Sei arrivato al Brentford nel gennaio 2025: come hai vissuto il passaggio dalla Serie A alla Premier League?
“All’inizio ero spesso in panchina ed entravo a fine partita, in più a causa di un infortunio al ginocchio sono stato fermo un mese. Poi sono rientrato bene ad Aprile e ho giocato le ultime 6 partite da titolare. Non è stato facile all’inizio: ricordo la partita d’esordio contro il Tottenham che marcavo Son… è stato incredibile! Sono stato fortunato a trovare dei compagni e un club che mi hanno aiutato a integrarmi subito. Mi è parso di essere qui da tanti anni”.

Michael Kayode con la maglia del Brentford | IMAGO/Craig Mercer
Hai sofferto la differenza di ritmo tra Serie A e Premier?
“No perché sono un giocatore di gamba e mi piace correre. Sono due calci differenti: quello italiano è più tattico mentre qui si gioca uno contro uno e il ritmo è più veloce. Per il resto cambia poco. Differenza di preparazione atletica? In Italia gli allenamenti sono più duri e ci sono meno giorni liberi. Qui ci si allena 4-5 volte a settimana, il resto è riposo. Forse per questo si pensa che il calcio inglese sia più veloce, perché ci si allena il giusto e poi quando scendi in campo stai bene, anche mentalmente perché hai più tempo per stare con i tuoi cari. E poi le sessioni di allenamento sono tutte a campo aperto, 11 contro 11, difficilmente facciamo lavoro tattico”.
Due stagioni fa il Brentford era impegnato nella lotta salvezza, mentre oggi è in corsa per l’Europa: quali sono stati, secondo te, i fattori chiave di questa crescita e quali sono le ambizioni future del club?
“Molti ci sottovalutavano, a inizio stagione ci dicevano che avremmo lottato per la salvezza e questa è stata la nostra forza. E poi qua ti fanno sentire come a casa, il Brenford per me è una famiglia. È bellissimo lavorare con lo staff e coi compagni e questo mi aiuta a dare il massimo in campo. La nostra forza è questa. Obiettivi? In 5 anni, dalla promozione in Premier, abbiamo fatto passi incredibili. È un club ambizioso. Ora pensiamo ad arrivare in Europa, poi si vedrà…”.
Tornando alle tue origini calcistiche: hai iniziato nel settore giovanile della Juventus. Quanto è stata formativa quell’esperienza e come mai sei stato scartato?
“Ho giocato 7 anni nella Juve e sono stati anni bellissimi e indimenticabili, che mi hanno fatto crescere molto. Giocare a quell’età in un club così importante ti forgia. A 14 anni sono andato in prestito al Gozzano, dopodiché la Juve non mi ha più rivoluto e sono rimasto lì. Perché la Juve mi ha scartato? A parer mio potevo starci in quella Juve però evidentemente non piacevo. Capita…”.
Hai il rimpianto di non essere rimasto alla Juve?
“Per come è andata no. Sembra folle, ma il fatto che la Juve mi abbia scartato è stata una svolta perché mi ha dato la forza per arrivare a questi livelli. In quel gruppo eravamo una 60ina di ragazzi e solo in 2-3 ora giocano a livello professionistico. Il Gozzano mi ha cambiato la vita, a 16 anni mi ha dato la possibilità di giocare titolare con gente più grande ed esperta di me. Giocare nell’under 16 della Juventus è diverso che giocare in Serie D dove c’è gente che dà tutto per vincere”.
Nel 2021 sei approdato alla Fiorentina Primavera sotto la guida di Alberto Aquilani: che tipo di allenatore è?
“A Firenze sono stato da Dio e Aquilani è un grande mister tatticamente e umanamente. Mi ha aiutato a crescere sotto tantissimi aspetti. Con lui ho vinto Coppa Italia e Supercoppa Italiana primavera. Mi ha dato davvero tanto…”
Hai poi esordito in Serie A con Vincenzo Italiano: come descriveresti il suo approccio tattico e umano?
“Mi chiamò in prima squadra durante il Mondiale visto che mancavano tanti giocatori e prima di esordire ho fatto 12 panchine. È un allenatore con grandissimi valori: ha una mentalità incredibile, ti vuole sempre sul pezzo e non accetta che sbagli. Avere un allenatore così a 18 anni fa tanto. Poi un giorno mi schierò titolare contro il Genoa e io pensai ‘ma come è possibile?!’. Non me lo aspettavo proprio. Gli devo tanto. Mi ha aiutato tenendomi sempre sul pezzo, non voleva che mi accontentassi e che avessi sempre la fame di migliorarmi. Per un giovane è fondamentale, perché tanti dopo una partita in Serie A credono di essere arrivati”.

Michael Kayode con la maglia della Fiorentina | IMAGO/Marco Canoniero
Passiamo alla Nazionale: hai sentito Baldini? Lo vedresti bene come ct della Nazionale anche dopo le amichevoli di giugno?
“Non l’ho ancora sentito, sicuramente sarà super entusiasta di iniziare questo nuovo ciclo. Sono molto contento per lui perché è una persona con grandi valori che può dare molto alla Nazionale. Avere la possibilità di far parte di questo gruppo per me è importante e sono molto contento. Lo vedrei bene come ct della Nazionale, può essere la persona giusta. Di lui mi ha colpito il fatto che durante le riunioni di squadra racconta cose sue personali che ti rimangono impresse, che ti aprono la mente sulla vita e sul calcio. Come detto, è un uomo con grandi valori e cerca sempre di tirare fuori il meglio di te e di farti capire quanto è importante vestire la maglia Azzurra”.
Ma è vero che nell’Under 21 c’è un regolamento?
“Sì, lui vuole sempre camere doppie e personalmente approvo perché mi piace stare coi compagni. Fare gruppo è molto importante. E poi a tavola, in palestra e nello spogliatoio è vietato l’uso dei cellulari”.
Cosa rappresenta per te la maglia dell’Italia e quale sarebbe il tuo più grande sogno in Azzurro?
“Rappresenta tanto, non scorderò mai l’Europeo vinto, ho vissuto emozioni indescrivibili. Sogno di giocare un Mondiale o un Europeo e di vincerlo”.
Le rimesse laterali sono diventate un tuo tratto distintivo: come hai sviluppato questa abilità e quando hai capito che poteva diventare un’arma così efficace?
“È nata a Gozzano: coi compagni stavamo giocando in palestra a lanciare i palloni e tutti si accorsero che avevo il lancio lungo. Da lì abbiamo provato a usarlo in partita e ha funzionato”.
Ultima curiosità: che squadra tifavi da bambino?
“La Juventus”.










