Essere un portiere di alto livello nell’era di Gianluigi Buffon ha significato, per una generazione intera di numeri uno, accettare un destino quasi segnato: la panchina. Chiunque abbia condiviso il raduno in Nazionale con l’ex capitano azzurro sapeva bene quanto fosse titanica l’impresa di conquistare anche solo un minuto sul terreno di gioco. A raccontarlo è Marco Amelia, campione del Mondo2006 ed ex portiere di Livorno, Roma, Genoa, Palermo, Milan e Chelsea.
Amelia: “A volte viaggiavo con il gruppo solo per portare la borraccia”
Con nove presenze in Nazionale, il bilancio potrebbe sembrare modesto se letto superficialmente, ma contestualizzato nel dominio assoluto di Buffon assume tutto un altro valore: “Nove presenze nell’era Buffon equivalgono a giocarne 100 in una Nazionale normale, perché lui voleva giocare ogni singola partita. A volte viaggiavo con il gruppo solo per portare la borraccia” ha riferito Amelia a Champions Connect.
“Pregavo che Buffon si infortunasse”
“Quando giocavamo contro il Brasile o un’altra amichevole o una gara di qualificazione contro la Germania o la Francia, io volevo giocare e pregavo che Gigi si infortunasse, ma per nove volte non è mai successo, dato che ho giocato nove volte. È successo solo nelle qualificazioni a Euro 2008: ho giocato contro il Portogallo, contro Serbia e Montenegro. Ricordo di aver giocato benissimo e ne fui felice, ma ammetto che a volte pregavo per l’infortunio di Gigi.
L’unica emozione era aiutare Gigi a essere sereno mentalmente e pronto per la partita. Il mio ruolo era quello di aiutarlo, e nel giorno di allenamento prima del match, mi allenavo al massimo per il bene della squadra. Perché se io mi alleno bene, anche i compagni fanno lo stesso: è un passaggio fondamentale per prepararsi ala partita ed essere sempre pronti”.
