Douglas Costa: “Guardiola mi chiamò dopo un 7 a 0. Scelsi la Juve per Alex Sandro ma mi cercò anche la Roma. La Juve tornerà a vincere: mi piace Conceição e occhio a Douglas Luiz”

Douglas Costa si racconta in esclusiva a Chiamarsi Bomber: dallo Shakthar al Bayern alla Juve, i gol, i dribbling, i grandi compagni e la nuova avventura negli Emirati

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Velocità, tecnica, dribbling e un mancino capace di inventare giocate fuori dal comune. Douglas Costa è stato uno degli esterni più spettacolari della sua generazione: dal Grêmio allo Shakhtar Donetsk, passando per il Bayern Monaco di Pep Guardiola e la Juventus, fino alla Nazionale brasiliana.

Un giocatore imprevedibile, capace di saltare l’uomo con una facilità disarmante e di accendersi in pochi metri, lasciando spesso sul posto i difensori avversari. A Torino ha regalato assist, accelerazioni e gol di pregevole fattura, tra cui quello nella finale di Coppa Italia contro il Milan nel 2018.

Oggi, dopo una carriera internazionale ricca di trofei e di esperienze in alcuni dei club più prestigiosi del mondo, Douglas Costa ha scelto una nuova sfida. Dopo la parentesi di sei mesi al Chievo Verona in Serie D, il brasiliano è pronto a ripartire dagli Emirati Arabi con l’Al-Ittifaq.

E proprio in occasione di questa nuova avventura, Riccardo Russo (head of media) e Fabrizio Piepoli (direttore responsabile) di Chiamarsi Bomber lo hanno incontrato in esclusiva al centro sportivo Bottagisio, casa del Chievo Verona, dove sta recuperando da un infortunio al menisco. Tra ricordi della sua carriera, Juventus, Bayern Monaco, Nazionale brasiliana e il presente, Douglas Costa si è raccontato ai nostri microfoni, ripercorrendo alcune delle tappe più importanti della sua straordinaria carriera.

A breve inizierà per te una nuova avventura all’Al-Ittifaq. Come è maturata la decisione di trasferirti negli Emirati e cosa ti ha convinto maggiormente di questa nuova esperienza, sia dal punto di vista professionale che personale?

“Prima cosa perché è l’unico paese in cui non ho giocato dopo aver fatto un bel giro… (ride ndr). Al di là di questo, il progetto è bello, non ci sono solo io, c’è Mario (Balotelli), c’è Dani (Baselli), che ha giocato nel Toro. Penso che possiamo fare delle belle cose, io ho molto entusiasmo riguardo questa scelta”. 

Douglas Costa con la felpa dell'Al-Ittifaq
Douglas Costa con la felpa dell’Al-Ittifaq | IMAGO/Sportimage

A proposito di Balotelli, come nasce la vostra amicizia e che tipo è lontano dai riflettori?

“Conosco Mario da un paio d’anni, uscivo a Milano e lo trovavo sempre in giro. Savo per andare a giocare in Qatar, e la società mi aveva chiesto di chiamare Mario, perché volevano anche lui. Quando poi l’ho chiamato mi ha detto che stava andando a Dubai, e mi ha chiesto se volessi andare con lui. Io gli ho risposto ‘Dipende dalle condizioni’… Da lì mi ha presentato Laterza (patron del club e anche del Chievo ndr), che mi ha spiegato il progetto. Mario lontano dai riflettori? Lui è tranquillo, una persona serena a cui piace tantissimo il calcio e anche per questo ho accettato la sua proposta. Ho giocato con tutti gli attaccanti più forti, mi mancava giocare con Mario che secondo me è stato uno degli attaccanti più importanti in Italia. Con lui condividevo già un’amicizia, mi mancava averlo come compagno di squadra, adesso c’è questa opportunità. Serate insieme? No, ma ora che vivremo tutti i giorni insieme forse succederà qualcosa…”.

La scorsa stagione hai vestito la maglia del Chievo in Serie D. Che esperienza è stata per te e cosa ti ha lasciato quell’avventura?

“Col fatto che a Dubai avevano gli slot per gli stranieri già pieni è nata la possibilità di venire al Chievo, club da cui sono stato sorpreso in maniera positiva, sia per le strutture che per le persone che ci lavorano. Quando sono arrivato qui a Verona mancavano 3/4 mesi per finire il campionato, posso dire che se fossi arrivato prima avrei potuto fare un po’ meglio e magari anche portare la squadra in Serie C, quello era il mio obiettivo. Devo essere sincero, quando sono arrivato al Chievo pensavo fosse solo un posto dove ‘aspettare’ prima di andare a Dubai, dopo ci ho preso gusto, qui mi hanno trattato benissimo. Anche i miei compagni di squadra mi hanno accolto benissimo, mi hanno dato una grandissima mano. All’inizio ho dovuto abituarmi al contesto della Serie D, poi ho iniziato a fare ciò che sapevo fare ed è andata benissimo, anche grazie ai compagni appunto. Anche gli avversari mi hanno sempre trattato benissimo, post partita era sempre un macello, pieno di tifosi”.

Anche quest’estate il patron Laterza ha allestito una rosa importante. Secondo te il Chievo ha tutto ciò che serve per continuare la scalata e puntare, nel breve futuro, a tornare in Serie A?

“Sì, certo! Pietro (Laterza ndr) sta spingendo tantissimo. Venerdì scorso sono andato a vedere la partita di coppa, la squadra è cambiata tantissimo e secondo me hanno tutte le carte in regola per provare a vincere il campionato. È tosta, difficile, ma il progetto è molto ambizioso”.

Nella tua carriera hai avuto l’opportunità di essere allenato da Mircea Lucescu. Che ricordo conservi di lui e quanto è stato importante per la tua crescita?

“Lucescu è stato il mio primo allenatore in Europa, quando a 19 anni sono arrivato dal Gremio. Un bel cambiamento, dal Brasile all’Ucraina, il freddo… Io parlavo solo portoghese, avevo “paura” della lingua, ma con lui ci capivamo facilmente perché parlava un mix tra portoghese, spagnolo e italiano. Ha avuto la pazienza di insegnarmi a giocare di squadra, la fase difensiva, consapevole che a noi brasiliani piace attaccare, dribblare. Poi c’erano altri 11 brasiliani lì che hanno reso la mia vita molto più facile. Lucescu comunque è stato uno dei miei mentori, mi ha sempre incoraggiato e ha avuto fiducia in me. Anche dopo che sono uscito dall’Ucraina abbiamo mantenuto un bel rapporto, ero al Bayern Monaco e voleva portarmi alla Dinamo Kiev ‘No mister, non si può fare così’, gli dicevo… Posso dire che per me è stato come un padre, a 19 anni in un paese nuovo mi ha dato tutto il tempo di cui avevo bisogno. Se sono diventato ciò che sono è anche grazie a lui”. 

Facciamo un salto indietro nel tempo: nel 2015 arriva la chiamata del Bayern Monaco di Pep Guardiola. Come è nata quella possibilità e cosa hai pensato quando hai saputo che Guardiola ti voleva?

“Con lo Shakthar incontrammo il Bayern in un ottavo di finale di Champions. All’andata in Ucraina pareggiammo 0-0 nel freddo. Al ritorno finì 7-0, anche perché giocammo in 10 uomini già dai primi 5’… La Champions per noi brasiliani era un po’ una vetrina per farci notare dai grandi club d’Europa, ma dopo un 7-0 mi sembrava difficile che potessero pensare a qualche talento nella nostra squadra. Io avevo un bel rapporto con Rafinha, il terzino del Bayern, e finita la partita mi chiese il numero dicendomi che qualcuno dello staff del club voleva parlare con me. Pensavo a dei semplici complimenti. invece era proprio Pep che voleva parlare con me. Mi chiamò e mi chiese se volessi imparare a giocare al calcio ‘vero’. Gli risposi di sì, era ovvio che volessi giocare nel Bayern, ma poi gli spiegai che volevo giocare per centrare i miei obiettivi, c’erano anche i Mondiali, e sapendo che nel club c’era gente come Robben e Ribery non pensavo di giocare… Lui mi rispose che se avessi confermato quello che avevo dimostrato in quelle due partite mi avrebbe fatto giocare, anche se non poteva assicurarmi la titolarità. Con lui ho fatto tutto l’anno titolare e ho fatto una delle mie migliori stagioni. Lì ho capito la mentalità vincente, ho imparato da lui e da tutti quei campioni Lahm, Neuer, Xabi Alonso. Quell’esperienza è stata una delle più divertenti della mia carriera”.

Guardiola e Douglas Costa
Guardiola e Douglas Costa ai tempi del Bayern Monaco | imago/DeFodi 

Hai vissuto quotidianamente al fianco di Guardiola: c’è un aneddoto particolare, magari curioso o divertente, che ancora oggi ricordi con un sorriso?

“Non è proprio un uomo di spogliatoio, lui ha le sue idee chiare, chi vuole seguirlo gioca, chi non vuole aspetta. Lui è un malato di calcio, parla sempre di calcio e vuole sempre migliorare. Dal primo all’ultimo giorno è calcio vero, certo si lavora anche sul fisico, ma c’è sempre la palla. Vuole sempre il massimo da te, ti stimola a fare sempre meglio”.

Nel 2017 arriva il trasferimento alla Juventus di Massimiliano Allegri. Che esperienza è stata quella in bianconero?

“Il passaggio dal Bayern alla Juve è stato diverso da quello da Shakthar a Bayern. Arrivavo già da un livello più alto, e loro li avevo già affrontati negli ottavi di Champions, erano sopra 2-0 da noi a Monaco poi Evra non buttò il pallone… Dopo la partita venne da me Agnelli per parlare e gli spiegai che io ero felice a Monaco, e finì là. Poi andai con la Nazionale Brasiliana in Australia per un’amichevole contro l’Argentina e con me c’era Alex Sandro. Guardiola era andato via dal Bayern ed era arrivato Ancelotti che preferiva puntare su Robben e Ribery mentre io volevo andare al Mondiale e avevo bisogno di giocare, e glielo dissi. Lui non voleva che andassi via, ma mi disse che alla fine della stagione sarei stato libero di andare. Racconto questo perché fu proprio Alex Sandro, lì in Australia, a chiedermi se volessi andare alla Juve. Gli dissi di sì e lui avvisò Paratici che a sua volta contattò il mio agente.

Avevo anche l’opzione Liverpool, ma ho guardato innanzitutto dove sarei stato importante per la squadra. Avevo anche parlato con Coutinho che però mi disse che stava andando al Barcellona, e io volevo almeno un brasiliano con me e a Torino c’era Alex Sandro che alla fine mi ha convinto. Pensavo che arrivando dal Bayern sarei stato subito titolare, ma poi ho beccato Mandzukic in una forma strepitosa e ho dovuto aspettare 5 o 6 mesi. Entravo sempre ma non iniziavo mai le partite. La mia occasione è arrivata in una sfida contro il Napoli al Maradona, nemmeno Sarri si immaginava che Allegri mi avrebbe messo in campo. Ho fatto un partitone e abbiamo vinto 1-0 con gol di Higuain. Da lì in poi giocavo spesso, tanti minuti, anche perché arrivavo da un calcio diverso, in cui avevamo sempre la palla, e in Italia invece ho dovuto imparare tante nuove cose. Quando stavo in forma però, da lì in poi, giocavo sempre, con Allegri ero sempre in campo”. 

Allegri e Douglas Costa alla Juventus
Allegri e Douglas Costa alla Juventus | imago images / VI Images

Alla Juventus hai lavorato prima con Allegri e poi con Maurizio Sarri. Come descriveresti questi due allenatori e quali sono, secondo te, le principali differenze tra loro? Hai qualche aneddoto particolare da raccontarci?

“Con Sarri io non avevo problemi, era più un ‘fare gioco’ rispetto ad Allegri, potrei dire più vicino a Guardiola, spingere e pressare alto: quello che a me piaceva di più. Due esperienze diverse da cui ho imparato tanto, due allenatori fortissimi”.

Torniamo al 10 aprile 2019: Juventus-Ajax finisce 1-1 e tu colpisci quel palo clamoroso. Tra i tifosi bianconeri c’è ancora la convinzione che, se quel pallone fosse entrato, quella Juventus avrebbe potuto arrivare fino in fondo in Champions League. Tu come la vedi oggi? Quanto era davvero forte quella squadra?

“La partita prima avevamo passato il turno contro l’Atletico, io arrivavo da un infortunio, avevo fatto di tutto per poter essere in campo e entrai nel secondo tempo. Ci fu tanta sfortuna, se fosse entrato quel pallone sarebbe cambiata la storia. Ho una partita che ho sempre bene in testa, era una Juve fortissima che aveva tutto per vincere qualsiasi cosa, anche la Champions. Ma anche l’anno prima, quando stavamo 3-0 in vantaggio al Bernabeu…”

Alla Juventus hai condiviso lo spogliatoio con Cristiano Ronaldo. Si parla spesso della sua straordinaria maniacalità nella preparazione: com’era davvero vederlo allenarsi ogni giorno? Qualche aneddoto su di lui? Team CR7 o Team Messi?

“Innanzitutto io ho vissuto Ronaldo, e posso dire che è un fenomeno. Non ho vissuto in prima persona Messi però l’ho visto giocare… Mi piacciono entrambi, sono due talenti diversi, mi piace più Messi perché è più vicino al mio tipo di calcio, ma giocare con Ronaldo era un sogno, quando giocavo nel Gremio a 17 anni e lui era nel Manchester United era il mio idolo assoluto. Lui ha la testa diversa dagli altri è anche per quello che ha raggiunto tutti quegli obiettivi, e io tifo affinché arrivi al traguardo dei 1000 gol in carriera, se lo merita, lavora tantissimo tutti i giorni. Dietro le quinte è una persona normalissima, stavamo spesso con lui perché parlava portoghese. L’unica differenza tra lui e gli altri è che è un fenomeno e ha vinto tutti quei palloni d’oro. Di lui e con lui ho bei ricordi, posso dire che quando decide di fare una cosa, la fa, su quello è il numero uno. Avere Cristiano Ronaldo in squadra significa iniziare la partita 1-0”.

Douglas Costa e Cristiano Ronaldo alla Juventus
Douglas Costa e Cristiano Ronaldo alla Juventus | imago/Focus Images

Da quando hai lasciato la Juventus, il club non è più riuscito a vincere lo scudetto. Secondo te cosa è cambiato rispetto agli anni in cui eri tu in squadra e quali sono le ragioni principali delle difficoltà vissute dai bianconeri?

“Secondo me è una questione di cicli. Dalla Juve che aveva vinto la Champions si è dovuto aspettare un po’ prima di vincere di nuovo passando anche dei momenti difficili; poi siamo arrivati noi e adesso chiuso anche quel ciclo bisognerà aspettare un po’. Poi la Juve tornerà ad essere quella di sempre. Non si può vincere sempre per 100 anni… Quest’anno è partita bene. Tutti segnali che sta riprendendo la strada giusta.”

Conosci bene il calcio brasiliano e hai seguito da vicino anche i tuoi connazionali Bremer e Douglas Luiz. Che idea ti sei fatto del loro percorso alla Juventus e che giudizio dai sul loro rendimento in bianconero?

“Sono due giocatori fortissimi. Douglas è tornato, ha tutte le qualità per fare bene e secondo me ha iniziato benissimo. Bremer è sempre stato forte, e anno dopo anno migliora sempre più: non voglio fare paragoni ma sta seguendo le orme di difensori come Chiellini, sta prendendo quella strada”. 

Per diversi anni sei stato tu il riferimento sulla fascia destra della Juventus. Oggi quel ruolo è occupato da Francisco Conceição: che ne pensi di lui?

“Secondo me è il giocatore giusto, ha l’uno contro uno, ha tutto, tutte le qualità. Devono lasciargli fare ciò che è abituato a fare, a me piace, è veramente forte. È un giocatore che crea tantissimo, è un giocatore importante per la rosa della Juve”. 

Sei mai stato vicino ad un altro club di Serie A?

“Prima, quando ero allo Shakthar, mi aveva cercato la Roma. Avevamo fatto bene contro di loro negli ottavi di finale di Champions. Ho parlato con loro, ma non hanno accontentato le richieste del presidente. Due anni dopo sono andato al Bayern Monaco”.

In Nazionale, invece, hai avuto la possibilità di giocare al fianco di un altro fenomeno assoluto come Neymar. Che rapporto avevate e c’è qualche episodio particolare vissuto insieme che ti va di raccontare?

“Neymar ha iniziato a giocare sulla fascia, poi è diventato un numero 10 e ha segnato più di 500 gol in carriera, si merita tutti gli applausi. Di generazione in generazione, ognuna ha il suo fenomeno: Pelè, poi Zico, dopo c’è Ronaldo, Romario, Ronaldinho, e nella nostra c’è Neymar. Il fatto di non aver vinto il Mondiale non lo rende meno importante, per me è stato uno dei migliori di sempre. Ho giocato 4, 5 anni con lui in Nazionale, e quando mi chiedono chi era il più forte dico sempre il suo nome. Ho vissuto Neymar a 23 anni, e non c’è paragone rispetto agli altri più “vecchi”. Neymar prendeva la palla in difesa e andava a segnare, ti faceva divertire. È il giocatore più forte con cui ho giocato: in allenamento c’era gente come me, Coutinho e Willian già ad un livello molto alto, e Neymar era ad un livello superiore al nostro, un fenomeno assoluto. Se ho fatto serata con lui? Tanti anni fa, quando eravamo single, forse il 2006… ma non vi posso raccontare nulla, impossibile, siamo tutti sposati ora… (ride ndr).

Se il Brasile tornerà grande? C’è bisogno di tempo, il calcio è cambiato tantissimo ed è cresciuto anche negli altri paesi. Ad esempio prima si andava ad insegnare calcio in Giappone, ora è il Giappone che può insegnare come si gioca, giocano benissimo con grande pressione. Il Brasile ha tanti giovani forti…”

Com’è Ancelotti?

“Sulla gestione è bravissimo, mi sono trovato benissimo con lui. si può dire con certezza che è uno degli allenatori più forti al mondo. Poi è simpaticissimo…”.