Andrea Cambiaso è un esterno moderno e duttile, capace di giocare su entrambe le fasce sia come terzino sia come quinto di centrocampo. Mancino naturale, si distingue per tecnica pulita, controllo orientato e qualità nel cross, abbinate a grande corsa e intelligenza tattica. È abile nell’uno contro uno, sa inserirsi senza palla e garantisce equilibrio tra fase offensiva e copertura difensiva, qualità che lo rendono prezioso nei sistemi con difesa a tre o a quattro.
Cresciuto nel settore giovanile del Genoa, dopo diverse esperienze in prestito è approdato alla Juventus FC, con cui ha vinto la Coppa Italia 2023-24, primo trofeo della sua carriera. Le sue prestazioni gli sono valse anche la convocazione in Nazionale maggiore, confermando una crescita costante.
Apprezzato per la personalità e la maturità tattica nonostante la giovane età; ama partecipare attivamente alla manovra, spesso accentrandosi per dialogare con i centrocampisti, mostrando una visione di gioco non comune per un esterno.
Con 144 presenze in Serie A, 7 gol e 6 assist, Paolo De Ceglie è stato uno dei terzini sinistri più affidabili della scorsa generazione. Cresciuto e consacratosi nella Juventus, con cui ha conquistato quattro scudetti, tre Supercoppe Italiane e due Coppe Italia, oltre a sfiorare la gloria europea con la finale di Champions League 2014-2015, ha vestito in Italia anche le maglie di Siena, Parma e Genoa. Oggi, ai microfoni della redazione di Chiamarsi Bomber, ripercorre le tappe più significative della sua carriera, soffermandosi anche su un’analisi della Juventus attuale.
Ciao Paolo, partiamo dal tuo esordio tra i professionisti in quella Juve in Serie B. Che sensazioni hai avuto nel condividere lo spogliatoio con campioni come Del Piero, Nedved, Buffon etc?
“C’è sempre stata soggezione da parte mia verso questi giocatori e c’è tuttora. È giusto che sia così perché è pure bello vedere questi idoli come qualcosa di inarrivabile. Dal punto di vista umano sono stati un esempio e mi hanno lasciato un grande insegnamento. Pensare che giocatori top come loro, che sarebbero potuti andare in qualsiasi club al mondo, siano rimasti nella Juve in B, vale più di qualsiasi insegnamento di calcio e di vita. Sfido oggi a vedere una cosa del genere nel calcio moderno”.
Recentemente Bojinov ci ha detto che quella Juve in B era più forte di quella attuale. Sei d’accordo? Pensi che oggi la Juve abbia perso la sua mentalità vincente?
“L’ha persa in questi ultimi 2-3 anni, da quando ha subìto un cambiamento radicale. Aveva raggiunto un livello altissimo grazie alla struttura societaria che c’era prima. In poco tempo ha perso i suoi pilastri: dal presidente ai dirigenti, fino all’ossatura della squadra. È impensabile ritrovare le figure adeguate e ricreare l’alchimia giusta in poco tempo. L’importante ora è cercare di costruire anziché ricostruire nuovamente da zero. Questo deve essere l’obiettivo primario del club. Quella Juve in B godeva di un’ossatura di giocatori importanti che ha subito riportato il club dove meritava di stare”.
Cosa deve fare la Juve per tornare ad alti livelli?
“La proprietà deve fare delle scelte precise e dare degli obiettivi chiari ai dirigenti. La Juve ha sia obiettivi di bilancio che di campo, perché chiaramente la piazza si aspetta sempre di vincere. È importante che chi guidi il club verso questi obiettivi abbia la Juve nel cuore. L’assetto societario è fondamentale anche per i giocatori che hanno bisogno di certezze e di figure di un certo peso trasmettano credibilità. Credo che la Juve in questi anni stia cercando l’assetto giusto in tutti questi ambiti”.
Dopo una parentesi al Siena, torni alla Juve di Ranieri nella stagione 2008-2009. Vorrei chiederti com’è nello spogliatoio e qual è stato il tuo rapporto con lui?
“Per me è stato fondamentale perché è stato lui a rivolermi alla Juve. Fu una stagione importante che finì con la qualificazione in Champions League. Ranieri mi ha fatto crescere dandomi fiducia e facendomi giocare. Coi calcisticamente mi ha aiutato nella crescita, arretrandomi da vice-Nedved a terzino sinistro. È una persona con valori umani eccezionali: quando fui ricoverato in ospedale per infortunio mi venne a trovare. È stato molto importante per me”.
Una curiosità: in quei tuoi primi anni di Juve hai giocato con Amauri che il primo anno sembrava potesse diventare un top player. Sai spiegarmi cos’è successo?
“Amauri lo ritengo un top player e lo ha dimostrato facendo bene in bianconero. E poi gli sono grato perché mi aiutava trasformando in gol i miei cross, sfruttando la sua elevazione incredibile. Gli è mancata la costanza negli anni, non è semplice mantenere sempre lo stesso livello alla Juve, ma già il fatto che abbia vestito quella maglia dimostra il suo valore. Poi va considerato che quegli anni non sono stati facili per la squadra e per lui che ha avuto diversi problemi fisici”.
Stessa domanda per Pogba: top player nella prima Juve poi si è perso, anche a causa dei tanti infortuni. Cosa ti ricordi di lui e cosa gli è successo?
“È un peccato che non sia rimasto sullo stesso livello per vent’anni. I primi anni alla Juve era tra i centrocampisti più forti del mondo ma credo che gli infortuni l’abbiano rallentato. Non è una scusa, ma gli infortuni gravi innescano dei meccanismi fisici e mentali che rendono difficile mantenere un certo livello. È un peccato per il mondo del calcio non averlo potuto godere al massimo in questi ultimi anni. Quando arrivò a Torino capimmo subito tutti che era di un altro livello. Era molto giovane e ricordo che ogni tanto Conte lo riprendeva per alcune ‘ragazzate’, però poi in campo faceva sempre la differenza. Ha avuto una crescita esponenziale molto veloce ritagliandosi un ruolo da titolare in quella Juve. Sicuramente l’ambiente l’ha aiutato molto impostandogli un certo tipo di mentalità”.
Dopo due settimi posti, arriva Conte alla Juve nella stagione 2011-2012 e vincete lo scudetto contro un Milan favorito. Ci spieghi cos’è successo in quella stagione e cosa ha portato Conte?
“Quell’anno lì c’era l’alchimia giusta in società, c’era il nuovo stadio e la squadra era desiderosa di rivalsa. Partita dopo partita ci ritrovammo a marzo lì in alto, capimmo che era giusto crederci e avemmo ragione”.
Perché la Juve non ha ripreso Conte?
“È un grandissimo allenatore. Probabilmente c’è stato un momento in cui la Juve avrebbe potuto riprenderlo e avrebbe fatto bene ma evidentemente non c’è stata la voglia di far tornare una figura così pesante per l’ambiente. È stata un’occasione persa”.
Ex giocatori ci hanno parlato di allenamenti da marines con Conte. Ci confermi?
“Assolutamente sì, erano allenamenti al limite ed esponenziali, cioè miravano a farci raggiungere soglie molto alte di fatica fisica e mentale aumentando sempre di più i carichi di lavoro. Ricordo che una volta avevo un paio di giorni liberi ma rinunciai ad un viaggio perché ero troppo stanco per partire. Fa parte del suo metodo e del suo modo di lavorare che ha portato risultati alla Juve e non solo. Voglio però precisare che lui non è solo questo, anche a livello tattico e di principi di gioco ha portato molte innovazioni che ci hanno dato dei vantaggi sul campo. I suoi metodi hanno permesso di cambiare le cose in maniera rapida. La sua forza è stata la credibilità: ci chiedeva di fare cose in campo che inizialmente ci lasciavano perplessi ma che poi funzionavano”.
Tu hai vissuto l’inizio dell’epopea dei 9 scudetti vinti. Pensi che la Juve possa tornare a quei livelli nel breve periodo?
“Vincere per 10 anni di fila era difficile da immaginare, anche il secondo anno sapevamo che era difficile ripetersi. La cosa strana è che dopo il quarto scudetto l’ambiente iniziò a dare tutto per scontato. Quelli scudetti non arrivavano perché la squadra era forte ma perché i giocatori continuavano a lavorare sodo e a non mollare nulla. Grazie a quell’atteggiamento hanno realizzato un’impresa sportiva unica nel calcio italiano. Non so se la Juve riuscirà a ripeterla, ora deve pensare a lavorare per tornare a vincere un trofeo. Spero che questa stagione sia funzionale per il futuro”.

Paolo De Ceglie con la Juventus 2013/2014 | IMAGO/ABACAPRESS
Pensi che Spalletti sia l’allenatore giusto per aprire un ciclo vincente?
“Lo sta dimostrando. In breve tempo è diventato un riferimento e ha dato un’identità alla squadra. Io non credo che alla Juve ci siano giocatori scarsi però nei momenti difficili diventa complicato fare le scelte giuste, scegliere su chi puntare e su chi no. In questo momento la Juve sta pian piano creando un assetto per il futuro. Credo che Spalletti sia funzionale a questo obiettivo”.
A gennaio 2014 passi in prestito al Genoa dove sei stato allenato da Gasperini. Perotti ci raccontò che fece tardi al suo primo allenamento e Gasp lo iniziò a insultare. È davvero un sergente di ferro?
“Anche lui si è formato alla Juve (ha allenato le giovanili dal 1994 al 2003, ndr), quindi ha sempre puntato sulla cultura del lavoro. Io arrivavo dagli allenamenti di Conte e quindi ero tra quelli che correvano più chilometri. È un allenatore diverso nei principi di gioco ma molto simile dal punto di vista del lavoro fisico e della mentalità”.
Nell’estate del 2014 passi in prestito qualche mese al Parma dove giochi con Cassano. Ci racconti che personaggio è?
“È stato un piacere giocare con lui, nonostante l’età avanzata era evidente il suo tocco di palla, il suo talento. Il carattere lo conoscono tutti, è un giocatore fantasioso dentro e fuori dal campo. Andava a giornate: a volte eri il suo beniamino e altre volte no. Era bizzarro, ogni giorno poteva cambiare idea su di te”.
A gennaio 2015 ti richiama la Juve di Max Allegri. Che allenatore è?
“È un allenatore di grande livello che aveva ereditato una squadra vincente e non era facile confermarsi. Con la sua qualità è riuscito a dare continuità e al contempo a modellare la squadra sul suo modo di vedere il calcio. È un grande allenatore che ha scritto la storia della Juventus. Ricordo che era molto attento alle relazioni, sapeva trovare le chiavi giuste per motivare e responsabilizzare la squadra. All’inizio dell’allenamento scherzava con tutti, teneva viva la squadra”.
In quella stagione la Juve vinse lo scudetto e perse la finale di Champions contro il Barcellona. Pensi che i blaugrana fossero troppo più forti o ai bianconeri mancò qualcosa quella sera?
“No, la Juve ha avuto la bravura di arrivare due volte in finale ma la sfortuna di giocare contro i due giocatori più forti di quella generazione cioè Messi e Cristiano Ronaldo. Rivedendo quella partita, nel primo tempo la Juve se l’è giocata, poi nel secondo tempo è emerso il Barcellona. Avremmo potuto vincerla quella Champions ma dall’altra parte c’era una squadra fortissima abituata a giocare certe partite. Non si può recriminare nulla a quella Juventus, era difficile giocare contro quel Barcellona”.
Erano gli anni della BBC. Era davvero così impenetrabile?
Barzagli, Bonucci e Chiellini erano l’ossatura di quella squadra e tra di loro si completavano grazie alle loro caratteristiche. Avevano un equilibrio e una complicità che li ha fatti diventare un blocco unico”.
Com’è stato giocare con Tevez?
“Era un leader. Quando arrivò a Torino si vociferava che al City avesse fatto un po’ di casini nello spogliatoio e che non si allenava al massimo, invece abbiamo conosciuto un grande lavoratore. In allenamento sembrava un giocatore ‘normale’, mentre in partita si trasformava nel leader e nel campione che tutti conoscono. Mi impressionava più in partita che in allenamento, quando c’era da fare la differenza in campo lui c’era”.
Com’è stata la tua esperienza a Marsiglia?
“È stata un’esperienza professionale e di vita. Ho capito come va affrontata un’esperienza all’estero. Io arrivavo con tante certezze ma ho trovato una società con metodi completamente diversi. Quando ho capito che ero io che dovevo adattarmi ed aprirmi agli altri, ho iniziato a esprimermi al meglio. Quell’esperienza mi ha poi aiutato a vivere meglio il percorso in Svizzera e negli Usa”.

Paolo De Ceglie all’Olympique Marsiglia | imago/PanoramiC
Passiamo all’attualità: oggi sulla sinistra gioca Cambiaso che non ha vissuto una grande stagione. Secondo te è un giocatore da Juve e se sì cosa non ha funzionato in questa stagione?
“Ritengo che la sua sia stata comunque una stagione positiva, ci sta nel corso di un intero campionato avere qualche difficoltà. Sono convinto che riuscirà a consacrarsi quando arriverà uno scudetto o un trofeo. In queste annate di alti e bassi è difficile consacrarsi. Infatti nessun giocatore della Juve in questi anni è riuscito a esplodere. Deve tenere duro e spero voglia restare a Torino”.
Domanda finale c’è un terzino sinistro che consiglieresti al fantacalcio?
“Tralasciando Dimarco che ha numeri da trequartista e sicuramente è già molto quotato al fantacalcio, mi piace Bartesaghi che si è subito espresso ad alti livelli in un club come il Milan dove le aspettative sono sempre molto alte”.











