Mattia Caldara a Contropiede, il vodcast di CB e Unobravo: “Da quello sguardo di Maldini ho capito tutto. Forse troppo crudele con me stesso, ma al calcio ho dato tutto”

Contropiede – La vita oltre il gioco, vodcast di Chiamarsi Bomber realizzato insieme a Unobravo in occasione del mese dedicato alla sensibilizzazione sulla salute mentale. Ospite della quarta puntata, Mattia Caldara

Mattia Caldara ospite a Contropiede

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Ci sono momenti in cui il corpo smette di rispondere. E la testa inizia a dubitare di tutto. Per Mattia Caldara tutto inizia nel modo migliore: l’Atalanta, la crescita, la convocazione in Nazionale, la Juventus che lo vuole. In pochi mesi diventa uno dei difensori più promettenti della Serie A. Poi arriva il Milan. E con il Milan arriva anche il primo infortunio grave: tendine d’Achille. Sei mesi fuori. Ma la voglia di tornare è più forte di tutto. Rientra, gioca in Coppa Italia, si sente pronto. Una settimana dopo, in allenamento, si rompe il ginocchio.

Ed è lì che tutto cambia.

Non è solo il dolore fisico. È la paura. È guardarsi allo specchio e non riconoscere più il proprio corpo. È zoppicare durante gli esercizi che prima facevi a occhi chiusi. È non avere più il coraggio di fidarti. Mattia ricorda ancora lo sguardo di Paolo Maldini quel giorno sul lettino. Uno sguardo che diceva tutto, anche quello che lui non voleva ancora ammettere. Da quel momento inizia una rincorsa impossibile: recuperare, forzare i tempi, tornare in campo. Ma ogni volta che sembra vicino al traguardo, qualcosa si rompe di nuovo. Fino a quando non è più solo il fisico a cedere, ma anche la mente.

E allora la domanda diventa inevitabile: cosa succede quando smetti di fidarti del tuo corpo?

Questo è Contropiede – la vita oltre il gioco, il vodcast di Chiamarsi Bomber realizzato insieme a Unobravo in occasione di maggio, mese dedicato alla sensibilizzazione sulla salute mentale. Un progetto che nasce anche per dare spazio a queste storie e contribuire a rendere più normale parlarne.

Con la conduzione di Alessia Tarquinio e il supporto di Unobravo.

In questa puntata c’è Mattia Caldara, in dialogo con il dottor Francesco Papalini, psicologo e psicoterapeuta del team Unobravo.

Si parte da lontano, dal Mattia bambino, cresciuto nel settore giovanile dell’Atalanta: “Ho avuto la fortuna di fare un settore giovanile molto formativo, anche a livello umano. Ricordo bene il periodo delle superiori, quando finita scuola passava il pulmino a prenderci per portarci a Zingonia. La cosa importante e che ricordo volentieri è che si dava molto peso alla formazione scolastica, oltre ovviamente a quella calcistica. Volevano sempre sapere come andava, a fine anno chiedevano le pagelle, volevano curare la crescita dell’uomo oltre a quella del calciatore. Questa è una cosa che mi ha formato molto, davo molta importanza alla scuola, ci tenevo molto. Ricordi del settore giovanili? Belli, ho fatto un percorso con tanti amici che mi sono rimasti anche adesso, all’Atalanta ci conoscevamo tutti, rimanevamo negli anni più o meno gli stessi, un gruppo unito. Difficilmente a fine anno tagliavano 7 o 8 giocatori, come invece accadeva in altri settori giovanili come Inter o Milan. All’Atalanta hanno pazienza, ti aspettano, ho avuto anni in cui a fine stagione avevo l’ansia di non ricevere la lettera di convocazione per la stagione successiva, perché giocavo poco, la mia fortuna è stata che ero con l’Atalanta, forse da altre parti non mi avrebbero aspettato”. 

In pochissimo tempo Caldara diventa uno dei difensori più promettenti della Serie A: “Certe volte non me ne rendevo neanche conto, è successo tutto molto in fretta e riuscire a gestire quella pressione mediatica che fino all’anno prima non avevo comunque avuto non  è stato semplice. Dopo qualche partita sono diventato titolare e non sono più uscito, e dopo due o tre mesi è arrivata l’offerta della Juventus. Da lì a livello mediatico è scoppiato un po’ tutto. Guardando indietro posso dire di aver fatto fatica a gestire tutto quello. innanzitutto non ero abituato a stare così tanto davanti alle telecamere, mi chiedevano interviste ogni settimana, era tutto diverso e questa cosa l’ho sofferta un po’. Passare dall’anonimato a questo è stato difficile. Nella gestione di questo mi ha aiutato anche la scuola. La formazione scolastica, anche a livello di linguaggio, è stata importante per ‘rispondere a tono’, essere all’altezza delle persone con cui mi confrontavo”.

Un equilibrio “precario”

Prima dell’arrivo delle note difficoltà Caldara aveva trovato un suo equilibrio: “Avevo un mio equilibrio personale nella preparazione della partita durante la settimana. Avevo i miei punti di riferimento, il lavoro quotidiano, le certezze che mi dava anche l’allenatore, sapevo sempre cosa fare. Anche fuori dal campo avevo un mio equilibrio, avevo la mia ragazza che poi è diventata mia moglie, non mi mancava niente. Era un periodo della mia vita e della mia carriera dove forse anche inconsapevolmente continuavo ad andare avanti, senza pensarci e le cose mi venivano in maniera facile. Al contrario quando iniziavo a pensarci troppo, a pensare alla prestazione, le cose diventavano più pesanti. I primi uno o due anni, quando era tutto più bello e nessuno si aspettava troppo da me, era tutto diverso anche a livello mentale, già dal martedì sapevo che la domenica avrei fatto una grande partita. Quando sono diventato ‘Caldara’ è iniziato a diventare tutto un po’ più difficile, nella gestione soprattutto. In quel momento si è un po’ rotto il mio equilibrio”.

Il primo infortunio e gli occhi di Maldini 

In allenamento il primo di una lunga serie di infortuni piuttosto gravi. Caldara non si era reso conto del problema, ma lo sguardo di Paolo Maldini diceva tutto: “Per me è stato difficile soprattutto il salto, quando sono andato al Milan, lì a livello mediatico è stato ancora peggio, era tutto enfatizzato. Da quel punto di vista l’ho sofferta tanto, anche perché non ho iniziato a giocar subito, poi c’è stato l’infortunio al tendine d’Achille, ho ancora negli occhi l’immagine di me sul lettino e Paolo (Maldini ndr) che mi guarda… da quello sguardo ho capito la gravità dell’infortunio, lui aveva già capito tutto, per me invece era un dolore nuovo, fortissimo. Ho capito che sarebbe stato difficile, anche perché venivo da due mesi che non giocavo, nonostante fossi arrivato al Milan con grandi aspettative e dentro di me mi sentivo pronto per dimostrare ciò che valevo. Non essere riuscito a farlo è uno dei miei più grandi rimpianti”.  

Mattia-Caldara

“Se è stato lì che ho capito che il mio percorso stava andando da un’altra parte? No, non lì, perché anche se è stato difficile dentro di me avevo la sensazione di poter riuscire a recuperare e non vedevo l’ora di tornare, cosa che è successa a metà marzo dopo sei mesi. A quel punto mi sentivo come prima, sentivo la gamba pronta, avevo ritrovato i miei punti di riferimento. Ad aprile poi la prima partita in Coppa Italia contro la Lazio, che era andata anche abbastanza bene, e a quel punto avevo la convinzione di potercela fare. La partita dopo contro il Torino non l’ho giocata, ma è arrivata la squalifica di Musacchio, e sentivo che era arrivato il mio momento, in quella settimana negli allenamenti andavo al massimo. Il mercoledì o il giovedì di quella settimana durante un uno vs uno mi si è rotto il ginocchio ed è stato in quel momento che mi sono detto che qualcosa stava andando storto, lì ho capito che avrei perso altri lunghi mesi. In quel momento ho avuto la sensazione che il mio percorso stava andando da un’altra parte… Se il primo infortunio era stato un problema mio, stavolta si trattava di un contrasto, quindi non sapevo a chi dare la colpa. Lì ho capito che non stava girando nel verso giusto, il momento in cui avevo la possibilità di riprendermi un po’ la mia quotidianità, magari di esordire da titolare in Serie A con il Milan ed è successo questo… È stato il momento più buio, e c’è stato un momento in cui ho smesso di fidarmi del mio corpo”.

Mattia Caldara al Milan

Mattia Caldara al Milan

“A livello fisico ero sicuro di poter recuperare, ma non a livello mentale, non ero sicuro di riuscire ad avere ancora la stessa serenità e spensieratezza. Quando sono rientrato dall’infortunio al ginocchio avevo paura di fare esercizi che prima facevo senza problemi, anche perché avevo sempre dolore e fastidio. Forse avevo già la consapevolezza di non poter più tornare quello di prima, il corpo non rispondeva più ai miei comandi. Dopo quell’infortunio è stato tutto totalmente diverso, dubitavo della mia possibilità di poter andare oltre. Io sono sempre stato un ragazzo a cui piaceva faticare, sapevo di non avere un grandissimo talento, ma rispetto agli altri sapevo di poter lavorare di più. Quell’infortunio mi ha tolto questa cosa, mentalmente mi ha condizionato e indebolito. Avevo la sensazione di non potermi fermare, volevo recuperare velocemente, forzavo anche se il mio corpo mi faceva capire che non dovevo farlo, zoppicavo”.

L’importanza di parlare

In quei momenti sarebbe stato importante probabilmente sfogarsi con qualcuno: “Ero diverso anche con mia moglie, io ero molto introverso e molto schivo anche con lei. Quando poi sono andato al Venezia, riuscivo a giocare e le cose erano più tranquille lei mi ha confessato che durante il periodo ‘nero’ non sapeva mai se parlarmi, perché ero un’altra persona. E io ora me ne rendo conto. Andavo all’allenamento, tornavo a casa e lei mi chiedeva come era andata ed io rispondevo solo ‘Bene’. Lei si era resa conto che non dicevo la verità, però ogni volta che cercava di farmi parlare io ero sempre restio, anche perché tra virgolette lei non voleva infierire, sapeva che agli allenamenti ero stato da solo 5 o 6 ore a fare sempre gli stessi esercizi per recuperare dal problema al ginocchio. Ultimamente ne abbiamo riparlato, quando ‘esci dal gioco’ sei più razionale e mi rendo conto che non è stato facile stare insieme a me. Uno psicologo? Io non ho chiesto aiuto, o magari l’ho chiesto troppo tardi, quando ero a La Spezia e lì mi vedevo con un professionista e anche con un mental coach. Mi è comunque servito per ritrovare un po’ le mie sicurezza, ma già era troppo tardi, il giochino era già finito. Quando cominci a scendere è difficile risalire”.

“Io soprattutto a livello fisico volevo bruciare le tappe per non perdere troppo tempo rispetto agli altri. Durante il primo infortunio non ho forzato i tempi, ci sono andato cauto, ogni volta che sentivo una sensazione strana mi fermavo; durante il recupero dall’infortunio al ginocchio andavo sopra al dolore, una cosa causata anche dal fatto che ho avuto questi due infortuni nel giro di pochi mesi, ottobre 2018 il tendine d’Achille, sono rientrato a metà marzo, inizio aprile e il 2 maggio il crociato e tutto il resto… In quel momento ho pensato che se fossi andato troppo piano sarei rientrato a gennaio, febbraio dell’anno dopo, non potevo rallentare. Avevo sempre la sensazione di rincorrere qualcosa che non riuscivo mai a prendere”.

Caldara con la maglia dello Spezia

Mattia Caldara con la maglia dello Spezia

“Se ero depresso? Forse non del tutto, ma ero diverso. Non avevo più la possibilità di fare quello che amavo, non potevo fare le partite, allenarmi con i compagni, il rapporto con i miei genitori era cambiato, soffrivano, mia moglie soffriva. Tutti poi avevano paura di chiedermi come stavo… in quei momenti sei da solo ma hai bisogno di stare con qualcuno, la verità è che anche se non vuoi devi parlare con qualcuno. Io avevo addirittura paura di parlare con mia madre e mio padre, già sapevo che stavano soffrendo, non volevo renderli ancora più tristi, in quel momento mi sentivo schiacciato dal peso della mia e della loro sofferenza, non sapevo come fare. Se ho pensato di aver deluso i miei genitori? Certo, e questa cosa la sto superando solo ora. Quando le cose andavano male vedevo che mio padre soffriva, lo vedevo diverso, aveva perso anche l’amore per il calcio. Adesso che ho smesso lo vedo più sereno, anche se i primi tempi non accettava il fatto che avessi abbandonato, voleva che giocassi ancora un altro anno. Io però avevo la passione ma in quel momento era di più la sofferenza, non riuscivo a correre dieci minuti senza sentire dolore”.

La lettera di addio

Quando ha deciso di smettere con il calcio Caldara ha scritto una lettera molto toccante, ripetendo più volte la frase ‘Ciao calcio, ti saluto’, quasi a voler convincere sé stesso che era arrivato il momento: “Dietro quella lettera c’erano due o tre mesi molto difficili. La decisione definitiva l’avevo presa a metà agosto, la lettera è uscita verso ottobre-novembre. Pensavo di smettere a 35-36 anni, e smettendo a 30 innanzitutto non ero pronto, poi ho fatto fatica ad accettare il fatto che a farmi smettere fosse stato il problema alla caviglia, alla cartilagine. Stavo facendo delle iniezioni per limitare il dolore, e quello che mi ha fatto decidere di smettere è stato l’ortopedico che all’ultima puntura mi ha chiesto se stessi correndo, dato che era agosto. Gli avevo risposto di sì ma non come se fossi in piena preparazione. In pratica non c’era più spazio tra l’osso della caviglia e la tibia, e nonostante questo mi sono fatto fare lo stesso la puntura, non ero pronto mentalmente a dire basta. Il caso ha voluto che quella volta con me ci fosse mia moglie, che solitamente non veniva mai. In macchina mi ha chiesto se fossi sicuro di quello che avevo fatto, e da quel momento ho avuto questo tarlo in testa, chiedendomi se quello che stavo facendo fosse giusto per me, per il mio corpo, per chi mi stava vicino. Era come prolungare l’agonia. Lì ho capito che forse era meglio smettere. Ho smesso di andare a correre, che è stato un punto di partenza, un primo passo. All’inizio l’ho vissuta come una resa, perché volevo ancora lottare. Poi quando è subentrata la consapevolezza mi sono sentito meglio, accettavo il fatto di dire basta. Ho amato il calcio finché ho potuto e più di quello non avrei potuto dargli. Anche scrivendo a lettera mi sentivo meglio, accettavo il fatto che era finita, vedevo che stavo ritrovando un mio equilibrio. Dopo quella lettera è stato un po’ tutto più in discesa”.

Il calcio adesso

Sono passati praticamente sei mesi dal giorno dell’addio ufficiale al calcio giocato di Caldara, ma cos’è adesso per lui il calcio? “Adesso per me il calcio è insegnamento, mi vedo a dare consigli ai ragazzi più giovani, come un fratello maggiore, infatti alleno sia i ragazzini di 5 e 6 anni, sia ragazzi di 13-14. Mi piace dargli consigli, anche sul come gestire a livello mentale determinate situazioni. Sono cose che ho vissuto, cose che ho passato, ci sta che loro reagiscano in determinate maniere ma io li aiuto a vedere tutto con occhio diverso. Un consiglio che mi sento di dare? Sicuramente chiedere aiuto, parlare e buttare fuori. E poi non perdere mai di vista l’aspetto del gioco, del divertimento. Io nel mio momento migliore ho avuto la sfortuna di farmi male, ma fino ai 20 anni ho condiviso 10-12 anni della mia vita con dei ragazzi che non sono riusciti a diventare ciò che io sono diventato. Quindi per questo dico ‘Godetevi il momento!’, non si sa mai cosa potrà succedere. Guardandomi indietro ciò che mi rimane è il rapporto umano. Certo, si pensa anche alle vittorie, ma ciò che mi manca è il rapporto con il compagno. Se il Mattia di 6 anni sarebbe orgoglioso di come ho affrontato tutto questo? Forse mi direbbe che sono stato un po’ troppo crudele, esigente con me stesso. Dentro di me so che ho dato il 100% per il calcio, fin da quando ero adolescente ho dato tanta importanza al calcio, forse troppa, ma non mi pesava, mi faceva stare bene. Ho vissuto il calcio totalmente e senza risparmiarmi, e anche quando non andava bene io ero sereno perché sapevo che al calcio ho dato tutto quello che potevo dare”.

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