Ambrosini: "Vi racconto la partita perfetta del mio Milan. Nazionale? Non è un rimpianto"

tv e social02/04/2024 • 08:24
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Nuovo appuntamento con Remuntada, il nuovo podcast di Chiamarsi Bomber condotto dal giornalista Nicolas Lozito. In ogni puntata verrà chiesto agli ospiti come nasce la loro passione per il calcio e per lo sport, e loro ci racconteranno la loro vita ma soprattutto la loro "Remuntada" personale.

 

Dopo le interessanti chiacchierate con Francesco Gullo, Carlo Pellegatti, Sandro Sabatini, Max Corona e Gianpaolo Calvarese, oggi è il turno di Massimo Ambrosini, ex colonna del centrocampo del Milan oggi apprezzato commentatore ed opinionista per Prime Video.

Ambrosini si racconta a Remuntada

Questo il resoconto della chiacchierata tra Nicolas Lozito e il protagonista odierno del nuovo format di Chiamarsi Bomber, Massimo Ambrosini.

 

Si inizia con la classica domanda: qual è stata la "Remuntada" più grande della tua vita?

 

"Che ho subito o che ho fatto? No, perché ne ho subita una brutta a Barcellona, lì ho cominciato a sentir parlare di Remuntada... Guarda personalmente c'è stato un periodo della mia carriera in cui ho avuto tanti problemi fisici ripetuti, e quindi ho dovuto scalare tante volte le gerarchie in squadra e ripartire ogni volta da un punto basso. Ho dovuto rimontare tante posizioni, soprattutto con me stesso: ho dovuto dimostrare a me stesso che potevo rimanere ad alti livelli".

 

Proprio parlando di infortuni, come se ne esce? Come si fa?

 

"Quello che ti capita nella vita implica una reazione, e nel mio caso specifico ho visto sulla mia pelle che nei momenti difficili ci sono tante persone che ti aiutano e che sono fondamentali e che ti possono rialzare quando sei caduto, Nel momento in cui ti rialzi però, rischi sempre di ricadere, e quindi devi metterci del tuo. È giusto che ognuno si prenda i propri meriti quando riesce ad uscire da un momento difficile".

 

C'è stato un momento in cui volevi mollare?

 

"No. Non ho avuto cose così traumatiche che mi hanno fatto pensare di mollare, tranne una volta il legamento. Non ho mai pensato di smettere di giocare, ma ho temuto di non poter riuscire a rimanere ad un certo livello".

 

Se non avessi fatto il calciatore?

 

"Sono una persona curiosa e tendenzialmente irrequieta, quindi provo a fare tante cose diverse. Se mi avessi fatto questa domanda quando ho iniziato a giocare ti avrei risposto 'Un'agenzia di viaggi', perché ero il bambino che quando c'era geografia sognavo di spostarmi da un paese all'altro. Come andavo a scuola? Andavo... Me la sono cavata".

 

Giocavi anche a basket?

 

"Nella mia parrocchia facemmo anche una colletta per comprare il canestro, avevamo il tabellone e non il canestro... Quando ero piccolo ci giocavo molto, in quegli anni a Pesaro si giocava molto più a basket che a calcio".

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Il calcio invece quando ti ha scoperto?

 

"Io vengo scoperto dal Cesena quando avevo 13 anni e inizio a fare il pendolare: andavo a acuola a Pesaro e due, tre volte alla settimana prendevo il treno per Cesena per andarmi ad allenare. Per 4 anni ho fatto così. La famiglia mi ha sempre supportato e allo stesso tempo mi ha sempre tenuto con i piedi per terra. Io non ero ossessionato dal diventare un calciatore, ero clamorosamente determinato, l'ossessione è arrivata dopo. A me piaceva troppo giocare a calcio, ci giocavo sempre, in spiaggia, in parrocchia".

Che consiglio daresti ad un giovane calciatore di oggi?

 

"Probabilmente gli direi di guardare poco il telefono, e cercherei di fargli avere un buon rapporto con la fatica, di fargli capire che la fatica è l'unico strumento che ti permette di avere delle soddisfazioni nella vita, nel calcio come in tutti i lavori". 

 

Quando sei arrivato la prima volta a Milanello ti sei spaventato?

 

"Molto. Ero ragazzino, avevo 17 anni, non avevo nemmeno idea di cosa volesse dire vivere da soli. Avevo fatto un campionato di B, ma mi venivano a prendere, non avevo ancora la patente, vivevo in casa. Ho fatto un salto enorme sia in termini di vita che di calcio, quindi lo spavento c'era, anche perché lasciavo la famiglia per la prima volta, con tutte le abitudini e le sicurezze. Spaventato ed eccitato".

 

Spesso quando i giovani arrivano in città grandi si perdono. Tu?

 

"Sono arrivato al Milan nel '95, avevo 18 anni e dovevo fare l'ultimo anno di liceo, e l'unica scuola compatibile con gli allenamenti era vicino a Milanello (ero aggregato alla prima squadra e ci si allenava sempre la mattina perché c'era Capello), e mi permetteva di frequentare anche il pomeriggio. Quindi io vivevo a Milanello, avevo una casa a Milano che usavano i miei genitori quando venivano a trovarmi, però fondamentalmente ho fatto un anno di vita a Milanello, mi è servito un po' come un passaggio, perché è stato complicato. Però ne è valsa la pena".

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Come spiegheresti il Milan di quegli anni a chi non l'ha mai visto?

 

"Quell'anno lì il Milan era stratosferico, era un livello che adesso si fa fatica a comprendere. C'erano eccellenze cresciute lì, quindi Baresi, Maldini, Albertini ecc, poi c'erano gli stranieri, in rosa erano 5: Weah, Boban, Savicevic, Desailly e Futre. Poi c'era Baggio, di cosa parliamo...Quali di questi giocatori farei vedere ad un giovane? Per gli anni di frequentazione dico Paolo Maldini, è stato in assoluto il giocatore di calcio, sotto tutti i punti di vista, per carisma, attitudine, propensione al lavoro, esempio, capacità tecnico-tattiche. Mi ha lasciato la fascia di capitano, aveva un peso enorme: all'inizio sentivo il peso della responsabilità. non è stato semplice".

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Un aneddoto su Berlusconi?

 

"Non ho una grande memoria di aneddoti. Lui era realmente molto appassionato e voglioso di consigliare. Una volta mi chiama, l'ultima volta che mi ha chiamato, ero sul treno di ritorno per andare a casa, era finito il mio ciclo al Milan. Lui mi chiama e mi chiede se avessi voglia di ripensarci, io lo ringrazio e gli dico 'Guardi presidente, ormai la decisione è stata presa da allenatore e società, io ho salutato già tutti, i giochi sono fatti...".

 

Ti viene ancora voglia di scendere in campo?

 

"Sì, certo. Non ho la volontà di dire che farei meglio di questo o quell'altro, ma mi viene la voglia di giocare. Adesso con il lavoro che faccio sono molte volte a bordocampo. Chi vorrei come avversario? Tutti, ma non come sfida". 

 

Oggi il calcio è molto diverso, più fisico: il vostro Milan reggerebbe il confronto con il City di oggi?

 

"Il calcio è cambiato, però non è detto che noi di 15 anni fa non saremmo in grado di recepire quello che viene chiesto ai giocatori di adesso. Sarebbe bello provare. Quale allenatore sceglierei? Ancelotti l'ho già fatto, prenderei De Zerbi, che era uno di quelli che frequentava con me Milanello al mio primo anno, lui era in Primavera. È forse uno degli esponenti maggiori di questo cambiamento nel calcio, mi piacerebbe farmi allenare da lui e farmi insegnare qualcosa".

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Un calciatore di oggi che porteresti in una finale del passato?

 

"A me fanno impazzire Bellingham e Musiala, mi piacciono i giocatori che vanno in giro e sanno fare tante cose".

 

Maggio 2007, la partita perfetta contro il Manchester. Raccontacela

 

"Io in quella partita mi sono commosso al riscaldamento, il clima che si crea a San Siro in determinate partite è irripetibile. C'era la piggia, c'era casino, 80mila persone incazzate nere. Noi all'andata avevamo perso 3-2 prendendo gol al 95esimo ed eravamo quindi obbligati a vincere, e senza quel gol non ci sarebbe stata quell'atmosfera. Quella sera lì abbiam vinto qualunque tipo di duello in mezzo al campo. Una serata irripetibile per il clima che c'era allo stadio: per me San Siro ha un'anima, so capire quando è arrabbiato o meno, quando è voglioso, e quella sera è stato fantastico. Il pubblico in determinate partite conta, non determina il risultato, però...".

 

In che scatola dei ricordi metti la Nazionale?

 

"Non è stato mai un cruccio per me, non è stata una parte importante della mia carriera, non per scelta mia. Ho giocato 35 partite in Nazionale e penso di aver avuto 70/80 convocazioni. L'ho frequentata, ho fatto due fasi finali degli Europei, posso dire di aver fatto una bella carriera in Nazionale, ma non ho fatto il Mondiale. Quando hanno vinto nel 2006 avevo appena recuperato da un infortunio. Io ho tanti rimpianti, la Nazionale non fa parte di quelli, anche perché avevo la consapevolezza di avere davanti grandi giocatori, Pirlo, Gattuso, De Rossi".

 

Allora quali sono i tuoi rimpianti?

 

"Nel 2005 faccio gol in semifinale di Champions ad Eindhoven, il gol che ci porta in finale. Giocavamo di mercoledì e la domenica in campionato c'era la Juve in casa, eravamo testa a testa e potevamo superarli in classifica. Ancelotti non mi fa giocare, perdiamo, e la domenica dopo andiamo a giocare a Lecce 10 giorni prima della finale di Champions. Lì Carlo mi fa giocare, ero molto nervoso, tento di fare un intervento assurdo all'ultimo minuto del primo tempo, mi stiro e non gioco la finale".

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Cosa ti ha insegnato il calcio per la vita di tutti i giorni?

 

"Il calcio è una palestra di vita. Mi ha insegnato il rispetto per ciò che fai, il rispetto per i compagni. La volontà di non fermarsi davanti ai problemi e la capacità di reagire a quello che ti capita".

 

Come siete arrivati alla decisione di parlare dei problemi di salute di tuo figlio?

 

"Lo abbiamo fatto perché ci sono tante persone nella nostra situazione che si sentono sole, e la solitudine in questi momenti ti impedisce di reagire, o ti limita nella reazione. Ci siamo resi conto che dando voce a queste persone riesci a dargli forza, e quello che c'è tornato indietro è stata la conferma che parlare dei problemi è fondamentale. Se ti capita una cosa come la nostra, una malattia non rara, ma di cui non si sa tantissimo, la prima sensazione è la solitudine. Adesso chi è nella nostra situazione ci ringrazia, perché si sente più leggero, meno solo in una situazione complicata. Alleggerire il peso agli altri, ma alleggerendolo anche a noi".

 

Quale sarà la tua prossima partita?

 

"Lavorativamente continuare a fare quello che faccio cercando di farlo sempre meglio, avere la possibilità di continuare ad emozionarmi guardando le partite. Essendo padre di famiglia poi non posso pensare che la partita più importante sia quella di garantire serenità ai miei figli, che non è un compito facile".

 

 

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