Dalla fascia di capitano ereditata da Zanetti alle gambe che tremavano prima di entrare in campo, Andrea Ranocchia racconta come ha imparato a gestire ansia e pressione
Riccardo Russo intervista l’ex difensore dell’Inter su Athletics Mind, la piattaforma di supporto psicologico e nutrizionale per sportivi che Ranocchia ha fondato. Si parla di Spalletti, del ritiro a 34 anni, del rapporto tra genitori e figli che giocano e dei soci del progetto, da Pirlo a Bastoni.
A 14 anni stavi già pensando di smettere: quanto è importante intervenire già in quel periodo e dare un supporto ai giovani sportivi?
Parto dal presupposto che a prescindere dall’età questo è importante per tutti. Iniziare un percorso psicologico non significa avere una malattia, ma significa voler superare un momento di difficoltà, voler crescere anche in un momento in cui le cose vanno bene, non è necessario che le cose vadano male. Certamente per un adolescente avere un supporto che ti indirizza, ti dà gli strumenti giusti, ti fa capire determinate cose del tuo passato in chiave di quello che avverrà è fondamentale. Adesso i ragazzi hanno mille input in più rispetto alla mia generazione, e anche più conoscenza. Adesso a 13, 14 anni sei già “nel mondo” e ti arrivano notizie in continuazione, quindi anche la gestione di questa fase personale è fondamentale.
Tu hai raccolto un’eredità pesante all’Inter, quella di Javier Zanetti: quanto pesa uno status così importante in un club così importante?
In primis indossare la fascia che prima era stata di “Pupi” è stato ed è tuttora un orgoglio. Ho dei ricordi di quel passaggio bellissimi, anche Javier mi ha aiutato molto in questo, è stato un momento molto bello. Dall’altra parte se prima la responsabilità era 100, in quel momento era diventata 1000 o forse di più. La pressione era sicuramente più alta, essere diventato una figura che rappresentava l’Inter in giro per il mondo ma anche dentro lo spogliatoio è stato qualcosa di complicato. Secondo me non ero pronto in quel momento, la squadra non girava bene, c’era stato il cambio di proprietà, era un periodo complicato. Questo però mi ha fatto crescere tanto. Non avevo ancora cominciato un percorso su me stesso, probabilmente mi avrebbe reso le cose più facili, avrei capito molte più cose e sarei riuscito anche a gestire tutte quelle cose che accadevano quotidianamente: quando fai parte di una squadra come l’Inter la performance e l’aspettativa è fondamentale. Non è stato semplice affrontare tutto questo, però è stato di sicuro un momento di grande crescita personale.
C’è un modo, per un calciatore o per uno sportivo in generale di accorgersi quando il problema rischia di diventare troppo grande?
Secondo me non ci sono dei veri e propri segnali, o perlomeno su di me non li ho vissuti. Che le gambe tremino è normale, quando si devono superare delle prove il corpo ti manda dei segnali di stress, ansia, paura. la differenza sta nel come si gestiscono quei momenti lì, io l’ho capito dopo, con l’esperienza. Una buona gestione per me, giocatore professionista, portava poi a giocar bene, a esser confermato e tutto quello che ne conseguiva. Questa gestione diventa importantissima per un ragazzo che affronta dteerminate situazioni quotidianamente, proprio per vivere meglio. Con degli aiuti è più facile riconoscere quei moemnti lì, gestirli e superarli. La paura è una cosa normale, ce l’hanno tutti, serve anche come spinta e significa che tu in una determinata cosa ci credi e ci tieni. È una spinta che può farti alzare il livello.
C’è un episodio che hai raccontato quando Spalletti ti “difese” contro un tifoso: Athletics Mind tratta questo argomento anche per gli allenatori e per la gestione di un gruppo?
Luciano in quel frangente mi ha aiutato tantissimo a livello psicologico, perché era una persona che a livello pubblico si era esposta in mio favore, una cosa che non succedeva da tanti anni. Per me è stato un segnale molto forte, io lo ringrazio ancora oggi e lo ritengo un amico, provo affetto per una persona come lui. Athletics Mind fondamentalmente aiuta tutti quelli che sono intorno al mondo dello sport. È “verticale” sullo sport, ma poi aiuta anche le famiglie nella gestione dei figli, adolescenti che magari non si ritrovano nello sport che fanno, o che non giocano o sono infortunati. Aiuta gli allenatori, che sono poi i primi psicologi delle squadre che dveono gestire, e devono capire come gestire i vari sportivi, cosa che non si può fare con tutti allo stesso modo perché non si può pensare che nel gruppo “tutti siano uguali”, non lo sono, e c’è bisogno di capire come interfacciarsi con ognuno. Quindi o sei Velasco, che comunque penso abbia anche studiato psicologia, oppure devi trovare delle persone che ti affianchino per cercare di capire e tirare fuori il meglio. Quindi questo è rivolto sì agli sportivi di alto livello, ma soprattutto a quelli amatoriali perché anche loro hanno bisogno di strumenti per vivere meglio il loro sport. Athletics Mind cerca di creare un benessere per le nuove generazioni.
Tu hai iniziato a trattare questo argomento mentre eri ancora un professionista: quanto è stato importante conoscere Lucia Bocchi e tutti gli altri per riuscire a fare questo step anche fuori dal campo?
È la miglior cosa che mi sia mai capitata, perché quello che racconto è quello che ho vissuto. Quando una cosa la vivi e superi determinati momenti dopo puoi raccontarli, sai cosa si prova sia nei momenti difficili che in quelli belli. Il supporto infatti è sì importante nei momenti difficili, ma anche nella gestione di quelli belli. Quando l’Inter ci ha messo a disposizione Lucia per “provare” ho detto ‘Perché no?’, di sicuro non poteva farmi male… Con lei ho iniziato un percorso di anni che rifarei centomila volte.
Ti sei ritirato a 34 anni, età atletaticamente giovane per un calciatore e giovanissima nella vita di un uomo. Molti colleghi vivono in maniera molto traumatica il distacco dal calcio giocato: come si vive quel momento?
È un momento difficilissimo. Per me non lo è stato perché la decisione è stata mia, non avevo più passione e venivo da un infortunio gravissimo che mi ha incentivato a farlo. Per tanti è difficile staccarsi, ma è una cosa che ho vissuto anche io perché quando si smette in pratica si è fatta solo quella cosa per tutta la vita. Io sono esperto di calcio perché dai 5 anni ho fatto praticamente solo quello e questo vale per qualsiasi sport. Quando si smette si pensa ‘E ora che faccio?’. Si è giovani e bisogna trovare degli stimoli per iniziare a fare qualcos’altro, che anche nel mondo del calcio è un altro lavoro. Quanti calciatori fortissimi sono diventati allenatori e non sono riusciti a farlo bene? Perché è un altro lavoro, è complicato. Io quello che consiglio è iniziare a prepararsi prima, iniziare a studiare qualche anno prima del ritiro sia per rimanere nel calcio che per fare altro. Non si va avanti solo con i tanti soldi guadagnati: l’82% dei calciatori finisce il proprio patrimonio dopo 10 anni dalla conclusione della propria carriera.
Come funziona Athletics Mind ad esempio su giovani calciatori che prima della partita cominciano a sentire un po’ di stress, un po’ di ansia?
Noi abbiamo scelto di creare questa piattaforma esclusivamente online perché in questo modo uno sportivo può iniziare il percorso con lo psicologo quando vuole e dove vuole, visto che spesso gli allenamenti sono in posti lontani da casa. Funziona in maniera semplicissima: si scarica l’app, si compila un questionario generico, dopodiché c’è una prima call esplorativa di circa 15 minuti gratuita in cui si spiega il tipo di problema al nostro operatore; a quel punto viene assegnata una psicologa o uno psicologo, anche in base alle preferenze di ognuno, c’è chi si trova meglio a parlare con una ragazza piuttosto che con un ragazzo, e viceversa; da lì si inizia il percorso, ognuno ha il proprio psicologo o nutrizionista di riferimento.
Hai parlato di nutrizionista, avete deciso di affiancare questa figura alla parte psicologica: qual è il beneficio che la prestazione sportiva trae da un benessere a livello di alimentazione?
È tutto collegato, perché se uno sportivo cura l’aspetto mentale, ha un allenatore che cura l’aspetto tecnico-tattico, un preparatore che pensa alla parte atletica e un nutrizionista che cura l’aspetto nutrizionale, è sicuro al 100% che questo sportivo riuscirà a rendere di più. Noi siamo partiti con l’aspetto psicologico e nutrizionale perché riteniamo che sia importante e soprattutto è un servizio che si riesce a dare online. Non è detto che in futuro non si possa incrementare dal punto di vista atletico, con dei programmi predefiniti. C’è da dire soprattutto che avere una persona di riferimento e fare tutte le sedute “one to one” significa avere un percorso su misura per te, opportunità che magari tante piattaforme, o anche le stesse squadre, non ti danno.
Ci sono ragazzini che già a 12-13 anni vivono il calcio come una professione e hanno molte aspettative, anche da parte della famiglia: Athletics Mind si rivolge anche alle famiglie per aiutarle nella crescita sportiva dei ragazzi?
Certo, perché sta succedendo anche questo, con tante famiglie, genitori anche separati che stanno inziiando dei percorsi per cercare di capire come aiutare il proprio figlio, una cosa intelligentissima da fare. Il genitore deve supportare e non deve cercare di riflettere le proprie voglie sui figli. Supportare significa ascoltare ciò che i propri figli hanno da dirti, questa è la cosa principale. Il problema di noi adulti è che ci rapportiamo con i figli o con i ragazzi più piccoli basandoci sul nostro ricordo di quando eravamo piccoli, ma non è più così, le generazioni non sono più quelle di un tempo, è un altro mondo. I ragazzi sono cresciuti con altri ideali, altri input, quindi bisogna capire come rapportarsi a loro. La prima cosa è ascoltarli appunto, la seconda è supportarli e dopo, se ci si affianca ad una persona, capire come rapportarsi con quel determinato ragazzo, o ragazza, in quel determinato contesto.
Parliamo di chi, come te, ha creduto in questo progetto. Ci sono nomi importanti dello sport, da Fabio Fognini ad Andrea Pirlo, per citarne due
Diciamo che questo progetto è partito da me, l’ho fondato io, e all’inizio mi dicevo che c’era bisogno di questo nel calcio. Poi però mi sono domandato ‘Perché solo nel calcio?’, e ho allargato a tutti gli sport. Così ho chiesto ad alcuni amici se avessero voluto investire e far parte di questo progetto, perché la mia esperienza, dato che ho vissuto determinate cose, è importante, come può esserlo però anche quella di un Fabio Fognini o di un Filippo Magnini, che ne hanno vissute altre. E poi Bastoni, Pirlo, Giannelli nella pallavolo, tutti ragazzi di uno standing elevato che portano la loro esperienza. Una cosa che nasce dagli atleti per gli atleti. C’è Daniele Padelli, c’è Antonio Pintus il preparatore del Real Madrid, c’è Gianluca Gazzoli, che pur non essendo uno sportivo ha intervistato tanti sportivi ed è una voce autorevole. Massimo Ambrosini, Perin… tutte persone che è importante che diano il proprio punto di vista su questo aspetto. Quando 6, 7 mesi fa ho presentato il progetto ho trovato da subito tante persone aperte che hanno capito l’importanza di tutto questo.
Facendo una proiezione futura dove vedi Athletics Mind tra 5 anni? Qual è l’obiettivo?
L’obiettivo è diventare una piattaforma di riferimento per gli sportivi. Tra 5 anni se un ragazzo, una ragazza, una società sportiva o un arbitro dovessero pensare ad un supporto psicologico, nutrizionale, e forse chissà anche atletico, vorrei pensassero ad Athletics Mind. Una delle soddisfazioni più grandi che vorrei avere è che lavorando bene e con qualità in futuro arrivi un ragazzo o una ragazza che mi dica ‘Sai non ho smesso di giocare perché ho iniziato a fare un percorso’. Espandersi a livello internazionale? Abbiamo psicologi che parlano inglese, spagnolo, arabo, lingua dei segni, ed essendo online perché no?
