L'intervista che fa discutere: "Il Milan? Un errore. Il calcio italiano fa schifo"

La Gazzetta dello Sport ha ascoltato il racconto di un vecchio protagonista del nostro campionato
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Samuele Dalla Bona torna a raccontarsi senza filtri, con quella sincerità brutale che lo ha sempre accompagnato, dentro e fuori dal campo. Oggi ha 44 anni, una vita diversa rispetto al ragazzo d’oro partito da Zingonia e arrivato a Londra grazie all’intuizione di Gianluca Vialli. Ma la distanza dagli anni d’oro non ha cancellato nulla: né la gratitudine, né gli errori, né le delusioni. L’ex centrocampista ha ripercorso i momenti più intensi della sua carriera, dalla fuga notturna per firmare con il Chelsea all’amara parentesi italiana, fino alle scelte di vita che lo hanno portato ad abbandonare il calcio a 31 anni.

La fuga in Inghilterra

Tutto cominciò nel 1998, quando un giovanissimo Dalla Bona brillò all’Europeo Under 16. Fu allora che Vialli gli cambiò il destino: “Mi trovò accanto al pullman e mi disse che mi voleva al Chelsea. Avevo 16 anni e non capivo cosa stesse succedendo”. Da lì, la fuga dal collegio il 15 agosto e la firma che avrebbe segnato la svolta. A Londra lo attendeva un altro ragazzo di casa Atalanta, Luca Percassi: “Vivevamo in un appartamentino a Lancaster Gate, fra Hyde Park e gli allenamenti sotto la pioggia inglese”.

 

L’impatto, però, fu tutt’altro che facile. L’inglese non lo parlava, l’insegnante non lo capiva e la diffidenza dei compagni pesava: “Mi guardavano e pensavano: ‘Chi è questo qui?’”. Ranieri, però, lo plasmò come un mentore severo, mai un “bravo” in due anni, ma sempre fiducia e disciplina. E poi gli aneddoti di una Premier diversa: Hasselbainck che mangiava carbonara prima delle partite, le serate folli, i ritiri inesistenti.

Dalla Bona ai tempi del Milan
Dalla Bona ai tempi del Milan

"Il Milan? Un errore"

A distanza di anni, Dalla Bona confessa che lasciare Londra fu un errore: “Panucci e Ranieri mi avevano detto di restare. Era un calcio libero, senza pressioni”. Ma nel 2002 arrivò il Milan di Ancelotti, difficile dire di no. Eppure l’avventura rossonera si decise in una sola partita: il disastroso primo tempo al Bernabeu contro il Real Madrid. “Ancelotti mi schierò esterno destro contro Roberto Carlos. Presi un giallo dopo 15 minuti e uscii. Nel calcio italiano vieni giudicato subito”.

 

Da lì iniziò la discesa, caratterizzata da incomprensioni, scelte sbagliate e quella frase che ancora oggi gli ritorna addosso: “Il calcio italiano fa schifo”. Un’esagerazione, ammette, ma riflette un ambiente che definisce “nocivo e pieno di giudizi volatili”.

 

Gli ultimi anni furono un susseguirsi di frustrazioni: feeling con Napoli e Verona interrotti, cessioni bloccate, promesse non mantenute. Nessuna depressione, come molti hanno scritto: solo la consapevolezza di non voler più far parte di un mondo che non percepiva come suo.

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