Marco Palestra è un difensore esterno destro moderno, molto dinamico e versatile, che può essere impiegato anche sulla fascia sinistra o più avanzato grazie alla sua intelligenza tattica. Alto circa 186 cm, è dotato di buona corsa, resistenza e fisicità, unisce capacità difensive solide a una spinta offensiva continua sulla fascia, con dribbling, cross precisi e inserimenti intelligenti. Cresciuto come centrocampista e ala prima di diventare terzino, è un giocatore che sa interpretare diverse posizioni e compiti in campo.
Essendo un classe 2005 all’inizio della carriera, Palestra non ha ancora un palmarès ricco di titoli importanti.
Curiosità: Palestra ha raccontato che il suo ruolo è cambiato nel tempo, passando da mezzala a terzino grazie anche alla sua evoluzione tattica e prestazione atletica.
Buongiorno mister, hai giocato nella Juventus dell’ultima Champions League vinta dal club: quali ricordi conservi di quell’esperienza e che ricordi ha di Vialli?
“Eravamo un gruppo fantastico di giocatori concentrati tutti sullo stesso obiettivo. Ci aiutavamo a vicenda, non c’erano invidie ed eravamo allenati dal grande mister Lippi. E poi c’era Gianluca Vialli, un vero leader che ci ha fatto capire cosa significasse indossare la maglia della Juve e dare tutto per quella maglia. Con me parlava tanto, mi spiegava i trucchi per marcare al meglio gli attaccanti. Era il primo ad arrivare in allenamento e l’ultimo ad andare via, ti stimolava a dare sempre il massimo”.
Nel corso della tua carriera in bianconero ha condiviso lo spogliatoio prima con Roberto Baggio e poi con Alessandro Del Piero: cosa accomuna questi due fuoriclasse?
“Sono due campioni totali, avevano una qualità immensa che li permetteva di vincere le partite da soli. Del Piero era più goleador mentre Baggio era più bravo a far segnare gli altri. Due giocatori fantastici, difficili da trovare oggigiorno. Sono stato fortunato a giocare con entrambi. Sapevano sempre cosa fare un attimo prima che arrivasse la palla e quindi con lo stop già riuscivano a dribblare l’avversario e a segnare o a mettere in porta il compagno. Con Baggio eravamo molto amici e uscivamo spesso a cena insieme. Una volta mi portò a caccia ma non mi piacque. Dormivamo nella stessa stanza e ricordo che lui si alzava molto presto per pregare, per me non era proprio semplicissimo. Era una persona molto riservata e umile, non dava fastidio a nessuno”.
Sei stato una bandiera dell’Atalanta, più di 200 presenze, tanto che ti hanno dedicato il famoso coro “Super Massimo Carrera” sulle note di “Maledetta Primavera”. Come vedi la nuova Atalanta con Palladino dopo il “regno di Gasp”?
“A Bergamo sono stato benissimo tanto che ora ci vivo. Quell’Atalanta aveva come obiettivo salvarsi mentre oggi grazie ai Percassi e a Gasperini è diventata una squadra che lotta per l’Europa. Ormai si può considerare una delle 7 sorelle del nostro campionato. È una tifoseria tosta, però se in campo dai tutto per la maglia, i tifosi ti sostengono anche quando le cose vanno male. Palladino si è dimostrato un grande allenatore, ha fatto un cammino importante, ha avuto la sfortuna di trovare in Champions un Bayern Monaco fortissimo”.
Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, entri nello staff della Juventus e nella stagione 2012-2013 ti ritrovi improvvisamente a guidare la prima squadra a causa delle squalifiche di Conte e Alessio: cosa hai provato alla notizia? Ti sei sentito più spaventato o entusiasta?
“Spaventato no, ero molto emozionato perché me l’hanno detto all’improvviso. Apprendemmo la notizia delle squalifiche a Salerno durante un’amichevole contro lo Sporting Lisbona e si vociferava che la prima squadra sarebbe stata affidata a Baroni che all’epoca allenava la Primavera. Invece prima della partita, mister Conte dopo aver letto la formazione titolare, mi disse ‘stasera vai tu in panchina’. Rimasi un po’ così, però collaborando da tanti anni con Antonio sapevo cosa dire e cosa fare. Tuttavia, essendo tifoso juventino per me è stato molto emozionante. L’ho presa come un’avventura, consapevole che sarebbe durata poche panchine, cercando di riportare le idee di Conte alla squadra”.
In quella Juventus c’erano molti campioni: chi era, a tuo avviso, il giocatore più forte?
“Andrea Pirlo. Era bello da guardare, giocava sempre con la testa alta e non andava mai in difficoltà, anche contro tre-quattro avversari. Lui chiamava sempre palla dicendo ai compagni ‘ tu pensa solo ad attaccare lo spazio che la palla ti arriva’. Sicuramente ha avuto la fortuna di giocare con calciatori come Marchisio, Pogba e Vidal che erano bravissimi a inserirsi senza palla, ma lui è stato un maestro. È stato il più forte in quella Juve. Era un leader in campo anche se parlava poco”.
Non tutti ricordano che sei stato tu a far esordire in Serie A Paul Pogba: che tipo di giocatore era?
“Ci diede subito l’impressione di essere un grande giocatore perché nonostante la giovane età, aveva carattere ed enormi qualità fisiche e tecniche. Ci ha messo poco a diventare un titolarissimo. Inizialmente, a fine allenamento, gli facevamo dei percorsi tecnici, per farli capire alcune situazioni di gioco ma lui si è rivelato un grande professionista. Negli ultimi anni si è perso un pochino ma all’epoca ci colpì tantissimo la maturità che aveva, pareva che avesse alle spalle 50 partite di Champions. Non aveva paura di niente, non aveva paura di farsi dare la palla. A volte esagerava con qualche giochino estroso, però nessuno si aspettava fosse così forte.”
Hai fatto parte del primo ciclo dei nove scudetti consecutivi della Juventus: oggi il club fatica a tornare ai vertici del calcio italiano. A tuo giudizio, la Juve ha perso parte del suo DNA vincente?
“Non essendoci più dentro non so cosa è successo però penso che è mancata programmazione dopo gli addi dei vari Buffon, Chiellini etc. Hanno cercato di rimpiazzare subito quei giocatori, senza avere pazienza, è mancato scouting, anche di giocatori sconosciuti ma forti. Tutti vorrebbero vincere subito ma serve prima ricostruire. Sicuramente possono aver influito anche le dipartite di Agnelli e Nedved, che erano grandi tifosi e quindi si è perso quel DNA Juve…”.
Ti piace Luciano Spalletti? È l’allenatore giusto per riportare la Juventus alla vittoria?
“In questo momento lo sta dimostrando facendo un buon lavoro. Se la società ha fiducia in Spalletti è giusto riconfermarlo la prossima stagione al di là della Champions. Tuttavia, la dirigenza dovrà essere brava a prendergli giocatori funzionali al suo gioco. Cambiare di nuovo l’allenatore significherebbe ricominciare da zero”.
Come mai l’estate scorsa Conte non è tornato alla Juve?
“Ogni anno viene accostato alle sue ex: la scorsa estate alla Juve, ora alla Nazionale. Quando lo sento non parliamo mai di queste cose. Lui è tifoso juventino e sicuramente con lui si potrebbe tornare a vincere subito. Lo dice la sua storia che è un vincente. Penso però che lui abbia sposato il progetto Napoli. Auto-candidtatura Nazionale? Non si è autocandidato, ha detto che se fosse il presidente della FIGC un pensiero su di lui lo farebbe, come lo farebbe su Spalletti, Allegri e gli altri. Non ha detto che vuole andare in Nazionale. Sono mezze frasi che ognuno interpreta a suo modo. Non ha mai detto di voler lasciare il Napoli per andare in Nazionale”.
Ma è vero che fa allenamenti da marines?
“Confermo. Ricordo una volta che eravamo in tournée negli Usa e faceva correre la squadra con un’umidità pazzesca. A un certo punto alcuni giocatori si sentirono male e allora provammo noi a correre ma dopo 2′ ci fermammo dicendo ai ragazzi ‘siete degli eroi’. I suoi allenamenti erano molto duri e stancanti”.
Dopo l’esperienza alla Juventus, nel 2012 hai seguito Antonio Conte anche nello staff della Nazionale: che tipo di esperienza è stata e quali ricordi conservi di Euro 2016?
“È stata un’esperienza bellissima, sentire l’inno di Mameli è emozionante. Abbiamo avuto la fortuna di poter contare sul blocco Juve che si conosceva e sapeva cosa fare in campo. Siamo riusciti a creare un gruppo che ha disputato un Europeo bellissimo, facendo tornare gli italiani ad amare la Nazionale perché era un gruppo di giocatori umili che volevano fare qualcosa di importante. Antonio è stato bravo a scegliere i giocatori giusti”.

La rosa della Nazionale Italiana a Euro 2016 | imago/Insidefoto
In occasione delle convocazioni, fece discutere l’assenza di Andrea Pirlo e, ancor di più, quella di Jorginho: a posteriori, pensi che sarebbe stato giusto convocarne almeno uno?
“Impossibile saperlo. In quel periodo Conte ha fatto altre scelte perché non li vedeva adatti al suo progetto, c’erano altri giocatori che gli davano più garanzie. Avendo poco tempo a disposizione, il ct sceglie i giocatori che sono più in forma in quel momento e più congeniali al suo gioco. Comunque non fu facile comporre la rosa, perché quando andavamo a vedere le partite, a volte non c’erano italiani in campo. Costruire un gruppo con pochi italiani non è semplice, sono passati 10 anni da allora ma il problema è sempre lo stesso. Non è cambiato niente e infatti è il terzo Mondiale che salta l’Italia. Sicuramente qualcosa dovrà cambiare”.
Dopo quell’Europeo, fatta eccezione per Euro 2020, la Nazionale italiana ha vissuto un periodo di difficoltà: come ti spiega questa crisi?
“Se vai a vedere le squadre italiane in Europa, ci sono pochi italiani in campo. Non so perché ma gli allenatori di Serie A preferiscono far giocare gli stranieri, nonostante ci siano tanti giocatori in B e in C che sono più forti. Bisogna avere la determinazione di far giocare i giovani italiani: se un giocatore è forte l’età non conta, bisogna farlo giocatore e avere pazienza. Purtroppo in Italia non ce n’è, si vuole vincere subito. Ci sono troppi stranieri, anche nelle squadre under 23 e nelle Primavere. Se in Nazionale sei costretto a far giocare Retegui che gioca in Arabia, questo è un problema. A me è piaciuto tantissimo Palestra che sta dimostrando di essere un grandissimo giocatore”.
Tutti ricordano gli errori dal dischetto di Simone Zaza e Graziano Pellè contro la Germania: cosa hai provato in quel momento e cosa disse Antonio Conte negli spogliatoi dopo la partita?
“I rigori non li sbaglia chi non li tira. Il calcio è fatto anche di questo. Si potevano tirare meglio, ma se il loro modo di tirarli è questo, non puoi farci nulla. Non è facile tirare un calcio di rigore, ci sono mille componenti emozionali. Conte era rammaricato di come uscimmo, meritavamo di andare avanti. Però rimane l’orgoglio di aver fatto tornare gli italiani ad amare la Nazionale”.
A questa Italia manca un po’ di umiltà?
“Non lo so, sicuramente l’esultanza di Dimarco non è stato un bel gesto. Nel calcio nulla è scontato, se non scendi in campo con la giusta determinazione e cattiveria rischi di fare brutte figure. Non conosco i giocatori ma non credo sia mancata umiltà. Sicuramente l’esultanza di Dimarco mi ha lasciato un po’ di stucco perché ha mandato il messaggio che noi temevano una squadra piuttosto che un’altra”.
Salihamidžić ha affermato che la Nazionale è lo specchio della Juventus: condividi questa visione? Ritieni che agli Azzurri manchi un “blocco Juve”?
“Non penso. Un blocco di giocatori della stessa squadra può essere utile alla Nazionale, indipendentemente che sia blocco Juve o blocco Inter”.
Da allenatore hai riportato lo Spartak Mosca a vincere il campionato dopo 16 anni. Un ricordo di quegli anni in Russia?
“Sono andato in Russia perché non potevo seguire Antonio al Chelsea e fui segnalato dal preparatore dei portieri Riommi che era italiano e aveva lavorato con Conte ad Arezzo. Mi chiese se volessi fare l’assistente di mister Aleničev e io dissi di sì. Poi dopo un po’ il presidente mandò via l’allenatore e mi diede la possibilità di allenare la prima squadra. Io risposi subito di sì perché mi sentivo pronto e ho avuto la fortuna di vincere scudetto e Supercoppa di Russia. È stata una bella esperienza, mi sono trovato benissimo e ogni anno torno a Mosca”.

Massimo Carrera allo Spartak Mosca | IMAGO/Russian Look
Ti aspettavi maggiore considerazione dai club di Serie A dopo quell’esperienza?
“Sì, non dico che mi aspettassi la chiamata dalla Serie A, ma pensavo almeno di essere chiamato da qualche club di Serie B. Alla fine andai all’Aek Atene e fu una bella esperienza”.
Oggi cosa fa Massimo Carrera?
“In questo momento aspetto che mi arrivi una proposta importante in termini di programmazione. Aspetto la società e la situazione giusta”.
Ieri è tragicamente scomparso Alex Manninger. Un ricordo di lui e un pensiero…
“Era una persona umile e pulita, viene ricordato per questo e per essere un grande portiere. Era davvero una persona per bene, mi dispiace tantissimo…”









