Il messaggio dell’Iran nello spogliatoio dei Mondiali: cosa significano i misteriosi hashtag #168 e #minab

Dopo il pareggio contro il Belgio ai Mondiali 2026, l'Iran commuove e fa discutere con un biglietto lasciato a Los Angeles. Ecco il significato politico e tragico dietro i due hashtag

Taremi in Belgio-Iran

33

Punta centrale

9

Napoli


  • 13 Maggio 1993
  • Belgio
  • 191 cm
  • 93 kg
  • Biografia

Romelu Lukaku è uno dei centravanti più prolifici e riconoscibili del calcio contemporaneo. Attaccante belga dotato di una struttura fisica dominante, abbina potenza, velocità e una notevole capacità di proteggere palla, risultando devastante negli spazi aperti e difficile da contenere spalle alla porta. Nel corso degli anni ha migliorato il gioco associativo e il lavoro per la squadra, diventando un riferimento offensivo completo, abile sia nella finalizzazione che nel creare occasioni per i compagni.

La sua carriera lo ha visto protagonista in diversi top club europei, tra cui Chelsea, Everton, Manchester United, Inter, Roma e Napoli, oltre a essere il leader offensivo della nazionale belga. Il palmarès comprende uno Scudetto con l’Inter, una Coppa del Mondo per club e una Supercoppa europea con il Chelsea, oltre a numerosi titoli nazionali e riconoscimenti individuali legati al rendimento realizzativo. È inoltre il miglior marcatore di sempre della nazionale del Belgio.

Tra le curiosità, Lukaku parla fluentemente diverse lingue e ha sempre dichiarato un forte legame con la Serie A, campionato nel quale ha espresso alcune delle migliori stagioni della sua carriera.

I Mondiali di calcio 2026 continuano a regalare storie che vanno ben oltre il rettangolo verde, intrecciandosi inevitabilmente con la geopolitica globale. L’ultimo caso, che sta facendo rapidamente il giro del web, arriva direttamente dal SoFi Stadium di Los Angeles, in California. Al termine della tesa sfida terminata 0-0 contro il Belgio, la nazionale dell’Iran ha lasciato un toccante e misterioso messaggio scritto a mano nello spogliatoio. Un post-it intriso di orgoglio nazionale e desideri di pace che, tuttavia, si chiude con due hashtag criptici che hanno immediatamente attivato la curiosità dei tifosi e degli analisti di tutto il mondo: #168 e #minab.

Il pareggio strappato contro i belgi, arrivato dopo l’espulsione di Ngoy al 66′, tiene Taremi e compagni pienamente in corsa per la qualificazione ai sedicesimi di finale, che si deciderà nell’ultimo match del Gruppo G contro l’Egitto. Ma a fare notizia, nelle ultime ore, è la potenza politica del messaggio d’addio alla città californiana.

Il testo del messaggio lasciato a Los Angeles

I calciatori e lo staff della selezione asiatica hanno voluto ringraziare la città ospitante con parole profonde, che rivendicano la storia millenaria del proprio Paese pur tesa a un futuro di distensione. Questo il testo tradotto del biglietto:

“Dall’antica Persia di migliaia di anni fa al civilizzato Iran di oggi, lo spirito dell’Iran rimane vivo e saldo. #168 #minab Siamo venuti a Los Angeles con orgoglio, abbiamo gareggiato con onore e ce ne andiamo con dignità. Grazie, Los Angeles, per la tua ospitalità. E grazie a ogni iraniano che ha dato il proprio cuore, la propria voce e la propria anima per l’Iran durante questi 180 minuti. Che la pace, il rispetto e l’amicizia possano prevalere tra tutte le nazioni”.

Se il richiamo alla pace e alle radici persiane appare come un manifesto universale di sportività, la presenza dei due hashtag sul finale nasconde una ferita drammatica e una forma di protesta silenziosa.

Il significato tragico dietro gli hashtag #168 e #minab

Dietro quelle poche lettere e cifre si cela il ricordo di uno dei capitoli più dolorosi delle recenti tensioni belliche tra Stati Uniti e Iran. I due hashtag fanno infatti riferimento diretto all’attacco aereo americano del 28 febbraio sulla scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, una città situata nel sud dell’Iran.

In quel drammatico bombardamento persero la vita ben 168 persone, per la maggior parte bambini. Portare questi simboli all’interno di un impianto sportivo statunitense, nel cuore di Los Angeles, rappresenta per la comunità iraniana un modo per mantenere viva la memoria delle vittime civili davanti agli occhi del mondo intero, trasformando lo spogliatoio dei Mondiali in una tribuna di denuncia internazionale.

Un clima di forte tensione anche sugli spalti

La fortissima componente politica che accompagna l’Iran in questa spedizione mondiale si era già palesata pochi minuti prima del fischio d’inizio del match contro il Belgio. Al momento dell’esecuzione degli inni nazionali, il SoFi Stadium è stato teatro di una profonda spaccatura tra gli stessi sostenitori iraniani.

Mentre una parte della tifoseria ha sostenuto la squadra in quanto simbolo sportivo della nazione, un’altra folta fetta di pubblico presente a Los Angeles ha manifestato apertamente il proprio dissenso, sommergendo l’inno nazionale con copiosi fischi. Per molti contestatori, infatti, l’attuale selezione non rappresenta il popolo, bensì il regime islamista di Teheran. Una dimostrazione lampante di come, ancora una volta, il calcio mondiale diventi lo specchio fedele delle fratture e dei dolori del nostro tempo.

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