Torino, Ascoli, Trapani, Frosinone, Lecce e tante altre. Serie A, Serie B, Serie C, ma anche Dilettanti, e un’esperienza in Romania. C’è un po’ di tutto nella carriera di Lys Gomis, portiere nato a Cuneo da genitori senegalesi. A 18 anni veniva considerato un predestinato, poi tanti problemi anche e soprattutto extra campo e la sua carriera ha preso una piega sbagliata. Chiamarsi Bomber ha avuto il piacere di fare una lunga chiacchierata con lui, che ha raccontato la sua storia a Fabrizio Piepoli e Riccardo Russo, senza filtri, tra tante cadute e una lenta e difficile risalita.
A 18 anni eri considerato un grande prospetto, idolo degli appassionati di Football Manager: cosa pensi di tutto questo?
“Posso dire che il mio sogno di diventare calciatore è nato giocando a Football Manager. Quando mi sono ritrovato dentro al gioco avevo i brividi, mi compravo in ogni squadra e vedevo che ero forte e questo aumentava la mia autostima. Il gioco dava i giusti parametri di ciò che stavo vivendo, e mi faceva capire che potevo arrivare”.
Lys, partiamo dall’attualità, cosa fai oggi?
“Adesso mi occupo di prevenzione, aiuto i ragazzi che sono caduti nelle dipendenze e lavoro al centro Narconon Falco a Bergamo, dove vivo. Parlo con i ragazzi raccontando la mia storia, ma non dico loro ‘Non fate questo’, o ‘Questo fa male’, sono cose che già sanno. Cerco di far capire quali sono le cause di tutto questo, la comunicazione è fondamentale. Quando ascolti una persona che ha vissuto sulla sua pelle queste cose, il messaggio ti arriva. Molte volte si cade perché non si conoscono le conseguenze, se si riesce a far capire che alcune cose possono far molto male entra in ballo il giudizio”.
Ora torniamo indietro nel tempo: raccontaci la tua infanzia?
“Ho avuto un’infanzia veramente felice, anche papà giocava come portiere ma ci ha dato la facoltà di scegliere cosa fare nella vita. Noi passavamo le domeniche a guardare le partite di Serie A, 90° Minuto, per poi andare a giocare con lui in cortile. Mi è sempre piaciuto il ruolo del portiere, perché era quello che si buttava, quello diverso dagli altri. Sono molto egocentrico, quindi mi piaceva apparire, e quel ruolo mi dava tutto questo: ero un ragazzo timido con difficoltà nel comunicare, ma in campo quella timidezza spariva, diventavo un’altra persona. Noi eravamo una famiglia umile, non eravamo certo benestanti, mia mamma faceva due lavori… i sacrifici che loro facevano per noi li vedo solo oggi, prima non li vedevo. Avevamo tutto, non ci mancava nulla, sono stato molto fortunato ad avere due genitori che non hanno mai chiesto, ma si sono guadagnati ogni cosa. E ci hanno insegnato che è quello l’importante: gadagnarsi ogni piccola cosa. È quello che ci ha portato a seguire i nostri sogni, il sacrificio. Se ripenso alla mia infanzia sono felice”.
Dagli inizi al Cuneo fino a Torino: come sei stato scoperto e quando hai capito di poter diventare un calciatore professionista?
“Mi ricordo che mio fratello Alfred giocava al Toro, mentre io giocavo a Cuneo, e questa cosa mi dava fastidio perché io pensavo di essere più forte. Poi in estate il Cuneo mi cacciò via e andai a giocare in una squadretta di città. All’improvviso mi chiamò proprio il Torino per un provino, avevo 12 anni… Io tifavo Toro, dopo il provino volevo giocare lì a tutti i costi. Quindi iniziai ad allenarmi da solo, convinto di potercela fare.
Ma quindi hai sempre giocato in porta?
“Sì, ho sempre fatto il portiere: mi innamorai di quel ruolo guardando giocare Peruzzi nella Juventus, lo adoravo… Poco dopo mi innamorai di un altro portiere: Gianluigi Buffon del Parma che era un pazzo scatenato. Da quel momento capì che il ruolo del portiere era senza dubbio il più bello”.
Nel 2007 vinci il Torneo di Viareggio e vieni considerato uno dei migliori prospetti granata: sentivi il peso delle aspettative?
“Non sentivo pressioni ma lì ho capito la strategia che il Toro ha applicato su di me. Avevo 17 anni e già mi allenavo con la prima squadra, e mi sentivo scarso perché non riuscivo a tenere i ritmi dei “grandi”: c’era Abbiati in porta, facevo fatica. Quando scendevo in Primavera però cambiava tutto, la velocità era minore, lì viaggiavo come una Ferrari in un campionato di 500. Questo mi ha permesso di essere il migliore in quel Viareggio, perché ero un giocatore già maturo, facevo la parata funzionale e non quella spettacolare. Dopo quel Viareggio ho capito di non essere più un portiere delle giovanili, ma di essere diventato un portiere da prima squadra. Lì è cambiata la mia vita”.

So che in quel periodo ne hai combinate di grosse: ce ne racconti qualcuna?
“Ero un ragazzo molto esuberante, ad Antonio Comi (ex dirigente del Torino ndr) bisognerebbe fargli una statua… Una volta eravamo in hotel, c’era Ogbonna che camminava avanti e indietro, mi alzo prendo l’estintore e glielo svuoto addosso non sapendo cosa ci fosse dentro. È uscito tutto il fumo, hanno evacuato l’hotel e il ristorante, è salito il cuoco che voleva accoltellarmi. Poi una volta ad un Derby Primavera io grande tifoso granata faccio un errore, prendo e vado a far la doccia prima del fischio finale, Era la prima diretta su Sky della Primavera, quello è stato il mio biglietto da visita tra i professionisti, la fuga dal campo. L’errore forse è stato che ero troppo coccolato, mi perdonavano tutto, e quando andavo in prestito pagavo le conseguenze di questo. Nelle altre squadre non ero a casa mia e nessuno era tenuto a giustificarmi. C’era troppo affetto nei miei confronti”.
Nel 2013 Ventura ti fa debuttare in Serie A con la maglia del Torino: che emozione è stata? Com’è Ventura?
“Devo tanto a Ventura e so che non sono riuscito ad esprimere ciò che lui voleva che esprimessi. Andavo sempre in prestito, quando è arrivato però ha parlato a noi giovani: a me, a Darmian, a D’Ambrosio ecc. Io in quel periodo uscivo tutte le sere finché Ventura mi disse ‘Decidi, o fai il PR oppure fai il portiere, se fai il portiere io vinco il campionato, compro Gillet e tu vieni in Serie A a fargli da secondo’. Io non gli credevo ma effettivamente ha fatto tutto ciò che aveva promesso: mi ha preparato, mi ha fatto giocare in Serie B, mi ha fatto esordire in Serie A e mi ha permesso di arrivare in Nazionale. Se fossi stato un po’ più intelligente, più lucido, più equilibrato, sarei rimasto il portiere del Toro, al 100%. Non hanno sbagliato gli altri. Per tutti, da Cairo in giù, ero il predestinato a diventare il portiere del Torino e sono io che non sono riuscito ad esserlo, è dipeso da me, mi sono perso nelle cavolate. Ho sofferto anche il peso di questa cosa, tutti i giorni mi sentivo dire che ero bravo, con i compagni che riconoscevano la mia bravura, però non giocavo: vedevo gli altri che avanzavano e io in panchina o in tribuna, e non capivo cosa mi mancasse. Adesso lo so, io non capivo che quello era un lavoro, io l’ho sempre preso come il gioco che facevo in cortile con mio padre. Non ho avuto rispetto per questo lavoro, per me era un divertimento”.
Hai condiviso lo spogliatoio con Ciro Immobile: che persona era fuori dal campo e pensi abbia raccolto tutto ciò che meritava?
“Per me avrebbe meritato molto di più, un ragazzo di una disciplina altissima, educazione estrema e di grande bontà e sacrificio. È anche molto scaramantico, mi ricordo un aneddoto: aveva iniziato a far gol a ripetizione, e aveva queste Adidas da passeggio bianche che metteva ogni sabato prima della partita; un giorno il magazziniere passa, prende quelle scarpe e le fa partire con il pullman, finisce l’allenamento e Ciro rimane fermo dov’era, non voleva muoversi perché non c’erano le sue scarpe; ha aspettato un’ora che gli riportassero le scarpe… Scherzi a Ciro? No a lui no, io mi divertivo con Meggiorini. Lui faceva tanto lavoro sporco ma poi a segnare erano sempre gli altri e io lo sfottevo dicendogli ‘Manco con le mani segni’ (ride, ndr). È un ragazzo d’oro”.

Ciro Immobile con la maglia del Torino| imago/Insidefoto
In nazionale senegalese hai giocato con Sadio Mané: ma è vero quello che si dice che è una persona molto umile che ripudia auto e orologi di lusso?
“Lui è un ragazzo semplice, quando lo guardi non pensi che sia un calciatore. Ha una sorta di devozione per ciò che ha avuto: io ho avuto un’infanzia felice e non mi posso lamentare, lui non si dimentica cosa non ha avuto. La sua grandezza è togliere a lui per far felici le altre persone, non solo la sua famiglia. Lui sta cambiando il Senegal con i fatti, è andato via dal Liverpool per prendere più soldi e aiutare la sua gente, cosa si può dire ad una persona così?!”
Nel 2016 perdi tuo padre e la tua vita cambia drasticamente: cosa è successo dentro di te in quel periodo?
“Adesso che ho lavorato tanto su me stesso sono riuscito a realizzare ciò che è successo. Mio padre mi ha sempre aiutato, su tutto. E non essere riuscito ad aiutarlo sul letto di morte, è stato il più grande fallimento della mia vita. E da lì sono andato in perdita, fino a che non è arrivata mia figlia che considero come un’ancora di salvezza. Ad un certo punto della mia vita l’ho odiato mio padre, per questo ho smesso di giocare, perché la passione per il calcio ci accomunava, e quando lui se n’è andato gli ho dato la colpa di non avermi permesso di dargli una mano, o anche solo di stargli vicino quando stava soffrendo. Non ho saputo che era in ospedale finché non è morto.
Ho in mente una scena di quando giocavo in Romania, che sono stato 7 ore al telefono con lui, io mi lamentavo e lui mi faceva ragionare. E quel giorno gli ho chiesto scusa di tutto, mi sono liberato. Era di domenica, martedì mi ha chiamato mia madre chiedendomi quando sarei tornato: mio padre era già scomparso. Ho iniziato a farmi del male proprio perché non sono riuscito ad aiutare mio padre ma oggi lo perdono. Ed oggi la mia missione è proprio quella di aiutare altre persone: quando papà è venuto a mancare, non ho permesso a nessuno di aiutarmi, ma adesso ho capito che non c’è nulla di più sbagliato che rifiutare l’aiuto. Oggi ringrazio tanti ex compagni che mi hanno aiutato: Perin, Padelli, D’Ambrosio, tanti ragazzi che hanno creduto in me e nel mio essere uomo. Oggi stiamo dando un messaggio di speranza per chi ha bisogno: per chi ha dipendenze o ha problemi chiedere aiuto non è un fallimento”.
In un’altra intervista hai raccontato che da ragazzino criticavi Adriano, invece ti sei rivisto in lui quando poi è morto tuo padre
“Ora ho imparato che quando si parla della vita di un altro bisognerebbe prima mettersi nei suoi panni. Con Adriano non avevo capito nulla, perché io avevo una famiglia meravigliosa, cosa potevo capire di favela, povertà e di tutte le altre sofferenze? Potevo dare un giudizio, ma non era reale. Non avevo la faccia di dire agli altri che stavo passando la stessa situazione dopo averlo tanto criticato. Quindi non raccontavo niente a nessuno, dovevo nascondermi, e questo a causa delle mie critiche. Tutto ciò che mi è successo dopo l’ho causato io con i miei atteggiamenti”.
Hai detto che in tanti ex compagni ti hanno aiutato, ma c’è stato anche qualcuno che ti giudicava e ti ha fatto terra bruciata?
“No, ero io a dar loro un fallimento. Tanti hanno provato ad aiutarmi quando bevevo troppo, ma non mi interessava. Non sentivo nemmeno i loro commenti, ero chiuso nel mio mondo. Andavo a Cuneo e stavo con delle persone a bere nelle cantine tutto il giorno, nascosto come un ratto. Poi uscivo tutto felice… Mi stavo uccidendo ma nessuno lo vedeva, solo la mia famiglia capiva che stavo cambiando. Non mi sentivo più con i miei ex compagni, ero sparito dai radar”.
Qual è stato il punto più basso della tua dipendenza e quando hai trovato la forza di dire basta?
“La forza l’hanno avuta mio cugino, mio fratello Alfred e i miei amici più stretti, perché io ad un certo punto distorcevo la realtà. Vivevo una realtà di vittimismo, davo la colpa alla scomparsa di mio padre, al fatto che avevo smesso di giocare, mi giustificavo. A un certo punto ho deciso che sarei dovuto morire e mi ha salvato Narconon. Non avevo un obiettivo, quando mi è stato tolto il calcio, ho perso lo scopo di vita. E non mi sono salvato da solo, mi hanno tirato fuori. Il presidente Sticchi Damiani ad esempio ci ha messo anima e cuore per tirarmi fuori, mi vedeva che stavo andando a picco. Quando sono arrivato a Lecce era appena morto mio padre ed ero un’altra persona. Io che di solito parlavo e stavo bene con tutti, al contrario ero sempre chiuso in casa, non uscivo nemmeno per una passeggiata, c’erano già segnali d’allarme. Il presidente ci ha provato in tutti i modi, ma io ho sempre rifiutato il suo aiuto. Quando poi ne sono uscito, è stata la prima persona a chiamarmi chiedendomi di andare a Lecce per rimettere a posto la mia immagine nel settore giovanile. È stato un grande uomo, fondamentale nella mia rinascita.
Per uscirne è stata importante la mia famiglia, mio fratello Alfred in particolare che mi ha spiegato che se volevo parlare con lui dovevo prima mettermi a posto, e che lui non poteva aiutarmi in questo, dovevo andare da qualche specialista. All’inizio ero contrario, poi sono andato al Sert, ho iniziato a chiedere aiuto perché un giorno sì e uno no, pensavo di uccidermi, così non sarei stato più un problema per nessuno. Pensavo di andare sul ponte di Cuneo e buttarmi… Poi mi ha chiamato mio cugino, dicendomi che avevano trovato questo centro e dovevo andarci. Era Natale, mi sono presentato a casa senza regali e mia figlia mi ha chiesto ‘Papà ma i regali?’. Lì ho deciso di farmi aiutare, ero disposto a cambiare, ad accettare di aver fallito come padre, figlio e fratello. È stato un periodo difficile, ma nessuno dei miei ex colleghi, che sono amici fraterni, mi ha giudicato, anzi mi ha tutti aiutato. Perin mi diceva che da quel momento, capito il problema e toccato il fondo, potevo solo risalire; Padelli era sempre lì; Francesco Cosenza, Jimmy Fontana che è il mio procuratore, Paolo Zanetti, D’Ambrosio, Darmian mi hanno fatto capire di essere una persona di valore, hanno guardato l’essere umano facendo rinascere la speranza: nonostante i miei errori ero riuscito a dar loro qualcosa, tra il male ed il bene ha vinto il bene che ho fatto. A quel punto mi sono detto ‘Cambio, per me stesso e per tutti quelli che mi vogliono bene’.
Ho nella mente Trainspotting quando i genitori di Mark Renton lo chiudono nella stanza e lui inizia ad avere tremori ed allucinazioni. È davvero così la disintossicazione?
“Diciamo che non è piacevole. Più che allucinazioni il tuo cervello quando diventa sano va a pensare a tutto quello che ha causato, e la dipendenza deriva proprio da questo, dal cercare di non pensare a tutto ciò che hai causato. Se rimani lucido ti arriva tutto quel peso, quindi tu ti isoli, ti senti sporco dentro. Finché non lo accetti, ti devi nascondere: puoi avere soldi, fama, ma con te stesso non riesci a starci, e questa è la condanna più brutta della vita, affrontare sé stessi e non piacersi. Per due anni ho fatto riabilitazione e adesso sento di aver accettato i miei errori”.
Oggi vivi completamente lontano da dipendenze, ogni tanto ti capita di cadere in tentazione? Se sì, come la superi?
“Qualche anno fa dopo la prima parte del programma mi sentivo bene, ma subito dopo ho avuto una ricaduta, e questo perché non avevo ancora toccato il fondo. Quando sono rientrato poi a Bergamo, lì avevo toccato il fondo, e me ne sono reso conto, perché con le mie gambe mi sono alzato e sono tornato dentro. Io incolpavo sempre la mia ex moglie e la prima mossa che ho fatto è pensare cosa avessi fatto io a lei Sono stato io a chiamare gli assistenti sociali, spiegandogli di aver avuto una ricaduta, e questo per poter essere libero: dal momento che ero stato sincero con me e con gli altri, potevo solo ricostruirmi. Oggi ho riabbracciato mia figlia, ho un buon rapporto con Chiara, perché sebbene l’abbia fatta soffrire, oggi sta rivedendo il ragazzo con cui è cresciuta e stiamo cercando di creare qualcosa per nostra figlia, anche se le nostre strade sono diverse. Quando ho deciso di riabilitarmi, ognuna di queste persone si è stretta a me, non parlando del male che gli avevo fatto, ma solo di ciò che avremmo potuto fare insieme in futuro. Per questo motivo non posso più avere ricadute, perché ora ho uno scopo nella mia vita, l’aiuto. Com’è il rapporto con mio fratello Alfred? Bisogna dare tempo nella vita. Io sono abituato a chiamare, chiedere scusa e sistemare, ma non siamo tutti così. Di errori ce ne sono stati tanti, aspetto che lui metabolizzi, che veda quello che faccio, senza avere fretta. Siamo sempre fratelli, sono certo che il tempo ricuce le cose, inutile star lì ad insistere o elemosinare un affetto che al momento non c’è”.
Domanda un po’ Marzulliana: se potessi tornare indietro, cambieresti qualcosa del tuo passato oppure credi che tutto sia servito a diventare la persona che sei oggi?
Cambierei solo una cosa, ascolterei di più. Non ho mai ascoltato, ho sempre fatto di testa mia e solo dopo che sbagliavo tornavo dalle persone che mi avevano dato dei consigli e proprio loro rimettevano a posto le cose. Per il resto avrei fatto tutto, ma se avessi ascoltato certi errori non li avrei fatti.










