C’è stato un periodo, che ora sembra lontanissimo, in cui la Nazionale Italiana poteva permettersi il lusso di mettere in panchina o addirittura non convocare giocatori da 20 e più gol in Serie A, e vista le penuria di attaccanti (e risultati) di questi tempi, pensare ad una cosa del genere sembra fantascienza.
Un giocatore che con la maglia azzurra non è riuscito fino in fondo ad avere lo spazio che meritava complice anche la presenza di tanti altri campioni, è sicuramente Beppe Signori, attaccante da quasi 300 gol in carriera da professionista e per ben 3 volte capocannoniere del massimo campionato italiano. In compagnia dei Two Twins Beppe-Gol ha guardato la finale del Mondiale tra Spagna e Argentina, lui che una finale l’ha vista solo dalla panchina e sempre negli Usa nel 1994. L’ex attaccante ha risposto a parecchie domande con il solito acume, raccontando svariati aneddoti della sua carriera.
Com’è iniziata la tua passione per il calcio?
All’oratorio del mio paese, all’epoca c’erano ancora gli oratori con i campi in ghiaia. Arrivavi a casa e la mamma ti doveva mettere le toppe sui pantaloni per le scivolate. A 10 anni feci un provino per l’Inter: durò 2 minuti perché presi la palla in faccia dal portiere e feci gol! Pensavo di essermi giocato la mia possibilità di andare all’Inter, invece forse gli ho fatto tenerezza e ho fatto 5 anni nelle giovanili dell’Inter. Poi il Leffe vicino casa e da lì è iniziata: Piacenza, Trento, Foggia, Lazio, Genova e infine Bologna. È stato un bel percorso.
Chi ti ha trasmesso questa passione?
Penso mio padre, anche se non è mai stato un giocatore. ma credo lui aveva la passione però di andare a vedere le partite e da lì è nata un po’ la mia passione. Sono cose che hai dentro da piccolo, non avevo interesse per altri sport, pensavo solo ed esclusivamente al calcio. Io da piccolo avevo due idoli, che purtroppo non ci sono più: uno aveva la maglia numero 10 dell’Argentina e si chiamava Diego Armando Maradona, l’altro è Evaristo Beccalossi. Quando facevo il raccattapalle nelle giovanili dell’Inter mi ero innamorato del suo gioco. Ho le maglie di entrambi, sono riuscito a scambiarla con entrambi: addirittura quella di Beccalossi è dell’ultimo anno che giocava in Serie B a Barletta.
E chi ha creduto in te per primo?
Mio papà. Lui è stato il primo. E poi devo dirlo, devi anche credere molto in te stesso, perché quando sei piccolo devi avere una convinzione che poi devi far diventare realtà col passare del tempo.
Qual è lo stadio che ricordi ancora oggi?
Allora, ovvio dove ho giocato, però il brivido, l’emozione più grande è stato il debutto in Serie A ed è stato un Inter Foggia con 80.000 persone. Noi eravamo abituati a giocare davanti a 25.000… uscire dal tempio del calcio è stata una cosa meravigliosa e nello stesso tempo un po’ traumatica perché comunque non avevamo mai visto, io personalmente non avevo mai visto così tanta gente in uno stadio e le gambe lì tremavano. Ed è andata bene perché comunque abbiamo fatto un grande pareggio a San Siro, un sogno soprattutto al debutto, da metterci la firma.
A casa con chi guardi le partite?
Cerco di convincere mio figlio, ma è piccolino, l’ultimo ha 7 anni e ancora deve imparare a “vedere” le partite, quindi faccio un po’ fatica, però a lui piace anche se ancora non ha la pazienza di star lì tutta la partita. Se mio figlio sarà un calciatore? Non lo so, gli piace giocare a calcio, ha anche il piedino, ma è destro…
Qual è la partita che hai visto e che ricordi ancora oggi? Quella che più ti ha emozionato
Togliendo quelle che ho giocato che hanno ovviamente un sapore diverso dico Italia-Brasile dell’82, tripletta di Paolo Rossi. Quella me la ricordo proprio bene, con Gentile attaccato alla maglia di Zico, la parata di Zoff sulla linea, me la ricordo come se fosse successa ieri.
Chi è stato l’allenatore che ti ha insegnato di più?
Ho avuto tanti allenatori, l’ho sempre detto, bravissimi, ma ho avuto un maestro che è stato Zeman. Zeman per me è stato fondamentale, mi ha trasformato da semplice trequartista ad attaccante vero e soprattutto mi ha insegnato i tempi di gioco, i movimenti, tutto quello che serve per diventare un giocatore completo. Le preparazioni con lui e i gradoni? Tutto vero, gradoni, gente che vomitava in ritiro per la fatica. Quindi è tutto vero, però sai con l’esperienza se ti sapevi gestire faticavi un po’ di meno, però ovviamente lavoravi. La soddisfazione è che poi la domenica andavi al doppio degli altri, andavi più veloce e quindi il lavoro fatto durante la settimana che era massacrante lo vedevi. Poi di quel Foggia ne parlavano tutti, da sorpresa era diventata una splendida realtà. Ricordi indelebili, come quando i tifosi della Lazio scesero i piazza per non farmi andare via: quando scendono in strada 10mila persone per te ha un valore di 10 scudetti. Lì mi sono sentito veramente amato, ricambierò sempre questo amore con i tifosi della Lazio.
Da piccolo quale calciatore cercavi di imitare?
Maradona, perché era mancino. Vedevo questo spettacolo che poi non ho più rivisto in nessuno se non forse in Messi. Un giocatore straordinario che con la palla faceva quello che voleva.
Che ricordo hai del calcio di strada, il calcio con gli amici?
Ricordo che giocavo a sette, e dopo un’intera stagione iniziavano i tornei estivi, per cui io e i miei amici facevamo una squadra e andavamo nei vari paesini vicino per fare queste sfide e fare questi tornei. In pratica la stagione non finiva mai…
Quali sono il migliore ed il peggiore compagno per guardare una partita sul divano?
Il migliore Rambaudi, anche perché sono stato per 9 anni con lui, quindi abbiamo visto tantissime partite insieme. Il peggiore? beh penso Gazza. Con Gazza non potevi mai stare tranquillo, era un divano un po’ agitato.
C’è un difensore che non avresti mai voluto trovarti davanti?
Pasquale Bruno del Torino. Roccioso e falloso… (ride ndr)









