Giacomo Raspadori è un attaccante italiano classe 2000, noto per la tecnica sopra la media, l’intelligenza tattica e la versatilità offensiva. È rapido, agile, con un basso centro di gravità e riesce a sfruttare gli spazi tra le linee; può giocare come seconda punta, centravanti mobile, trequartista o esterno offensivo, contribuendo sia a creare che a segnare grazie alla sua visione di gioco e alla capacità di usare bene entrambi i piedi.
Nel suo palmarès ci sono importanti successi: ha vinto l'Europeo con l’Italia e due Scudetti con il Napoli (stagioni 2022-23 e 2024-25). Tra le curiosità, Raspadori ha studiato Scienze Motorie all’università e nel 2024 ha avuto la sua prima figlia con la compagna Elisa.
Nuova Italia, vecchie abitudini. Il nuovo corso della Nazionale riparte dall’Olimpico e lo fa nel modo peggiore: tra i fischi di uno stadio che nel finale di partita si è dovuto sorbire gli ola irrisori da parte dei tifosi belgi.
Nel post partita il nostro ct ha provato a separare le due facce della serata, spiegando che l’Italia è stata da bocciare soprattutto per quanto mostrato nel primo tempo e che, nella ripresa, gli Azzurri hanno giocato alla pari con il Belgio. Una lettura che contiene certamente una parte di verità. Perché non è tutto da buttare nella serata dell’Olimpico: qualche lampo si è visto, così come alcuni segnali incoraggianti.
Ma il problema è proprio ciò che quei lampi non riescono a nascondere.
Perché dietro una prestazione altalenante riemergono, ancora una volta, i problemi strutturali che da anni accompagnano la Nazionale. E che, più in generale, raccontano lo stato di salute del calcio italiano.
L’Italia non ha più un centravanti che la butti dentro
Partiamo dall’attacco. Pio Esposito è forte, ha talento, struttura e margini di crescita enormi. Con il tempo può diventare uno dei grandi centravanti del calcio europeo.
Ma oggi non lo è ancora.
E questo è il punto. L’Italia si presenta ai grandi appuntamenti senza avere a disposizione un numero 9 capace di garantire quei gol che, storicamente, hanno fatto la differenza. Non serve nemmeno scomodare Haaland o Mbappé per rendersi conto del problema: altre Nazionali europee possono contare su attaccanti che, in questo momento, offrono certezze maggiori.
La Danimarca ha Højlund, la Svezia ha Gyökeres e persino la Grecia può contare su Douvikas, che non è certamente al livello degli altri due, ma che non dimentichiamoci che la scorsa stagione è arrivato al secondo posto nella classifica marcatori della Serie A dietro a Lautaro Martinez. Sono giocatori diversi per caratteristiche, ma accomunati da una qualità che oggi agli Azzurri manca terribilmente: la capacità di trasformare le occasioni in gol con continuità.
Pio Esposito può diventare una risposta. Ma non può essere considerato, oggi, la soluzione a un problema che dura da anni.
E poi c’è la difesa: una volta eravamo maestri
Se l’attacco preoccupa, la difesa fa ancora più male.
Perché qui il problema assume quasi un valore simbolico. L’Italia è stata per decenni la scuola difensiva per eccellenza. Abbiamo insegnato al mondo come si difende e prodotto alcuni dei più grandi centrali della storia del calcio: Baresi, Scirea, Ferrara, Maldini, Costacurta, Nesta, Cannavaro, Barzagli, Chiellini.
Una tradizione gigantesca.
E oggi?
Oggi la retroguardia azzurra appare fragile, vulnerabile, incapace di trasmettere quella sensazione di sicurezza che per generazioni ha rappresentato uno dei marchi di fabbrica della nostra Nazionale.
La giocata di Godts – che per carità è uno dei maggiori prospetti del calcio europeo, non a caso pagato 55 milioni dal Psg in estate -, capace di mettere in ginocchio praticamente tutta la linea difensiva azzurra, è semplicemente frustrante. È l’immagine più evidente di un problema che non nasce ieri. Non significa che ogni difensore italiano sia scarso, naturalmente. Significa che il sistema non sembra più riuscire a produrre con la stessa frequenza quei difensori dominanti che un tempo rappresentavano la normalità.
E questa, forse, è una delle fotografie più impietose del nostro declino.
Dov’è la fantasia?
Poi c’è un’altra assenza, forse ancora più difficile da accettare per chi è cresciuto guardando la Nazionale negli anni ’80 e ’90.
Quella del fantasista.
L’uomo capace di saltare l’avversario, accendere la partita, inventare qualcosa quando tutto sembra bloccato. Quello che prende il pallone e si assume la responsabilità di cambiare la storia di una partita.
Per decenni l’Italia ha avuto il suo numero 10.
Rivera, Baggio, Totti, Del Piero. E poi Cassano, fino ad arrivare a giocatori come Di Natale, capaci di regalare imprevedibilità e qualità all’attacco azzurro.
Oggi quel ruolo è affidato a Giacomo Raspadori.
Con tutto il rispetto per un giocatore di qualità, il paragone con quei nomi è semplicemente impossibile. E non serve nemmeno chiamare in causa Bellingham o Yamal per capire quanto sia profondo il problema. Basta guardare alle altre Nazionali europee: la Svizzera può contare su Manzambi, la Turchia su Yıldız, la Norvegia su Ødegaard.
Non è una questione di convocazioni
Ed è qui che il problema diventa enorme.
Perché si potrebbe continuare a cambiare giocatori, provare nuovi moduli, lanciare giovani, convocare Zoma, Doumbia, Romano o altri ragazzi interessanti. Ma il punto non è trovare il nome giusto da aggiungere alla lista.
Il punto è capire perché il calcio italiano non riesca più a produrre, con continuità, giocatori decisivi nei ruoli che storicamente hanno rappresentato la nostra forza.
Un grande centravanti. Un difensore dominante. Un fantasista capace di accendere la luce.
Non è soltanto un problema della Nazionale. È il riflesso di un movimento che da anni sembra inseguire il proprio passato senza riuscire a costruire davvero il futuro.
Il problema è che gli altri hanno l’imbarazzo della scelta
Ed è forse questo il confronto che fa più male.
E mentre noi ci arrovelliamo per settimane sul fatto che sia meglio il 4-3-3 o il 4-4-2, in Francia si chiedono se, davanti all’assenza di Mbappé, sia meglio puntare su Doué, Barcola o Cherki.
Tre giocatori di enorme talento per un solo posto.
Ed è qui che capisci quanto sia grande il gap.
Perché mentre noi siamo ancora alla ricerca della formula tattica capace di nascondere le nostre lacune, altre Nazionali possono permettersi di discutere su quale campione scegliere per sostituire un altro campione. Non è soltanto una questione di moduli o di allenatori: è una questione di profondità, qualità e quantità di talento a disposizione.
Ed è probabilmente questo il dato che dovrebbe far riflettere più di tutti.
Serve una rivoluzione, non un’altra toppa
La partita dell’Olimpico non ha necessariamente detto che tutto è da rifare. Ha però confermato che molto, moltissimo, deve cambiare.
Perché possiamo discutere del primo tempo, della reazione nella ripresa, delle scelte dell’allenatore e delle prestazioni dei singoli. Ma sarebbe miope fermarsi a questo.
Il problema degli Azzurri è più profondo.
Serve una rivoluzione copernicana. Non l’ennesimo cambio di interpreti, non l’ennesimo nuovo corso annunciato come quello della svolta. Serve ripensare il modo in cui il calcio italiano forma, valorizza e porta ai massimi livelli i propri talenti.
Perché il tempo delle toppe è finito.
La nuova Italia è appena ripartita, ma i vecchi problemi sono ancora tutti lì.
E mentre gli altri continuano a produrre centravanti, fantasisti e difensori di livello internazionale, noi continuiamo a chiederci dove siano finiti i nostri.
Qualcuno salvi gli Azzurri.
