Ci sono momenti in cui la tua vita cambia senza che si riesca davvero a capire quando sia successo.
Per Beppe Signori tutto parte da lontano: dai campi dell’oratorio, dalla ghiaia sulle ginocchia, da un provino durato due minuti e da quella sensazione che il calcio potesse diventare qualcosa di più di un gioco.
Poi arrivano i gol, la Lazio, le classifiche cannonieri, gli stadi che urlano il tuo nome. Ma soprattutto arriva la consapevolezza che per restare ad altissimi livelli non basti il talento. Serve equilibrio. Serve testa.
Ed è proprio quando sembra aver trovato quell’equilibrio che tutto si rompe.
Da un giorno all’altro Signori si ritrova fuori dal calcio e dentro un incubo lungo dieci anni. Accuse pesantissime, prime pagine, silenzi, paura del giudizio degli altri. Una caduta in cui la parte più difficile non è soltanto difendersi, ma continuare a riconoscersi mentre il mondo attorno cambia faccia.
C’è una frase che attraversa tutto il racconto: imparare di nuovo a sognare.
Perché dopo un trauma non riparti da dove eri rimasto. Devi ricostruire il tempo, la fiducia, te stesso.
E allora la domanda diventa inevitabile: come si sopravvive quando la propria vita viene riscritta dagli altri?
Questo è Contropiede – la vita oltre il gioco, il vodcast di Chiamarsi Bomber realizzato insieme a Unobravo in occasione di maggio, mese dedicato alla sensibilizzazione sulla salute mentale. Un progetto che nasce anche per dare spazio a queste storie e contribuire a rendere più normale parlarne.
Con la conduzione di Alessia Tarquinio e il supporto di Unobravo. In questa puntata c’è Beppe Signori, in dialogo con il dottor Francesco Papalini, psicologo e psicoterapeuta del team Unobravo.
Gli inizi
Si parte da molto lontano, da quando Signori ha capito che il calcio sarebbe potuto diventare la sua vita: “L’ho capito quando ho fatto il primo gol in interregionale, a Leffe. È lì che ho conseguito un po’ di consapevolezza. Io parto dall’oratorio del mio paese, su quei campi di ghiaia in cui si arrivava poi a casa con le macchie di sangue… Poi un bel giorno feci un provino con l’Inter, vicino casa. Un provino che durò due minuti e andò così, rinvio del portiere, mi prese in faccia e gol, fine del provino. Ero sicuro di essermi giocato la possibilità, lo dissi anche a mio padre, invece forse avrò fatto un po’ di tenerezza ma da lì ho fatto 5 anni nel settore giovanile dell’Inter… “.
Gli anni d’oro e l’importanza della “testa”
Il periodo alla Lazio è stato probabilmente il migliore della carriera di Beppe-Gol, come lo chiamavano i tifosi biancocelesti: “Avevo la consapevolezza di star bene fisicamente e soprattutto mentalmente. Io credo che il segreto sia per un calciatore cercare ogni domenica di far meglio della domenica precedente, qualcosa in più. Un calciatore ovviamente ha un obiettivo finale, ma si vive di micro-obiettivi, ogni settimana bisogna gradualmente migliorare. È questo pensiero che mi ha dato la possibilità di vincere per tre volte la classifica cannonieri. Io con il camo avevo un rapporto, per così dire, ‘confidenziale, nel senso che ci trovavamo bene insieme. La mia fortuna è stata quella di avere buone doti tecniche, anche se all’epoca c’erano giocatori che tecnicamente mi erano superiori, ma io con la mia rapidità riuscivo a giocarmela con tutti. Per stare a determinati livelli ovviamente servono delle basi tecniche importanti, ma soprattutto è fondamentale avere la testa. Testa ed equilibrio. Io l’equilibrio l’ho trovato nel ‘98 dopo un infortunio, quando fui operato per ernia del disco. In quel momento venivo da 107 gol in Serie A e mi ritrovai senza squadra, so che sembra un paradosso, ma è la verità”.
Un prima e un dopo la vicenda giudiziaria
Ciò che è successo fuori dal campo è inevitabilmente uno spartiacque nella vita dell’ex attaccante: “Prima di quella vicenda ero un Beppe Signori tranquillo, sereno dopo aver concluso la mia carriera perché avevo deciso io di smettere e questa credo sia una cosa importante. Quando sono gli altri a dirti di smettere è brutto, ma quando sei tu a decidere è un’altra cosa, sei consapevole di ciò che poi sarà il tuo futuro. Facevo una vita normale, avevo preso il patentino di allenatore… Una vita serena con i figli a cui cercavo di insegnare i valori importanti di rispetto e educazione”. Nel 2011 lo scandalo del calcioscommesse che cambia radicalmente la sua vita: “Quando ho avuto la consapevolezza di ciò che stava succedendo? Potrei dire mai. È stata un’ondata talmente forte che non mi rendevo nemmeno conto, anche perché era in un campo a me sconosciuto. Affrontare avvocati, pm e gip nei tribunali è qualcosa che non avevo mai fatto, mi sono trovato un’ondata pesante addosso. Un’ondata superata anche grazie al lavoro che avevo fatto nel ‘98, quello mi è servito molto. Mi è servita la forza della famiglia, dei figli, e ovviamente quella di un avvocato che insieme a me ha voluto seguire la strada della rinuncia alla prescrizione”.

Beppe Signori in conferenza stampa
Signori si era ritrovato con un’accusa infamante, quella di essere a capo di un’associazione a delinquere: “L’ho scoperto una mattina con una telefonata, in cui mi dicono che due ufficiali in borghese mi stavano aspettando alla Stazione Termini di Roma. In effetti c’erano questi due giovani ufficiali, tra le altre cose molto gentili, che mi dicono ‘Dobbiamo accompagnarla in Questura a Bologna’. Sapevano bene chi ero, e alla mia richiesta di spiegazioni in merito mi rispondono di non sapere nulla. Salgo sul treno e ricevo una telefonata da mia sorella che mi chiede ‘Beppe, in quale carcere sei?’. Rimango basito, e lei mi spiega che su tutti i giornali e telegiornali si diceva che ero stato arrestato per calcioscommesse. Da lì ho avuto la consapevolezza di quello che stava per succedere. Impronte digitali, foto segnaletiche, cose che avevo visto solo in televisione… Forse me ne sono veramente reso conto solo dopo mesi, quando avevo anche il rifiuto di accendere la tv perché si parlava sempre di quella storia e quindi era un continuo riaprirsi di quel pensiero. C’è voluto un grande lavoro per accettarlo, e devo dire che mia moglie, i figli, la famiglia e quei pochi amici sono stati in questo fondamentali”.
Il crollo
Arresto, radiazione, uscita dal mondo del calcio, tutto scomparso: “Un vero e proprio crollo, e la cosa grave era che non vedevo una via d’uscita, perché io ero considerato tra virgolette uno dell’associazione che vendeva le partite. È come se uno andasse al supermercato e provasse a rubare una cosa, per poi spiegare al suo avvocato di aver fatto una cavolata. Ecco, il problema è che io a quel supermercato non ci ero mai andato, e quindi la mia vera difficoltà era su cosa difendermi. C’era gente che mi accusava, ma su di me non c’era nulla, nessuna intercettazione, quindi quando sono stato interrogato ho detto di andare direttamente a chiedere a chi mi accusava. Il problema grosso era difendermi sul niente”.
“Quando ho capito che stavano cambiando le cose? Solo all’assoluzione, lì ho fatto il gol più bello della mia carriera. Là c’è stata una liberazione, perché è vero che c’erano stati comunque dei preavvisi, ma l’assoluzione piena perché ‘il fatto non sussiste’ è stata per me la più grande soddisfazione. Ne ho fatti tanti di gol, ma questo è stato il più bello, soprattutto per i miei figli. Solo di indagini preliminari ci sono stati 4 anni, 4 anni di silenzi senza sapere cosa sarebbe successo, e questo silenzio ti logora dentro. Ho parlato ai tempi di 10 anni di vita buttati, ma non me ne sono nemmeno reso conto, non avevo più cognizione del tempo. Ero estraneo a tutto quello che succedeva fuori, sembrava che avessi un paraocchi. Il tempo passava inesorabile e non me ne rendevo conto. Il mio obiettivo era solo l’assoluzione, come era far gol quando giocavo”.
Il peso di quegli anni
Un’accusa gravissima, e di conseguenza una percezione di Beppe Signori che da parte degli altri cambia radicalmente: “Io dopo che nel 2010 avevo conseguito il patentino da allenatore avevo l’obiettivo di cominciare una carriera da allenatore appunto, poi sono stato fatto fuori. Ciò che mi è pesato davvero è stato quello che potevano pensare gli altri. Quando passi dall’esser capitano di due squadre come Lazio e Bologna, rispettato da tutti, ad esser poi sbattuto in prima pagina come un mostro… a me faceva paura uscire di casa, incontrare la gente e cominciare a pensare quello che loro potevano pensare di me, che quel Beppe che faceva sempre gol era quello che si vendeva le partite. È stato forse l’ostacolo più duro da superare. Quando arrivavo a casa dicevo a mia moglie ‘Hai visto quello come mi guardava male?’, ma era tutto nel mio cervello”.
Quando succede uno scandalo gli altri iniziano ad allontanarsi: “Questa distanza l’ho vissuta molto male, almeno in un primo momento. Ti isoli da tutto e da tutti e a quel punto devi farti forza da solo e con l’aiuto delle persone che ti sono più vicine, quelle che non ti tradirebbero mai. Dopo ci deve essere una reazione, e la forza di continuare era nella convinzione di essere innocente”.
La rinuncia alla prescrizione
Signori ha fatto una scelta molto chiara, ossia quella di rinunciare alla prescrizione per dimostrare fino in fondo la sua totale innocenza: “Non mi piaceva rimanere nel grigiore. Accettare una prescrizione o accettare un patteggiamento significa in qualche modo aver fatto qualcosa. Io no, non avevo fatto niente e volevo andare fino alla fine, mi sarei preso piuttosto 10 anni di carcere, o quello o l’assoluzione. Determinante è stato il mio avvocato, perché anche lei credeva nella mia assoluzione”.
Nel 2021 le fatidiche parole ‘Il fatto non sussiste’: “Cosa ho pensato? era un misto di rabbia, gioia, dolore, soddisfazione… Io che mi commuovevo poco in quel momento ho pianto. È stato il pianto liberatorio più bello della mia vita. Che cosa arriva? Forse sollievo. Rivincita no perché secondo me è fine a sé stessa. Liberazione, soddisfazione, quello è arrivato, cose che non provavo più da tanto tempo. Tenersi dentro certe cose per 10 anni è veramente dura”.
Difficile lasciarsi tutto alle spalle: “Ti rimane tutto, ma lo vivi in maniera diversa, con la consapevolezza che anche quello sguardo delle persone è cambiato. Se è tornato il Beppe Signori che faceva gol? Sì, ma probabilmente con una stima maggiore. Rinunciare alla prescrizione non è da tutti, quindi ti viene ridato forse quel qualcosa in più”.
Signori ed il rapporto con quel capitolo della sua vita
Inevitabilmente l’ex attaccante è portato a ripensare a quel periodo difficile: “Con quel capitolo ho un rapporto di odio. Sono stato veramente, ma veramente male. Dico sempre che ho avuto la sfortuna di chiamarmi Beppe Signori nel 2011 perché ovviamente ero su tutti i giornali, ma ho avuto la fortuna di chiamarmi Beppe Signori perché nel 2021 ho avuto la possibilità attraverso un libro e un docufilm di far sapere a tutti quello che era successo. Ecco perché la mia riflessione va sempre a quelle persone che non sono famose, che magari hanno avuto il mio stesso trattamento, che da una parte non hanno avuto i titoloni sui giornali, ma dall’altra oggi non possono gridare la loro verità”.
“Che cosa ho imparato da tutto questo percorso? Pazienza, molta pazienza. E la testardaggine, che comunque avevo anche quando giocavo. Poi il lavoro mentale. Capisco quelli che in 10 anni possono avere dei momenti di sconforto, arrivando a fare dei gesti inconsueti, perché ti distrugge in tutti i sensi. Io non mi sono fatto aiutare da nessuno, se non dalla mia famiglia, ma avevo già una base prima, degli ancoraggi che ero riuscito a tenere. Erano dei continui alti e bassi”.
L’elaborazione di un trauma
Non si ricomincia con uno schiocco di dita, non si può cancellare un trauma così pesante come una lavagna con un cancellino: “Si deve imparare di nuovo a sognare. Inizia una nuova vita, con le esperienze della vita precedente e un buio di 10 anni, ma deve tornare fuori la vita che hai sempre sognato, che magari era una vita in mezzo ai tuoi bambini. Questo ti dà l’obiettivo per riuscire a continuare”.
“Cosa avrei voluto sapere prima se potessi tornare indietro? Come sarebbe finita (ride ndr). Avere una certa consapevolezza avrebbe cambiato tutto, avrei vissuto tutto in maniera più rilassata, magari facendo quello che mi è sempre piaciuto, che è quello che ho re-iniziato a fare adesso, ossia lavorare con i bambini. Vedere i bambini che crescono e che imparano credo sia una delle più grandi soddisfazioni. Loro sono delle spugne, e vedere che quando gli insegni una cosa dopo poco tempo riescono a farla è una gran soddisfazione”.











