Borja Valero a Contropiede, il vodcast di CB e Unobravo: “Al Villareal mi crollò il mondo addosso. La Fiorentina mi ha cambiato la vita…”

Contropiede – La vita oltre il gioco, vodcast di Chiamarsi Bomber realizzato insieme a Unobravo in occasione del mese dedicato alla sensibilizzazione sulla salute mentale. Ospite della prima puntata, Borja Valero

Borja Valero ospite del primo episodio di Contropiede - la vita oltre il gioco

Ci sono momenti nel calcio in cui non perdi solo una partita… perdi qualcosa di più profondo. La fiducia, l’equilibrio, il senso di quello che stai facendo.

Per Borja Valero quel momento arriva nel 2012, dopo la retrocessione con il Villarreal. Un crollo sportivo con un impatto anche personale: settimane chiuso in casa, la sensazione di aver toccato il fondo, mentre fuori dal campo la vita presenta altre difficoltà, come la malattia della madre.

Ma è da lì che, per alcuni, può iniziare qualcosa di diverso. Un nuovo ambiente, una nuova prospettiva, e soprattutto un modo diverso di vivere il calcio.

Questo è Contropiede – la vita oltre il gioco, il vodcast di Chiamarsi Bomber realizzato insieme a Unobravo in occasione del mese dedicato alla sensibilizzazione sulla salute mentale. Il vodcast, condotto da Alessia Tarquinio, si avvale della presenza di psicologi e psicoterapeuti del gruppo Unobravo, e in occasione della prima puntata, con protagonista Borja Valero, è stato presente il dottor Francesco Papalini.

Un carattere introverso in un contesto “eccentrico”

Si parte da lontano, dal Borja Valero bambino: “Ero molto introverso, perché sono cresciuto fuori dalla città, in una casa isolata con solo due vicini di casa che non avevano bambini. Sono cresciuto praticamente da solo, e questa cosa di dover fare tutto da solo me la porto anche ora da adulto, anche quando c’è da risolvere qualche problema cerco sempre di fare tutto da solo. Fortunatamente passavo tanto tempo con mio cugino che aveva un ristorante dove lavoravano i miei genitori, quando loro lavoravano noi giocavamo”.

Sui primi rapporti con il mondo del calcio: “È un mondo un po’ stravagante, quindi soprattutto per una persona introversa come me trovarsi immerso in tutto questo non è stato semplice, anche perché ero con il Real Madrid. Ero sempre in un angolino, cercando di non dare fastidio e fare ciò che mi piaceva, giocare a calcio. Vado fiero del fatto che dopo aver vissuto quella grande realtà sono riuscito a rimanere quello che ero, continuare su quella strada con i miei valori e il mio modo di pensare, sempre nel rispetto degli altri e cercando di dare il meglio di me”.

In un mondo del genere arrivano inevitabilmente le prime ansie: “Si inizia in un gruppo di bambini, io sono entrato al Real che avevo 11 anni, e quello ti prepara per arrivare al gruppo Elite. Ogni anno dovevamo passare un ‘test’ finale, c’era chi ti diceva se saresti rimasto anche l’anno successivo oppure no e questo ti creava anche parecchia ansia. Per un bambino gestire tutta questa preoccupazione non è semplice, nel mio caso mi ha aiutato la famiglia che non mi ha messo mai pressione. Poi ero anche ben visto dalla società quindi arrivavo a questo sbarramento finale sempre abbastanza sereno”.

L’importanza del ruolo

Il ruolo in campo dell’ex Villarreal e Fiorentina lo portava a dover essere sempre molto lucido in campo: “Questo mi ha aiutato molto, anche fuori dal campo, è la mia base come giocatore e come persona. In campo se non avessi avuto questo modo di ragionare o pensare non sarei mai arrivato a certi livelli, perché dal punto di vista fisico non ero alto, non ero forte… ero molto limitato. Quindi dovevo cercare di esaltare tutte le altre qualità, essere calmo, cercare di non essere nervoso. Anche nella vita questo è importante, ragionare per superare anche i momenti di difficoltà”.

Quel “maledetto” 2012

Nel 2021 il Villarreal di Borja Valero retrocede, e quello per il centrocampista spagnolo è un po’ uno spartiacque della carriera, il suo momento peggiore: “L’anno prima ci eravamo qualificati per la Champions, significa che avevamo fatto un’annata pazzesca. Ero stato convocato nella Nazionale Spagnola che aveva appena vinto il Mondiale quindi per me era un momento calcisticamente parlando straordinario. Però stavo già convivendo con la malattia di mia mamma e questo per me era molto pesante, ha influito tantissimo anche a livello calcistico perché occupava molto spazio e tempo nella mia testa. Poi ci siamo ritrovati in questa situazione che nessuno si aspettava, e come gruppo non siamo riusciti a gestirlo, siamo retrocessi all’ultima giornata, negli ultimi due minuti del campionato, senza mai esser stati in zona retrocessione. Per me quello è stato un colpo devastante, in cui si sono uniti la parte sportiva e la parte familiare facendomi crollare il mondo addosso”.

La “clausura”, l’intervento e l’aiuto professionale

Sono stato una settimana senza uscire dalla porta di casa, poi ho dovuto farlo per forza per operarmi alla caviglia e da lì sono ripartito. Il dover uscire per l’intervento, per fare le cure e rimettermi a posto per la stagione successiva mi ha fatto scattare un click nella testa, questo e anche l’aiuto professionale, lo psicologo della squadra mi ha aiutato molto, sia prima per gestire il periodo della malattia di mia mamma, sia dopo per il periodo della retrocessione. È stato naturale affidarmi ad un professionista, era una figura all’interno della squadra con cui ogni tanto parlavamo e io capivo che fare questa cosa mi faceva bene. Chiacchierando con lui avevo la sensazione che sapesse sempre dirmi la cosa giusta al momento giusto, e per me è stato naturale aprirmi e avere sempre più fiducia in lui, parlando anche di cose più intime che per il mio modo di essere non sono portato a raccontare a nessuno. Per fortuna sono riuscito a farlo, mi è stato di grande aiuto. Liberarmi mi ha fatto star bene da subito. Io ho anche la fortuna di stare insieme a mia moglie da quando abbiamo 18 anni, quindi siamo ad un livello di fiducia e confidenza estrema, ma per alcune cose faccio ancora fatica ad aprirmi del tutto con lei. Quindi avere una persona esterna e capace di aiutarmi per me è stato liberatorio, mi ha fatto cambiare la visione della gestione di tutti i momenti. È stato pazzesco perché nella mia vita sono sempre stato una persona negativa, e da quel momento la mia testa ha avuto un cambiamento assurdo”.

La rinascita a Firenze

Dopo quella parentesi il passaggio alla Fiorentina, con una vera e propria ripartenza, calcistica e privata: “Io definisco Firenze il posto giusto al momento giusto. Arrivo lì e dal punto di vista sportivo mi cambia la vita. La squadra veniva da un periodo non troppo buono, e con tanti giocatori nuovi, nuovo allenatore e nuovo direttore siamo riusciti subito a compattarci e a fare un’annata incredibile tornando in Europa. Calcisticamente quindi ero molto felice, anche se alla fine di quella stagione arriva la morte di mia mamma. Quella situazione però ha fatto in modo che la mia testa cambiasse ulteriormente in positivo, ho imparato ad affrontare la vita, a godermi di più ‘il momento’, a non pensare troppo in avanti. Da un momento molto brutto della mia vita sono riuscito a tirar fuori cose positive, proprio perché parlare con un professionista mi aveva aiutato a vedere le cose in modo diverso. L’ambiente di Firenze in questo è stato fondamentale. Ricordo come se fosse ieri il giorno in cui sarei dovuto tornare per il ritiro estivo, quando mister Montella mi disse di prendermi tutto il tempo che volevo. Per me però stare con i miei compagni era un momento di liberazione, in cui non pensavo a quella situazione e per questo sono tornato prima di quando mi aveva detto la società. Eravamo a Montecatini, e l’accoglienza del pubblico, con cori e striscioni per la mia mamma, è stata qualcosa di unico, non posso far altro che ringraziare tutti”.

Borja e il calcio oggi

Adesso il modo di vivere il calcio dell’ex centrocampista è totalmente cambiato: “Lo vivo con molta più spensieratezza, andare ogni tanto in tv a parlare di calcio senza essere il focus principale per me è una liberazione, e non faccio fatica perché mi è sempre piaciuto tantissimo parlare di calcio. Vedere il calcio da fuori è tutta un’altra cosa, mi manca giocare ma lo vivo in maniera molto tranquilla. Sono papà di un figlio che gioca a calcio, ora devo gestire anche quell’aspetto. Se sente la pressione del cognome? Mi auguro di no, io provo a non trasmettergli ansia, sono sempre in disparte alle sue partite, voglio che si diverta e basta. Ovviamente il cognome sarà sempre quello, e se un giorno qualcuno dirà qualcosa a riguardo dovrà essere bravo lui a gestire la cosa, noi gli abbiamo dato tutti gli strumenti a nostra disposizione per farlo”. 

È fondamentale accettare i momenti negativi e non combatterli, soprattutto ai giorni d’oggi in cui i social hanno preso il sopravvento. Se non hai la capacità di lasciar perdere sei messo male, perché te lo sottolineeranno sempre. Devi esser bravo a lasciare andare. Cosa direi al Borja Valero chiuso in quella stanza nel 2012? Esci, non ti rinchiudere, non ha così importanza come credi. Hai un figlio, una vita, so che sei consapevole della responsabilità che hai nei confronti degli altri, ma non lo fare. Ecco cosa mi direi…”.

Questo episodio di Contropiede – La vita oltre il gioco si inserisce nel mese di maggio, dedicato alla sensibilizzazione sulla salute mentale. Un’occasione per fermarsi un attimo e riflettere anche su quello che spesso, nello sport come nella vita, resta invisibile. Storie come quella di Borja Valero ci ricordano che anche nei momenti più difficili non è necessario affrontare tutto da soli, e che chiedere supporto può essere un passo importante. Il vodcast è realizzato insieme a Unobravo, che mette a disposizione uno spazio in cui poter iniziare a parlarne con un professionista, con i propri tempi. Puoi seguire Contropiede sul canale YouTube e Spotify di Chiamarsi Bomber.

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