Francesco Flachi a Contropiede, il vodcast di CB e Unobravo: “Dalla Fiesole alla numero 10, poi ho buttato il mio sogno, perché dovrebbero farlo anche gli altri?”.

Contropiede – La vita oltre il gioco, vodcast di Chiamarsi Bomber realizzato insieme a Unobravo in occasione del mese dedicato alla sensibilizzazione sulla salute mentale. Ospite della quinta puntata, Francesco Flachi

Francesco Flachi si racconta a Contropiede

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Francesco Flachi racconta il suo percorso dalla Curva Fiesole alla maglia numero 10 della Fiorentina in soli 15 giorni, le dipendenze che hanno distrutto la sua carriera, e come è ripartito dal calcio dilettantistico per ricostruire se stesso.

“Sono cresciuto in piazza con la palla, a 18 anni ero spensierato e non capivo che quello era il mio lavoro. Facevo tutto d’istinto, la mia forza ma anche il mio sbaglio. Nel 2007 è arrivata la prima squalifica, non riuscivo più a controllare quella situazione. Usavo quella sostanza per sentirmi sempre più forte, ma è come costruire un castello di sabbia sul mare: passa un’onda ed è tutto finito.”

Dopo le squalifiche e il buio più totale, Flachi ha trovato la forza di rialzarsi: “Ho iniziato a raccontare ciò che avevo fatto per essere un esempio positivo. Quando il presidente del Signa mi ha messo alla prova si è riaccesa una luce. Ho fatto un documentario mettendomi a nudo senza filtri: io ho buttato via il mio sogno, perché dovrebbero buttarlo via anche gli altri?”

Questo è Contropiede – la vita oltre il gioco, il vodcast di Chiamarsi Bomber realizzato insieme a Unobravo in occasione di maggio, mese dedicato alla sensibilizzazione sulla salute mentale. Un progetto che nasce anche per dare spazio a queste storie e contribuire a rendere più normale parlarne.

Con la conduzione di Alessia Tarquinio e il supporto di Unobravo.

In questa puntata c’è Francesco Flachi, in dialogo con il dottor Francesco Papalini, psicologo e psicoterapeuta del team Unobravo.

Come consuetudine si parte da molto lontano, dal Francesco Flachi bambino nato e cresciuto a Firenze con la passione per il calcio: “Era il sogno di ogni bambino, si cresceva con la palla ai tempi non c’erano molte altre cose. Ero sempre al campo, sempre in piazza a giocare, e proprio la piazza è stata determinante, perché ti insegnava tante cose, malizia, furbizia, qualità, quantità…si prendeva anche qualche botta dai più grandi. Credo che questo contesto in qualche modo ti facesse crescere e ti preparasse per quello che sarebbe venuto dopo. A 8 anni ho iniziato a giocare e si giocava già a 11, in più giocavo anche con i più grandi quindi facevo tantissimi allenamenti e tantissime partite. Questo ha accelerato un po’ tutto, poi è normale che un po’ di base, un po’ di “natura” ce la devi avere…”.

Francesco Flachi

Flachi era uno di quei giocatori bravi tecnicamente e sempre molto amato dai tifosi: “Non mi piace dirmelo da solo ma mi piace quando me lo dicono. Come vivevo questa dimensione? Io ho un carattere un po’ particolare, in pratica non la vivevo. Mi alzavo la mattina e quello che facevo facevo, e forse è stata un po’ la mia forza questo. Io ho fatto tutta la trafila con le giovanili della Fiorentina e non mi sono mai posto il problema, andavo al campo e facevo quello che andava fatto. La mia forza è stata la mia spensieratezza, non stare a pensare quello che sarei potuto diventare o quello che sarebbe successo. Io ho fatto tutto subito, ho fatto tantissimi gol con le giovanili, poi mi hanno chiamato in prima squadra per il torneo anglo-italiano, entro nel secondo tempo, faccio gol e assist e vinciamo 3-1. Da lì sono rimasto sempre in prima squadra e poco dopo ho esordito. 15 giorni prima salivo i gradini della Curva Fiesole per andare a fare il tifo per la Fiorentina e ora mi ritrovavo ad entrare in campo all’Artemio Franchi, con la maglia numero 10, maglia di Antognoni, Baggio, una maglia pesante. Poi per come la vive il tifoso viola, in maniera morbosa”.

Un equilibrio difficile tra il campo e il fuori

In quel momento c’era spensieratezza e forse poca consapevolezza: “Facevo tutto ciò che facevo anche prima di diventare giocatore, uscivo con gli amici, sono cresciuto con loro. Questa era la mia forza e forse può essere anche stato il mio sbaglio. A 18 anni non avevo ancora la maturità per capire che quello era il mio lavoro. Per me era stato naturale passare dalla curva al campo, non avevo dato mai peso a questa cosa. Io vivo d’istinto, è il mio istinto che mi ha fatto fare le cose belle, ma anche quelle brutte. Non potevo mai programmare, nemmeno ora a 50 anni lo faccio”.

Francesco Flachi ai tempi della Sampdoria

Le dipendenze 

Nel 2007 arriva la prima squalifica: “Non riuscivo più a controllare quella situazione. L’ho fatto, mi piaceva, in quel momento era una reazione sbagliata, qualcosa che usavo per sentirmi sempre più forte. Nella vita dopo una disgrazia ci sono tanti modi per rimettersi a posto, io ho scelto quello sbagliato. È come quando costruisci un castello di sabbia sul mare, passa un’onda ed è tutto finito”. E di “onde” su Francesco Flachi ne sono passate due, con una ripresa dopo la prima squalifica e quindi una nuova positività ed un’altra squalifica: “Dopo, anche se sono ripartito, non era più la stessa cosa. Mi sono ritrovato in una dimensione in cui non mi sentivo più me stesso. Dopo due anni dalla prima squalifica sono andato ad Empoli, in cui sono stato benissimo, ma già lì non mi sentivo più il Flachi di Genova. Io avevo bisogno della gente, della passione e questa cosa piano piano l’ho spenta. All’inizio ho ripudiato il calcio, non riuscivo a vederlo, poi mi sono riavvicinato raccontando ciò che avevo fatto e  anche cercando di essere un esempio positivo per evitare che altri facessero ciò che ho fatto io. All’inizio negavo, quando si fa una cosa brutta si nega sempre, poi ho capito che non sarebbe servito a nulla e le cose sono cambiate. E la mia vita è cambiata definitivamente quando il presidente del Signa mi fece quella battuta e io gli dissi di mettermi alla prova. Lì si è riaccesa una luce, nonostante gli scenari fossero diversi mi è tornata quella sensazione di farfalle nello stomaco che tanto mi era mancata. Da lì è ripartito tutto, ho fatto un documentario, mi sono rimesso a nudo raccontando tutto senza filtri e questo è piaciuto. Nemmeno lo volevo fare, tornare a parlare di quelle cose… poi ho pensato invece di poter essere un esempio negativo da trasformare in positivo. Io ho buttato via il mio sogno, perché dovrebbero buttarlo via anche gli altri?”.

Da “bischero a…?

Iniziare a parlare dei suoi problemi e delle sue dipendenze, con il documentario, un podcast, un libro, ha sicuramente aiutato Flachi: “Sono diventato più ‘grosso’, ho preso più sicurezza. Prima aprivo i social e leggevo di tutto, e questo mi dava molto fastidio, delle volte ho anche risposto facendo anche peggio. Poi ho capito che era una roba inutile, dei social devi accettare tutto, sia i buoni giudizi che quelli cattivi. poi a 50 anni sono diventato ancor più consapevole, di quello che posso fare. Ho preso il patentino Uefa B, ho aperto un Academy insieme a Malusci e Balleri, abbiamo fatto tante lezioni private. È normale essere etichettato per tutta la vita, i pregiudizi ci saranno sempre, ma il bello arriva quando mi conoscono, lì il giudizio cambia”.

Flachi con la maglia del Brescia

Poi c’è la famiglia, ci sono gli amici: “Io ho avuto la fortuna di aver avuto sempre alle spalle una famiglia che mi ha sostenuto, due figli che sono stati con me. E devo dire la verità, nonostante gli episodi ho sempre avuto tanti amici. A Firenze anche se calcisticamente ho fatto poco ho sempre avuto l’appoggio di tutti. il sostegno più grande però è stato quello dei tifosi della Sampdoria, una cosa difficile anche da descrivere. Con loro al di là del calcio c’è un rapporto che durerà per sempre, basti pensare che partivano da Genova per venirmi a trovare…”.

Io ho fatto male a me stesso, certo posso aver fatto male moralmente alla mia famiglia, però ora sono felice, vado in strada sollevato mentre prima avevo sempre paura del giudizio, qualcosa che mi logorava”.

Il calcio adesso

Per un periodo ha odiato il calcio, poi per ricostruire sé stesso Flachi è però ripartito sempre dal calcio: “Da quando ho iniziato a raccontare tutto quello che vorrei trasmettere sono i sogni. Ovviamente ci sono i livelli, ma io dico sempre che nel calcio quando apri il cancello di uno spogliatoio è sempre come giocare in Serie A. Oltre alle mie vicissitudini personali ho fatto anche degli sbagli a lviello calcistico, a volte non mi allenavo, o mi allenavo male perché ero consapevole di esser bravo. Invece bisogna sempre allenarsi, tutti i giorni. A mio figlio dico sempre di non buttare mai nemmeno un minuto di allenamento e di partita perché è quel minuto che può cambiare il destino. Questo è ciò che voglio trasmettere, anche ai ragazzini, perché io sono convinto che in Italia ci siano ragazzi bravi, ma bisogna fargli capire determinate cose, forse più quello che succede fuori che quello che succede dentro al campo. Il nostro calcio partiva da fuori, da come ci si comportava, poi la forza era nello spogliatoio. Ora, soprattutto con questi telefonini, immagino ognuno viva nel suo orticello. Io non vedevo l’ora di arrivare al campo, andare in ritiro e  fare la preparazione, stare coi miei compagni. Questo è ciò che mi manca, non mi manca la partita, mi manca tutto quello che viene prima. A me piace stare in campo, per questo ho preso il patentino, poi se sono bravo a fare l’allenatore questo non lo so…”.

La caduta, la risalita e la difficoltà del fine carriera

Una carriera fatta di tanti errori, soprattutto a livello personale, ma anche di risalite: “Non importa quante volte cadi, ma importa quante volte ti rialzi, e come lo fai”. Poi quando la carriera finisce e le luci si spengono non è mai facile: “Il calcio è sempre bello, ma quando tutto finisce per un giocatore è devastante. Gli manca il tifo, gli mancano le emozioni, la panchina. Gli manca l’essere lì, gratificato, osannato… si torna alla vita normale ed è dura, quindi bisogna sempre cercare di rimanere attaccati, però non è la stessa cosa. Fare gol in allenamento non è come fare gol e andare sotto la curva, sono delle emozioni che solo un calciatore può capire”.

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