10 anni dopo Minala rivela: “Mi infamarono perché preferii la Lazio al Napoli ma il club non fece manco un post. Inzaghi? Ci sono rimasto male…””

L'ex centrocampista di Lazio e Salernitana, Joseph Minala ha rivelato i motivi dietro alla famosa fake news sull'età che gli ha rovinato la carriera.

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Era l’astro nascente del settore giovanile della Lazio, forgiato da Simone Inzaghi che ne fece il perno della sua Primavera. L’esordio a soli 17 anni in Serie A, lanciato da Edy Reja, lasciava presagire una grande carriera, poi è successo l’impensabile: una fake news gli ha distrutto la vita e non gli ha permesso di vivere il suo sogno in Serie A.

Chiamarsi Bomber ha avuto il piacere di fare una lunga chiacchierata con Joseph Minala, il quale ha raccontato la sua tormentata storia calcistica a Fabrizio Piepoli e Riccardo Russo, dagli inizi in Camerun fino all’attuale esperienza a Malta. In mezzo tanta Roma, sponda biancoceleste, e tante chiacchiere che gli hanno condizionato, per non dire rovinato, la carriera.

Ciao Joseph, innanzitutto non tutti lo sanno ma tu giochi ancora a Malta. Come mai questa scelta?

“Attraverso i social cerco sempre di tenere aggiornati i miei followers, ma avete ragione, non tutti sanno che gioco ancora. Ho deciso di lasciare l’Italia anche per il fatto di non aver avuto più opportunità e possibilità, che invece sono state date a tanti altri. Questo mi ha un po’ ferito, e alla fine ho deciso di andare via. Io ho passato tutta la mia vita qui, sono sempre legato all’Italia, appena ho una pausa torno. Ho cercato sempre di fare del mio meglio, quando andavo in prestito risultavo sempre uno dei migliori, ma poi quando tornavo alla casa madre, la Lazio, non mi venivano date possibilità. Sono sempre stato giudicato per le cose extra sportive. A Malta comunque mi trovo bene, sono arrivato lì quasi per caso, grazie ad un agente. Mi diverte essere ancora nel mondo del calcio”. 

Facciamo un passo indietro: che infanzia hai avuto in Camerun?

“Come tutti i ragazzini ero sempre dietro al pallone, anche se in Camerun ovviamente il contesto era diverso. Seguivo mio fratello, che era un difensore centrale, quando si allenava col gruppo, una cosa che mi è sempre piaciuta. Ho amato il calcio fin da bambino, ed è grazie alla mia famiglia se ho continuato a giocare: nonostante non avessero i mezzi economici hanno fatto quel che potevano. Grazie a loro ho avuto la possibilità di venire in Italia e poter fare qualcosa… Il mio idolo da bambino? Diciamo che non ne avevo, la mia ispirazione era mio fratello, lui è stato il mio esempio”.

Come nasce il tuo viaggio dal Camerun all’Italia?

“Sono arrivato in Italia per fare un provino, era tutto organizzato, grazie ai miei genitori che si sono sacrificati per darmi questa possibilità… Una volta arrivato in Italia sono stato fregato da un finto procuratore, mi sono ritrovato alla Stazione Termini con un telefono senza scheda. Questo tizio mi aveva fatto un sacco di promesse, ma una volta arrivati mi ha lasciato lì con le valigie dicendo che sarebbe andato incontro alle persone che avrebbero dovuto portarci a Milano per fare il provino. Ho aspettato da solo per ore, poi sono andato al comando di Polizia per spiegare la situazione: ringrazierò sempre quegli agenti che mi hanno portato prima in ospedale, poi in una casa famiglia, e da lì è iniziata la mia storia”.

A un certo punto entri nella scuderia di Mino Raiola: come vi siete conosciuti?

“Non ho mai conosciuto Mino ma il fratello Enzo. È stato il destino a volere che ci conoscessimo. Ho avuto la fortuna di entrare in una comunità di accoglienza a Torre Spaccata a Roma, e da lì mi hanno mandato alla Città dei Ragazzi, dove in quel momento si giocava un torneo. Un giorno Raiola era in tribuna e deve avermi notato, perché il direttore della squadra della casa famiglia mi ha detto che avrei avuto l’opportunità di andare a fare un provino a Napoli. All’inizio ero preoccupato, dopo quello che mi era successo la prima volta, ma dopo aver verificato che fosse tutto vero ho fatto il provino ed è andato bene. Per un anno ho fatto su e giù da Roma”.

Perché non sei rimasto a Napoli?

“Diciamo che sono stato io a voler tornare a Roma. Ero a Napoli nel periodo di Mazzarri, mi allenavo sia con la Prima Squadra che con la Primavera. Ho conosciuto, Zuniga, Lavezzi, Cavani: quest’ultimo è stato il primo giocatore che mi ha offerto un paio di scarpe come regalo. A me sembrava un sogno, lui una bravissima persona, di cuore. Potevo solo allenarmi, da regolamento, essendo extracomunitario non potevo essere tesserato, c’era da aspettare almeno un anno. Potevo scegliere se proseguire a Napoli o a Roma, e ho preferito continuare a Roma, dove mi ha accolto la Vigor Perconti. A Napoli per un anno si sono presi cura di me, io dormivo a Castel Volturno e tornavo a Roma il fine settimana”. 

Che effetto faceva allenarsi accanto a giocatori come Marek Hamšík e Edinson Cavani?

“Era bellissimo, ho tanti ricordi. Uno in particolare su Gokhan Inler che beveva sempre acqua frizzante ed è una cosa che mi è rimasta impressa. Quei giocatori erano veri e propri idoli, prima li guardavo dalla tv quando ero in casa famiglia e due giorni dopo me li ritrovato davanti. Come ho detto mi sembrava un sogno”. 

Poi il passaggio alla Lazio, com’è Lotito?

“Lotito è una brava persona, la gente non conoscendolo personalmente non può sapere, nello spogliatoio è un’altra persona. La prima volta che l’ho visto è quando ho fatto il provino per la Lazio, c’erano lui e Igli Tare. Una persona alla mano, sempre a fare battute, non è come la gente lo descrive. Per quello che io ho vissuto non posso che dir bene di lui. Due cellulari? Ma forse ne aveva anche di più, questa è una cosa che faceva parte del suo personaggio”.  

Nella Primavera della Lazio hai avuto Simone Inzaghi…

“Sono cresciuto insieme ad Inzaghi e a tutto lo staff, Farris, Ripert, e ci sono rimasto un po’ male di com’è andata con lui. L’anno di Pioli ero in prestito al Bari, dove ho fatto anche bene. Quando sono tornato c’era Inzaghi ed ero contento, pensavo di poter avere delle possibilità dato che mi conosceva bene. Ho fatto il ritiro e tutto, poi niente, non ho avuto possibilità, avrei voluto essere giudicato sul campo e non per delle cose che non c’entravano nulla. È una cosa che gli ho fatto notare visto che lo sento ancora, abbiamo un buon rapporto”.  

Minala con la maglia della Lazio

Nel 2014 esordisci in Serie A con la Lazio: che emozione è stata giocare accanto a Hernanes, Felipe Anderson e Miroslav Klose?

“Un’emozione bellissima, il sogno di tutta una vita di sacrifici. La prima cosa che mi è venuta in mente è stato quel momento alla stazione… Avrei dovuto fare l’esordio la settimana prima, contro il Parma, poi la partita è andata diversamente e non sono entrato. Ho esordito inaspettatamente contro la Sampdoria. Emozione bellissima, lo stadio, i tifosi mi conoscevano già dalla Primavera e urlavano il mio nome. L’incoraggiamento dei compagni, del mister, tutto bellissimo, qualcosa che non potrò mai dimenticare. Di Hernanes ricordo che faceva un esercizio particolare in palestra con le luci tenendo gli occhi chiusi. Poi calciava di destro e di sinistro alla stessa maniera, quando mi allenavo dovevo stare dietro di lui o Biglia, vedere come curavano i particolari era una cosa impressionante. Per Klose invece un’ammirazione totale…”

A proposito, è vero che a fine allenamento si fermava a raccogliere i palloni?

“Sì. è una storia vera, la gente pensa sempre che siano solo dei racconti, ma invece era tutto vero. Klose era impressionante: mentalità tedesca, nel senso buono, sempre pronto ad aiutare e a dare consigli ai giovani. Non era solo un esempio con le parole, ma con i fatti”. 

Miro Klose con la maglia della Lazio

Miro Klose con la maglia della Lazio | imago/Insidefoto, IMAGO

Nel momento più bello della tua carriera esplode anche il caso sulla tua età: dall’Africa un sito lancia la notizia che hai 42 anni…

“Una storia che incide ancora adesso sulla mia vita, con tante trattative saltate… Ho avuto grandi procuratori come Raiola, Pastorello, Moggi, se sono finito a Malta vuol dire che qualcosa non va… Incidono ancora oggi i giudizi delle persone. Nel 2017 quando poi ho perso mio padre non ho ricevuto messaggi o solidarietà, nemmeno un post dalla Lazio. E lo stesso è successo quando è esploso il caso sulla mia età: nessuna dichiarazione ufficiale, nessuna presa di posizione, nessun comunicato nemmeno dopo il test sull’età che smentiva quella cosa. Io mi sono prestato a fare dei test, non avevo nulla da nascondere e alla fine nonostante sia stato provato che quella era realmente la mia età, mi è rimasta appiccicata questa etichetta. La gente si dimentica che dietro tutto questo c’è una persona, una famiglia , io avevo anche perso mio padre. Stavo quasi per lasciare il calcio, agli allenamenti facevo tutto per essere cacciato via e devo ringraziare il direttore Angelo Fabiani. Non sapevo dove e a chi appoggiarmi, era un momento di grande sofferenza, e non vedevo dall’altra parte vicinanza e sostegno, e questa cosa fa male. E oggi ne parliamo ancora: qualsiasi cosa possa fare, rimane sempre quell’etichetta.

In quel periodo mi seguiva Diego Tavano, ci sono state tante trattative sfumate quando era tutto fatto, sempre per questa storia. Ogni volta a spiegare che avevo dimostrato tutto, nonostante non avessi il dovere di farlo. Vivevo in Italia da anni, ho fatto provini all’Inter, al Napoli, allo Spezia. Credo che ci sia stato qualcosa nel momento in cui ho deciso di lasciare Napoli e tornare a Roma, e sono passato con Raiola: di sicuro qualcuno ci ha perso in quel frangente, parlo di un fattore economico, una storia di interessi. A Napoli stavo con un gruppo, avrei dovuto aspettare un altro anno prima di essere tesserato, ma già venivo comunque pagato, quindi di sicuro c’era chi ci guadagnava. Poi ho deciso di andar via, probabilmente c’erano già degli accordi economici se invece fossi rimasto… E da lì sono iniziate tutte queste dinamiche, lo sentivo che c’era sempre qualcuno che provava a mettermi i bastoni tra le ruote, fino a che non hanno fatto uscire questa notizia, che tra l’altro non ha alcun senso: io sono del Camerun, la notizia è uscita in Senegal. Se rifarei quella scelta di andare alla Lazio? Io non avevo niente da nascondere, pensavo solo a giocare a calcio”.

Hai detto di aver pensato di smettere: c’è qualcuno che ti ha aiutato?

“Come ho detto, devo ringraziare il direttore Angelo Fabiani, perché la Salernitana ha capito che le cose che facevo in quel momento non erano ‘volute’. A Salerno mi hanno avuto tanti anni e si ricordano di me più come persona che come calciatore, ho difeso quei colori come meritavano di essere difesi. Fabiani mi ha protetto, mi ricordo una frase che mi disse ‘ Anche se tuo padre non c’è più sappi che lui ci sarà sempre e ricorda che ci sono tua madre e i tuoi fratelli che contano su di te’. Questo mi è servito, mi è stato di grande aiuto”. 

Tra il 2017 e il 2019 hai vissuto una parentesi importante alla Salernitana: è stato il miglior Minala? Che ricordi ti porti dietro?

“La Salernitana mi ha dato più della Lazio, lì ho potuto dimostrare quello che valevo, dentro e fuori dal campo. Mi hanno aiutato a crescere capendo i miei momenti difficili, proteggendomi”. 

Hai raccontato più volte di esserti sottoposto al test dell’età: in cosa consiste esattamente?

“In pratica si va in ospedale, ti mettono degli elettrodi sul corpo e un ago al dito. E il medico sta lì sul computer a valutare i dati, nemmeno capivo in quel momento. Fu una mia scelta sottopormi a questo test, consigliatami dal mio procuratore Tavano, perché eravamo convinti che così facendo avremmo chiuso la questione. E invece si è amplificata, è stato assurdo”

Nel 2020 ti trasferisci in Cina, in piena pandemia: che realtà hai trovato lì?

“La scelta di andare in Cina è nata per caso. Io ero tornato alla Lazio con l’intento di rimanere, perché mi sarebbe scaduto il contratto l’anno successivo. Mi allenavo ma non avevo mai la possibilità di giocare e dimostrare che io in quella squadra ci potevo stare. A febbraio c’è stata questa opportunità di andare in prestito in Cina, firmo e 3 giorni dopo non si poteva più viaggiare. Avevo il visto pronto e tutto, ma non si potevano prendere voli , quindi ho iniziato la pandemia in Italia e l’ho proseguita in Cina dopo un periodo di quarantena. Lì mi sono trovato bene comunque, era tutto molto ben organizzato, c’erano parecchi italiani, anche i fratelli Cannavaro.

E proprio quando mi sono trasferito è uscita la nuova regola dei 5 cambi, e forse a quel punto avrei potuto avere più possibilità alla Lazio. Ricordo anche il mio amico Djavan Anderson che riusciva a fare qualche presenza proprio grazie ai 5 cambi… In una stagione in cui la Lazio senza pandemia avrebbe vinto lo Scudetto, era una squadra molto molto forte”. 

Ogni tanto in Serie A torna l’argomento razzismo negli stadi: ultimo episodio in ordine temporale gli ululati razzisti a Maignan e Leao durante Verona-Milan. Pensi che bisognerebbe fare di più?

“Penso che tutta questa vicenda di cui abbiamo parlato, e che mi riguarda, sia anche questa una forma di razzismo. Il razzismo non è solo colore della pelle come tanti pensano. Anche questi attacchi ingiusti sono una forma di razzismo. Dopo un po’ di anni nel calcio qualcosa l’ho imparata, ho capito che devo combattere in campo e fuori dal campo. Quanto successo a Verona non è una cosa nuova… Una volta Samuel Eto’o disse ‘solo quando si toccano le tasche delle persone che si comincia a fare qualcosa di concreto’. Spesso i giocatori vittime di razzismo sono usciti dal campo per qualche minuto, ma senza mai andare veramente fino in fondo, servirebbe una sospensione totale delle partite”. 

Pensi che senza tutta questa storia giocheresti ancora in Italia?

“Sicuramente, ma non solo in Italia. Io sono cittadino del mondo, ovunque vado cerco di adattarmi, di imparare. All’estero sono migliorato imparando anche l’inglese. In ogni posto in cui vado cerco sempre di capire la cultura del luogo, non vado solo a fare il mio lavoro. Comunque sì, penso che avrei avuto tutta un’altra carriera. A volte parlo con i miei vecchi allenatori, come Inzaghi che ora sta in Arabia, e cerco una possibilità che però non mi viene mai data. Poi magari vedo che prendono qualcun altro al mio posto, che forse vale di meno, ma ha una storia più pulita rispetto alla mia che ormai è “etichettata”. 


Giulio Piras

Giulio Piras

Caporedattore di Chiamarsi Bomber, giornalista esperto di calcio nazionale ed internazionale. Gestisce il flusso informativo quotidiano e il coordinamento del team redazionale. Con una profonda conoscenza delle dinamiche del calciomercato e dei principali campionati europei, cura l'approfondimento delle notizie last-minute garantendo verifica delle fonti e qualità dei contenuti.


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