliel’aveva data Tare. Un altro non lo avrebbe mai fatto. Apprezzai molto quel gesto”.
Nel 2009 ha vinto la Supercoppa contro l’Inter di Mourinho che poi qualche mese dopo vinse il triplete. Che ricordi hai di quella partita ma soprattutto di quell’Inter?
“Fu una partita difficile, se avessimo giocato altre 10 volte le avremmo perse tutte. Io segnai di faccia, poi subito dopo fu bravo Rocchi a fare un bel gol ma poi dopo ci massacrarono. Muslera fece una grande partita. Loro avevano una squadra fortissima con una panchina incredibile. Battemmo una squadra che poi vinse tutte.

Francelino Matuzalem festeggia il gol in Lazio Inter di Supercoppa Italiana 2009
Al Genoa sei stato allenato da Gasperini. In molti suoi ex calciatori ci hanno detto che i suoi allenamenti sono molto duri ma se ti riesci ad abituare poi voli in campo. Ci racconti di più?
“Confermo, soprattutto quando affrontavamo una big, gli allenamenti erano molto più stressanti. Nessuno però si lamentava perché lui ci ripeteva ‘queste partite si giocano una volta l’anno’. Aveva ragione. Secondo me tatticamente e nel preparare le partite è il migliore di tutti. Mi sono trovato alla grande con lui. È un po’ un sergente di ferro però ha anche un lato buono, se ti vedeva in difficoltà si avvicinava a chiederti cosa non andasse. Lo ammiro molto”.
Ti aspettavi un impatto così forte di Gasperini alla Roma?
“Sì, ero convinto fin da subito che avrebbe fatto bene. Lui è bravo a valorizzare le squadre senza campioni, dove ci sono giocatori che hanno fame. Infatti ha fatto bene all’Atalanta e al Genoa, mentre all’Inter ha avuto qualche problema coi giocatori”.
Perché col Milan e la Roma non si concretizzarono le trattativa?
“Il Milan mi cercò quando ero ancora molto giovane, non ero maturo, mi piaceva uscire a divertirmi. Il ds dei rossoneri era Leonardo e diceva di me che ero forte ma che non ero un grande professionista. Comunque mi fece piacere essere accostato ai rossoneri. Mentre la Roma mi cercò quando ero allo Shakhtar: Spalletti disse al mio agente che mi avrebbe voluto per sostituire Pizarro. Alla fine il giocatore non andò più via e il mio trasferimento sfumò”.
Cosa fai oggi e quali progetti hai per il futuro?
“Qualche anno fa ho preso il patentino Uefa A e Uefa B e vorrei rimanere nel mondo del calcio. Vorrei partire allenando i ragazzi di 14-15 anni e fare il percorso di Inzaghi, arrivando ad allenare in Serie A”.









