Valentina Baggio: “Durante il lockdown ho conosciuto davvero mio padre. Che strano rivederlo in un film e in Holly e Benji. Che ridere quella volta che portò il cane in allenamento con Mazzone”

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Andare oltre il campo, scavare dietro l’immagine pubblica dei grandi campioni e raccontarne la dimensione più autentica: è questo l’obiettivo di Chiamarsi Bomber, che punta i riflettori su comunicazione, storytelling e strategie social nel mondo del calcio. Un viaggio che passa anche dalle voci di chi vive questo universo da una prospettiva unica.

In quest’ottica si inserisce l’intervista esclusiva a Valentina Baggio, manager e figlia della leggenda Roberto Baggio, capace di offrire uno sguardo inedito sulla componente umana del Divin Codino. A raccogliere il suo racconto sono stati il direttore Fabrizio Piepoli e il founder Riccardo Russo, per un confronto che va oltre il calcio giocato e apre le porte al dietro le quinte delle icone sportive.

Ciao Valentina, com’è stata la tua infanzia ma soprattutto com’è stato crescere come “figlia di Roberto Baggio”?

“La mia infanzia è stata un lungo viaggio: sono stata sballottata tra tante città perché con la mia famiglia seguivamo papà ovunque andasse. Sono cresciuta circondata più da maschi che da femmine, perché ho sempre seguito molto il calcio: in camera avevo il poster con il calendario di tutte le partite, una cosa piuttosto insolita per una ragazzina. Mi piaceva tantissimo giocare a pallone e, durante educazione fisica, lo preferivo sempre alla pallavolo. I miei fratelli, però, erano più bravi di me.

Crescere come figlia di Roberto Baggio, quando ero piccola, non è stato semplice. Il peso del mio cognome è innegabile e non è stato facile da gestire. Riflettevo molto prima di prendere decisioni, avevo paura di sbagliare e che un mio errore potesse in qualche modo intaccare l’immagine di mio padre. Questo ha contribuito a formare il mio carattere, perché ero consapevole di portare un cognome importante. Alla fine è stata una grande scuola di vita”.

Hai dichiarato: “Nel lockdown ho conosciuto papà“. In che modo quel periodo ha cambiato il vostro rapporto?

“All’epoca vivevo a Milano e, quando scattò il lockdown, decisi di tornare dai miei, in campagna. Era da 10 anni che non vivevo più a casa e avevo 29 anni: non ero più una ragazzina, ma un’adulta. Condividere quel periodo con la famiglia significa passare 24 ore su 24 insieme, ritagliarsi tempo per parlare e stare davvero insieme.

In quei mesi ho riscoperto il rapporto con mio padre come mai prima. Abbiamo condiviso momenti semplici, giocato a carte, e soprattutto avuto l’occasione di conoscerci di nuovo da adulti: è stato molto significativo”.

Chi è più bravo a carte?

“All’inizio lui era imbattibile, oggi però ce la giochiamo. Ogni sera facciamo una partita e vince chi arriva per primo a tre vittorie. È un momento che mi diverte molto condividere con lui”.

È vero che in quel periodo cucinavi molto?

“Anche adesso. Abbiamo molti amici ristoratori, quindi siamo cresciuti con una grande attenzione per il cibo, e poi mia nonna materna è molto brava in cucina. Anche mio fratello Mattia se la cava benissimo, soprattutto con i piatti di carne. Io invece sono specializzata nei sughi: in particolare mi chiedono sempre di preparare il ragù”.

Perché dopo il lockdown sei partita per Ibiza?

“La prima estate dopo la pandemia ho scelto Ibiza perché rappresentava una sorta di isola felice: le persone erano più serene, si abbracciavano e vivevano con meno timore, mentre in Italia la situazione era ancora complessa. Lavorando da freelance, mi bastava un computer, quindi ho colto l’occasione per trasferirmi lì e ampliare il mio network. È un luogo in cui si incontrano tante persone ed è splendida soprattutto d’inverno e in primavera, quando è meno affollata. Mi piaceva girare scalza, ed è un posto che si presta perfettamente a questo stile di vita”.

Tuo padre ha raccontato che dopo lo choc della rapina in casa ha iniziato a viaggiare di più con te e i tuoi fratelli: cosa è scattato in lui secondo te?

“La rapina è stata un’esperienza molto forte da superare. La sera in cui sono rientrata a casa dopo quell’episodio ho capito subito che qualcosa sarebbe cambiato. Il fatto che abbiamo iniziato a viaggiare di più è legato anche al fatto che abbiamo iniziato a lavorare insieme. È una conseguenza indiretta, più che una scelta legata esclusivamente a quanto accaduto, anche se sicuramente quell’evento ha contribuito a innescare un cambiamento nella sua vita”.

A un certo punto hai iniziato a gestire i social di tuo padre: com’è nata l’idea e come sei riuscita a convincerlo?

“C’erano diverse pagine che si spacciavano per lui e si erano verificati anche tentativi di truffa, con persone che chiedevano soldi fingendosi lui. Avendo lavorato come social media manager, era da tempo che gli proponevo di aprire e gestire i suoi profili, ma inizialmente era piuttosto restio.

Dopo questi episodi sono riuscita a convincerlo almeno a creare una pagina ufficiale, per permettere alle persone di riconoscere l’unico account autentico. Da lì è nata anche l’idea del video con la Panda, dopo che senza volerlo era diventata virale la foto in cui caricava la motosega nel bagagliaio.

Il mio obiettivo, al di là dei social, era raccontarlo nella sua quotidianità, mostrando il lato più umano. Volevo far emergere una dimensione più intima e autentica, lontana dall’immagine del personaggio pubblico. È raro vedere un campione in un contesto così semplice e domestico, con una Panda sporca e distrutta: proprio per questo è stato un contenuto molto efficace”.

Tuo padre ha raccontato che il rigore sbagliato in finale è un trauma che si porta ancora dentro. Avete mai affrontato insieme questo argomento?

“Sì, anche recentemente, visto che ho lavorato alla stesura di un libro che uscirà tra qualche mese. Per me è stato un grande esercizio di approfondimento della nostra relazione. Ho cercato di ripercorrere la sua carriera, provando a comprendere il suo lato umano e a immedesimarmi in ciò che ha vissuto al di là del calcio: i suoi pensieri, le emozioni, la delusione e anche il dolore fisico.

Quel rigore non potrà mai dimenticarlo né cancellarlo: farà sempre parte della sua vita. È un evento estremamente traumatico e ciò che gli pesa di più è sapere quanto i tifosi aspettassero quel momento. Arrivare a un passo dal coronare il sogno di una vita e non riuscirci è un dolore che ti accompagna per sempre”.

Lui ha vissuto quel trauma sportivo ma poi è stato ripagato dall’affetto della gente…

“L’amore delle persone è indescrivibile. A volte resto sorpresa da quanto sia rispettato e amato, in Europa quanto in Asia. La gente impazzisce ancora per lui, nonostante abbia smesso di giocare da molti anni. È come se quell’episodio avesse creato un legame ancora più forte con il pubblico, che si è immedesimato in lui. Vedere che anche i propri idoli possono sbagliare li rende più umani”.

Nel 1994 avevi 4 anni e con tua mamma e i tuoi nonni paterni siete andati negli Stati Uniti per seguire il Mondiale: che ricordi hai di quell’esperienza?

“Avevo in realtà tre anni e mezzo e, onestamente, delle partite non ricordo nulla. Ho solo qualche flash: ad esempio mio padre che mi abbracciava sulle scale dell’hotel mentre io che gli dicevo ‘papà, penso di essermi innamorata di te’. Ricordo il gran caldo e l’esultanza dopo il gol alla Nigeria, quando alzò il dito verso la tribuna per cercare me e mia mamma”.

Nel 2002 arriva un’altra grande delusione: Trapattoni lo esclude dalle convocazioni per il Mondiale in Giappone e Corea. Come avete vissuto quel momento in famiglia?

“È un ricordo molto più nitido perché avevo 12 anni. Eravamo a Caldogno, mamma e Mattia stavano cucinando quando squillò il telefono. Sentii la conversazione: durò poco, ma incrociai lo sguardo di mio padre e capii subito la sua amarezza. È stato un peccato, perché avrebbe potuto giocare un grande Mondiale in un Paese come il Giappone, dove è amatissimo e a cui è molto legato anche per la sua religione”.

A proposito di Giappone, sai che tuo padre compare in una puntata di Holly e Benji? Che effetto ti ha fatto vederlo rappresentato in un anime giapponese e più in generale che sia un’icona mondiale?

“È una sensazione strana, perché ti ritrovi a vedere tuo padre disegnato. Allo stesso tempo è qualcosa di molto bello: testimonia quanto sia conosciuto e amato in Giappone. In generale provo grande orgoglio nel vedere l’affetto e il rispetto che la gente continua a dimostrargli. Nell’ultimo anno abbiamo viaggiato spesso insieme e ho sempre la sensazione di essere in una gita scolastica: ovunque vada trova amici, si ride e si scherza. E poi vederlo insieme ad altri campioni come Totti e Del Piero, che erano i miei idoli da bambina, è una fortuna incredibile. In quei casi riemerge proprio la mia anima da tifosa”.

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Qualche anno fa è uscito il biopic Il Divin Codino: ti è piaciuto? Da persona che cura la sua comunicazione, pensi che il film abbia raccontato bene chi è?

“È un bel film. Chiaramente non è semplice racchiudere in un’ora e mezza tutta la vita di mio padre. È un racconto delicato, ed è stato emozionante vedere i miei genitori interpretati da due attori così bravi.

Fa un certo effetto vedere Andrea Arcangeli nei panni di mio padre in tutte le fasi della sua vita, persino quando aveva la mia età attuale. Capisco che molti si aspettavano altri momenti iconici della sua carriera, ma il film ha scelto di concentrarsi sul rapporto con suo padre.

Non tutti sanno, poi, che nella scena finale al distributore di benzina la cassiera sono io: la regista ci teneva che dicessi ‘Roberto, grazie di tutto’, una frase che rappresenta quello che tanti tifosi vorrebbero dirgli. È stata una piccola ma significativa partecipazione”.

Cesare Cremonini gli ha dedicato una strofa in una delle sue canzoni più celebri: hai avuto modo di conoscerlo?

“È una cosa bellissima, ogni volta che la sento penso ‘wow’. È motivo di grande orgoglio, anche perché Cesare Cremonini è un amico oltre che un artista straordinario. E poi è speciale che, da bolognese, abbia voluto dedicare una canzone a mio padre”.

Hai raccontato che Ronaldo veniva spesso a casa vostra quando giocavano insieme all’Inter: che persona è “il Fenomeno” nella vita privata?

“È una persona molto buona. Gli voglio davvero bene, anche perché era il mio idolo da bambina. Ai tempi dell’Inter, mio padre era molto legato a lui, a Simeone, Zanetti e Zamorano, quindi ogni tanto venivano a cena da noi. Negli anni l’ho rincontrato più volte in giro per il mondo e ogni volta mi emoziono, torna fuori la tifosa. Quando l’anno scorso lui e papà si sono rivisti a Miami per il Mondiale per Club hanno iniziato a parlare dei dolori alle ginocchia e mi hanno fatto sorridere. Ricordo qualche anno fa una serata in discoteca: si diceva che ci fosse Ronaldo nel privé. Cercai di entrare per salutarlo ma la sicurezza non mi lasciava passare. Dopo un po’ riuscii a convincerli e, quando entrai, fu felicissimo di vedermi. Ci siamo visti spesso anche quando vivevo a Ibiza e mi diceva sempre: ‘Ma quando porti anche papà?’.

Tuo padre ha avuto un legame molto stretto con Carlo Mazzone: ti ha mai raccontato qualche aneddoto su di lui?

“Il loro rapporto era speciale, quasi padre-figlio. Mio padre era a fine carriera e trovare una figura così, capace di comprenderlo e stargli vicino, è stato fondamentale per ritrovare serenità a Brescia. Io l’ho incontrato solo una volta, quindi non ho vissuto direttamente il loro legame. Però c’è un episodio divertente legato al nostro cane Miele: un giorno mio padre lo portò in allenamento e iniziò a mordicchiare tutti i palloni. A quel punto Mazzone urlò: ‘Aò, ma de chi è ’sto cane?!’. Quando gli dissero che era di Baggio rispose: ‘Allora famolo giocà, damoje un biscottino’. Questo episodio racconta bene la loro amicizia: c’era un rapporto umano che andava oltre il campo”.

Qual è la cosa che ti commuove pensando a tuo padre?

“La prima immagine che mi viene in mente è quando aveva il ginocchio rotto e io gli preparavo i cracker con la Philadelphia, perché non riusciva a mangiare altro per il dolore. Ripensare a quei momenti mi commuove ancora. Ricordo anche quando, dopo un’operazione, andammo a prenderlo in ospedale. Lui vuole sempre guidare ma in quell’occasione dovette sedersi dietro in macchina con il tutore: vederlo così mi faceva stare male. Vedere i propri genitori soffrire non è mai facile”.

Di tuo padre si conosce già praticamente tutto, mentre di te si sa meno. Chi è Valentina Baggio?

“Sono una donna molto felice. Oggi mi sento realizzata, perché ho la fortuna di lavorare ogni giorno con mio padre e per mio padre, ed è qualcosa di davvero speciale. Sono contenta di essere qui, di aver raccontato qualcosa in più su di me, su quello che faccio e sul mio punto di vista rispetto ad alcuni momenti importanti della sua vita”.

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