De Ceglie: “La Juve deve continuare con Spalletti, basta anni 0. Ad oggi Yildiz non è ai livelli di Del Piero”

Chiamarsi Bomber ha intervistato in esclusiva l'ex terzino della Juventus Paolo De Ceglie che ci ha raccontato il suo passato da calciatore e nello staff dell'Academy bianconera.

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Venti lunghi anni con la maglia della Juventus addosso, tanti trofei vinti, lo spogliatoio condiviso con tante icone del calcio italiano ed internazionale, e sfide ai giocatori più forti del pianeta. Se c’è un giocatore che conosce alla perfezione il DNA bianconero questo è Paolo De Ceglie, esterno classe ’86 nativo di Aosta.
Chiamarsi Bomber ha avuto il piacere di fare una lunga chiacchierata con lui, che ha risposto alle domande di Fabrizio Piepoli e Riccardo Russo raccontando il suo lungo amore con la Vecchia Signora, ma anche altri aspetti della sua vita privata e professionale.

Partiamo dalla fine: cosa fa oggi De Ceglie?

“Vi dico cosa ho fatto fino a ieri, dato che ora la stagione calcistica è finita. Mi sono dedicato alla società di famiglia, ad Aosta, l’avevo promesso a mio padre. Quest’ano per scelta sono stato libero dal calcio professionistico e ho deciso di tornare più vicino a casa dove abbiamo questa società, CGC (Centro Giovani Calciatori ndr) Aosta, decidendo di giocare un’ultima partita. Il ‘problema’ è stato che c’era anche il sogno di portare questa squadra di Prima Categoria in Promozione, quindi mi sono un po’ messo a disposizione nell’aiutare questa causa, ho giocato qualche partita in più e alla fine abbiamo raggiunto l’obiettivo. In che ruolo giocavo? Sono tornato alle origini, perché da bambino e nelle giovanili ho sempre giocato centravanti o punta esterna. Quindi entravo sempre nel reparto offensivo, soprattutto nei momenti di difficoltà cercando di dare una mano. Ho fatto il bomber d’esperienza… Il calcio dilettantistico è un altro tipo di calcio e ambiente, io ho cercato di adattarmi portando la mia esperienza e cercando magari anche di essere un esempio positivo sul campo per compagni, avversari e arbitri. È stata un po’ una missione”.

Si dice spesso che il “vero calcio” si viva nelle categorie più basse: sei d’accordo? Perché oggi tanti tifosi la pensano così? 

“Di sicuro il calcio professionistico, con la tecnologia e l’avanzare delle risorse si è un po’ staccato da quello dei dilettanti. Faccio un esempio: quando si prepara una partita nei professionisti c’è un match analyst, un’area dedicata, la possibilità di conoscere qualsiasi cosa dell’avversario ecc… nei dilettanti magari sai qualcosa ma inizia la partita e devi subito adattarti. Le dinamiche sono le stesse ma al tempo stesso ci sono tante differenze. E sono queste differenze che portano il calcio dilettantistico ad essere un po’ quello di qualche anno fa. Nei dilettanti è necessaria la passione, sono tutti ragazzi che lavorano e arrivano la sera al campo ad allenarsi per giocare, divertirsi e fare gruppo, questa è la base. E secondo me deve essere proprio la passione la base e l’obiettivo delle scuole calcio, per i bambini: costruire e coltivare questa passione”. 

Sei entrato nella Juventus a 10 anni: cosa significa davvero avere il “DNA Juve”? Come si vincono 9 scudetti di fila? Qual è il segreto?

“A livello personale la Juve rappresenta moltissimo per me. Credo di aver passato 30 anni all’interno della società, ho fatto tutto il percorso dalle giovanili alla Prima Squadra e poi 4 anni da dirigente. Per me la Juve ha sempre rappresentato quel posto in cui riuscivo a superare i miei limiti e a dare il 110%, ed è l’unico posto in cui sono riuscito a far questo per la società, per la maglia, per i tifosi. Ho costruito un legame diverso, non che dalle altre parti non lo abbia fatto, ma se magari dalle altre parti davo il 100% per la Juve son sempre riuscito a dare il 110%..”.

Tu hai giocato per tanti anni in un club che puntava a vincere tutto: che pressioni hai avvertito nel giocare nella Juve dove era richiesto sempre il massimo?

“Giocare in società come la Juve determina che ci sia una pressione maggiore, e il livello del giocatore è determinato anche da questo aspetto. Esprimere il proprio livello in una società come la Juve richiede altre qualità, saper stare nell’ambiente. E probabilmente riuscire a restare tanti anni a Torino è più complicato che arrivarci: se un giocatore viene scelto per giocare nella Juve è perché ha dimostrato delle qualità, però deve sapere anche dimostrare queste qualità in quel contesto. Ciò che a livello personale mi ha sempre spinto era la voglia di lasciare il segno o vincere qualcosa. Questo pensiero mi ha aiutato anche nelle difficoltà”.

Hai giocato con icone come Del Piero, Nedved e Buffon, cosa li accomunava?

“Per me è stato un sogno giocare con i miei idoli, anzi forse c’è stata anche un po’ di soggezione. La cosa vera e reale è che per me sono stati formativi, un esempio: il modo di vivere l’allenamento, il campo, la partita, i nomi che avete fatto sono stati da traino e mi han permesso di capire quale fosse la strada da seguire per restare alla Juve e raggiungere l’obiettivo. La cosa che li accomuna è l’ambizione, vivono tutti i momenti del calcio allo stesso modo; poi li accomuna il riconoscere in loro qualcosa di assoluto, delle qualità di un altro livello, innata sicuramente ma che va coltivata. Buffon? Io ho iniziato a giocare in prima squadra nel 2006, nel periodo post-campioni del mondo, e raccontavano di un Gigi che da giovane era un talento puro, arrivava al campo, parava tutto e tornava a casa. Credo che col tempo, anche a seguito di infortuni importanti, sia diventato un giocatore più applicato nell’allenamento e nella preparazione. 

Nell’anno della Serie B avete mai avuto paura di non risalire subito in Serie A? 

“Paura di non farcela no. Di sicuro c’è stato un periodo di adattamento, anche lì si torna a quei campioni che sono rimasti accettando la Serie B, per me quello è stato un esempio e anche un traino per le mie scelte successive. Con una base del genere l’obiettivo non poteva non essere raggiunto. Chiaramente non è stato semplice, andare in determinate piazze, soprattutto all’inizio, è stato parecchio complicato. Una volta preso il via quell’anno è andato in crescendo e siamo tornati dove dovevamo stare”. 

Quanto è stato importante Giuseppe Marotta nella rinascita della Juve? Cosa ha di più rispetto agli altri? 

“A livello organizzativo e nel saper scegliere le figure con cui lavorare, penso che in questi anni sia il dirigente che ha fatto meglio, e ha cercato sempre di dare continuità alle figure su cui decideva di puntare. Marotta è sempre stato bravo a scegliere e poi a dar fiducia alle persone che sceglieva. Il suo rapporto coni calciatori? Magari non era così ‘quotidiano’, ma è una persona sempre aperta e disponibile al dialogo”.  

Hai spesso parlato benissimo di Claudio Ranieri: è vero che venne a trovarti in ospedale dopo il tuo infortunio? 

“Quando gli allenatori ti fanno giocare sono sempre i migliori (ride ndr). Scherzi a parte, lui per me è stato importante perché ha segnato il mio ritorno alla Juve, mi ha dato fiducia e delle possibilità. In quel caso io mi ero infortunato ed ero stato 10 giorni in ospedale, e lui veniva sempre a trovarmi: per un ragazzo giovane sentire di essere importanti per un allenatore è una cosa fondamentale. Nel calcio i giocatori hanno le loro stagioni migliori quando sentono che hanno fiducia e importanza”. 

Altri due allenatori che elogi spesso sono Conte e Allegri: quali sono le principali differenze tra i due?

“Questi due allenatori sono arrivati alla Juventus nel momento giusto. In un momento di ripartenza da zero arrivò Conte, poi Allegri continuò il suo lavoro portando il club ancora più in alto. Il timing è stato perfetto, e le caratteristiche diverse si sono sposate perfettamente con la tipologia di squadra ed il momento storico in cui si sono ritrovati. Per arrivare a certi livelli questi allenatori sono necessariamente forti in tutte le loro componenti. Conte è stato molto innovativo nella fase difensiva, Allegri ha la capacità di mettere i giocatori nelle migliori condizioni. Sono allenatori completi, chiaramente con caratteristiche e filosofie di gioco diverse. Allenamenti di Conte massacranti? Una volta dopo un ritiro avevamo due giorni liberi, avevo l’aereo per la Sardegna e per la stanchezza non ce l’ho fatta a prendere l’aereo…”.

Nel 2016-17 finisti fuori rosa: cosa successe davvero in quel periodo? È vero che rifiutasti di trasferirti in alcuni club di Serie B? 

“Ero alla fine del mio contratto e non trovammo un accordo per andare in prestito. Arrivati a fine mercato ci trovammo senza soluzione e ho dovuto passare un anno complesso e difficile. in quei momenti è mancato un po’ il dialogo, non è stato piacevole perché finire il mio percorso in quel modo non è stato bello. Poi però alla fine sono tornato come dirigente… “

Fino a poco tempo fa hai fatto parte dello staff dell’Academy della Juve. Che esperienza è stata? Che ci dici di Muharemovic e Yildiz?

“Ho avuto la possibilità di fare per 4 anni il responsabile tecnico delle attività di base e per me è stata un’esperienza bellissima a livello formativo, che mi ha anche consentito di riavvicinarmi alla Juve. Ho lavorato per 4 anni nel mondo dei giovani avendo anche la possibilità di confrontarmi con club all’estero e mi sono fatto un’idea chiara sul mondo dei giovani e sulla loro formazione. Ho costruito un grande bagaglio in un ambito, quello dei giovani, che mi ha sempre toccato, anche la società ad Aosta nasce per i giovani, la prima squadra esiste per dare continuità ai ragazzi. La Juve, anche e soprattutto per volontà del presidente Agnelli, è stata lungimirante, ha costruito una struttura ed un settore giovanile puntando agli standard europei. Avete fatto due nomi, ma in realtà ce ne sono tanti altri. Probabilmente con questi cambi di dirigenza ultimamente ha perso un po’ il filo, ma la struttura e la competenza ci sono. Sono passati tanti giovani, tra cui Yildiz: si vedevano le qualità, però bisogna essere bravi a crederci, culturalmente dobbiamo cambiare in questo aspetto. In questi anni ne ho visti tanti, Miretti, Fagioli, Savona, Rovella, Huijsen, ce ne sono stati veramente tanti, ma per quanti di loro c’è stata programmazione e quanti per invece andare i prima squadra è stata solo un’esigenza? Non parlo di Juve, ma più in generale e livello italiano dobbiamo fare uno sforzo in più e a livello culturale, e non per regolamento, avere il coraggio di far giocare i ragazzi quando hanno qualità”. 

Secondo te è ai livelli di Del Piero?

“Sicuramente adesso non lo è, e fino alla fine della sua carriera non si saprà se potrà arrivarci. Il livello di Del Piero anche come numeri di presenze, gol e trofei è difficile da raggiungere. Yildiz è in crescita, non dà la sensazione di aver raggiunto il suo massimo”.

Chiudiamo con un meme: come hai vissuto l’applauso che ti ha riservato il Bernabeu all’uscita di Del Piero? Scherzi a parte, che momento è stato? 

“Diciamo che l’ho vissuto più dopo. In quel momento ero giovanissimo ed entrare al Bernabeu per sostituire Alex è stato un onore. Nel tempo è diventata una storia scherzosa ma che mi fa piacere, mi tengo stretto quel momento storico. Chiaramente quando sei lì è tutto diverso”.

E quando Del Piero ha lasciato la Juve cosa hai provato? C’era gente che piangeva allo Stadium…

“In quel momento ero tifoso-compagno, a metà strada. La cosa bella di quel momento è che non è stato qualcosa di organizzato, è nato in maniera spontanea da parte di tutto lo stadio, l’emozione era tanta. Parliamo di giocatori simbolo che probabilmente non ci saranno più, bandiere che rimarranno per sempre”.

Il Milan ha fatto repulisti, dopo il mancato accesso alla Champions, alla Juve attuale servirebbe una rivoluzione anche dirigenziale?

“Secondo me no. Quello che è mancato alla Juve in questi anni è proprio la continuità, che è fondamentale. Ovvio che classifica e risultato lo sono altrettanto, ma ripartire da zero ogni anno è tosta, ti allontani dal costruire. Io credo che la Juve di Spalletti abbia trovato un’identità, sicuramente gli è mancato qualche risultato. A livello dirigenziale la proprietà deve far chiarezza e dare fiducia. Quest’anno c’è la fortuna di ripartire da un’idea, da dei principi di gioco che sono già stati messi come base. Io ero ottimista sul finale di stagione della Juve, non mi aspettavo che non arrivasse in Champions, sono sincero: in quelle ultime partite in cui sono stati persi punti mi aspettavo qualcosa in più da parte del gruppo”. 

C’è anche la tua “seconda vita” da DJ: come nasce questa passione?

“Nella vita tutti abbiamo più passioni, questa cosa è diventata un po’ mediatica perché anni fa avevo condiviso con amici la realizzazione di un brano che aveva l’obiettivo di aiutare dei bambini autistici. Questa è stata la questione mediatica riguardo la mia passione da dj. Al mondo giornalistico poi piace giocare su queste cose. Poi certo è una mia passione da quando avevo 13-14 anni: tutto nasce dalla settimana bianca in terza media, nell’hotel c’era una discoteca ma non c’era il dj e i professori ci dissero che se fossimo riusciti a farla funzionare potevamo utilizzarla; io e un mio amico ci siamo messi lì e abbiamo iniziato a mettere musica per tutta la scuola, la passione è nata lì”.